SIRIA: La guerra e l’ibis eremita. Intervista al biologo Gianluca Serra

Un sogno volato via. Come l’ibis eremita che a luglio migrava dalla steppa siriana verso l’Etiopia, per poi tornare a febbraio. Proprio in questi giorni Gianluca Serra vedeva partire questi uccelli sacri alla tradizione musulmana e ritratti già nei geroglifici egiziani. Serra è un biologo conservazionista che ha dedicato dieci anni della sua vita alla salvaguardia dell’ibis eremita in Siria, nell’area intorno a Palmira. Lì ha vissuto per dieci anni a partire dal 2000, l’anno in cui Bashar al-Assad è diventato presidente.

Dopo la guerra civile scoppiata nel 2011 Serra è costretto ad abbandonare il Paese, insieme alla straordinaria scoperta dell’ultima colonia di ibis eremita rimasta in Medio Oriente. Un’avventura che il biologo fiorentino racconta nel suo libro “Salam è tornata”, che uscirà a settembre per i tipi di Exòrma, dove l’impegno per la conservazione di questi uccelli si intreccia con la storia un paese precipitato in una guerra che non vede la fine.

Come è entrato in contatto con la Siria?

Sono arrivato in questo paese per studiare gli ibis nel 2000, con un incarico delle Nazioni Unite che però si è concluso nel 2004. Poi sono rimasto per altri 6 anni come volontario, lavorando con diverse ong. Mi ero appassionato alla causa, ma con l’Onu a proteggermi le spalle il lavoro era più facile. Dopo mi sono ritrovato in una specie di inferno, in cui ho dovuto districarmi tra mukhabarat (polizia segreta), territorialismo delle ong di conservazione della natura e individualismi di ogni sorta.

Ha incontrato ostacoli anche svolgendo un lavoro di salvaguardia ambientale?

Quando si ha a che fare con regimi autoritari il rischio esiste sempre, perché spesso si vanno a toccare interessi particolari. Ho dovuto negoziare con corporation petrolifere che volevano scavare pozzi nell’area di nidificazione dell’ibis, cementifici che volevano costruire nella zona di Palmira. Ho sempre cercato di non mettere troppo a repentaglio la mia vita, ma in questi casi è difficile stabilire dove sta il confine e spesso ho rischiato troppo.

“Salam è tornata” parla di tutto questo?

Il libro si focalizza sulla conservazione di questi uccelli rarissimi, estendendosi alla questione della Siria e di un regime che ho conosciuto da vicino. Al centro c’è il tentativo di salvare gli ultimi 7 esemplari di una popolazione unica. Abbiamo riscoperto l’ibis eremita nel 2002 cercando di salvarlo dall’estinzione, ma le condizioni erano difficilissime. E’ stato ingenuo e idealista da parte nostra pensare di raggiungere questo obiettivo, ma lo rifarei, in quanto abbiamo sfiorato un miracolo. Alla fine non ci siamo riusciti e la guerra ha chiuso la storia in modo triste.

Oltre al lavoro, nel libro parla anche dei suoi rapporti umani in Siria?

Alla saga dell’ibis eremita si intrecciano storie bellissime, in particolare la forte amicizia stretta con la popolazione nomade di Palmira. Con loro ho costruito un team unito. Abbiamo istituito i primi parchi nazionali, addestrando persone motivate. In 10 anni avevamo fatto tantissimo, ma serviva molto più tempo e la guerra ha tolto ogni possibilità. Oggi i miei compagni più stretti stanno cercando di lasciare la Siria. Uno di loro è riuscito a entrare in Turchia, gli altri due invece sono bloccati al confine.

L’aiuto della popolazione locale è stato determinante per la sua ricerca?

Sì, molti ricercatori sottovalutano questo aspetto, ma il coinvolgimento e la collaborazione con la popolazione locale sono stati fondamentali, ed è grazie a loro che ho scoperto questa colonia di ibis e li abbiamo protetti per diversi anni. È un animale che ha avuto un valore culturale importante: per gli antichi egizi era il dio che traghettava le anime dei morti, un personaggio nero, funesto. Per gli stessi egiziani e i beduini era un simbolo di saggezza. I musulmani invece pensavano che questo uccello facesse da guida ai pellegrini verso la Mecca.

Chi è Salam?

Una delle femmine della colonia. Gli ibis erano marcati con trasmettitori satellitari che ci permettevano di seguire i loro spostamenti fino in Etiopia. Ogni anno a febbraio aspettavamo il ritorno di questi ibis e Salam non ci deludeva, tornava sempre. Paradossalmente il suo nome in arabo significa “pace”.

A quali cause si può attribuire l’estinzione dell’ibis eremita in Medio Oriente?

Sui media circolano false notizie, cioè che la sua estinzione sarebbe dovuta all’arrivo dello Stato Islamico nei territori in cui nidifica nel 2015. Non è assolutamente vero. Le cause sono principalmente due: la distruzione dell’habitat naturale e la caccia.

Lei è stato l’ultimo testimone della loro esistenza.

Il ceppo marocchino dell’ibis eremita esiste ancora, con circa 200 individui, ed è l’unico rimasto. Posso dire di aver documentato l’estinzione di una popolazione unica, migrante di lungo percorso, che viveva solo in Medio Oriente. E, ironia della sorte, gli ibis si sono estinti proprio nel 2015, lo stesso anno in cui sono state distrutte le rovine di Palmira.

Chi è Lorenzo Lazzerini

Classe 1988, giornalista pubblicista, laureato in Scienze Politiche e Internazionali all'Università di Pisa con una tesi sul progressivo allontanamento della Turchia dall'area europea. Ha frequentato il Master in Giornalismo Internazionale presso l'Institute for Global Studies di Roma e il Master in Giornalismo dell'Università Iulm di Milano. Lavora presso la cooperativa giornalistica Primo Piano e collabora con East Journal dal luglio 2016.

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