La conversione di Ocalan. Al verbo di Benedict Anderson

Poco tempo fa ci ha lasciati Benedict Anderson, decano degli studi sul nazionalismo. Irlandese nato in Cina, cresciuto in California e morto in Indonesia, Anderson ci lascia in eredità soprattutto il concetto di “comunità immaginate“: l’idea che le nazioni non abbiano nulla di intrinsecamente naturale, ma siano costruzioni sociali attraverso cui ogni persona trova la propria appartenenza in un gruppo più ampio.

Torri d’avorio dell’accademia a parte, un contributo inatteso Benedict Anderson l’ha dato al processo di pace tra turchi e curdi. Perchè la conversione ideologica del leader nazionalista curdo Abdullah Öcalan, dal 1999 detenuto sull’isola di İmralı, è dovuta tra gli altri alla lettura dei suoi libri. Una storia improbabile, ma che ha avuto grande importanza nelle evoluzioni della situazione in Turchia negli ultimi anni. Öcalan ha più volte dichiarato che il suo obiettivo non è più quello di uno stato indipendente per i curdi di Turchia, ma solo maggiore autonomia e diritti culturali. Il disperato tentativo di un prigioniero di appellarsi alla clemenza dei propri carcerieri? Eppure Ocalan stesso dichiara ciò che segue, al giornale turco Radikal:

Rendermi conto di essere stato un dogmatica positivista è stato certamente collegato al mio isolamento. In isolamento ho afferrato un concetto alternativo della modernità: che le strutture nazionali possono avere molti modelli differenti, che in generale le strutture sociali sono fittizie e creati da mani umane, e che la natura è malleabile. In particolare, superare il modello dello Stato-nazione è stato molto importante per me. Per molto tempo questo concetto è stato un principio marxista-leninista-stalinista per me. Esso in sostanza ha avuto la qualità di un dogma immutabile. Poiché il socialismo reale non aveva superato il modello di stato nazionale e lo vedeva come una necessità di base per la modernità, non siamo stati in grado di pensare a un’altra forma di nazionalismo, per esempio il nazionalismo democratico. Quando dicevi nazione, ci doveva assolutamente essere uno stato! Se i curdi erano una nazione certamente avevano bisogno di uno stato! Tuttavia, da quando le condizioni sociali si sono intensificate, da quand ho capito che le nazioni stesse erano la realtà più insignificante, formate sotto l’influenza del capitalismo, e da quando ho capito che il modello di stato-nazione era una gabbia di ferro per le società, mi sono reso conto che la libertà e la comunità sono concetti più importanti. Rendendosi conto che lottare per gli stati nazionali equivale a combattere per il capitalismo, una grande trasformazione nella mia filosofia politica ha avuto luogo. Ho capito che ero stato vittima della modernità capitalistica.

“Sembra una cosa uscita dalla fantasia di un accademico”, commentava Nick Danforth nel 2013. “Dopo aver studiato una teoria, un leader guerrigliero decide di abbandonare la violenza e di abbracciare il multiculturalismo democratico“. Eppure, se prima della recrudescenza della scorsa estate le relazioni turco-curde sembravano destinate al miglioramento, e se il partito democratico filo-curdo HDP è arrivato a raccogliere oltre il 10% dei voti in tutta la Turchia, è anche grazie alle nuove posizioni della vecchia leadership curda, che più volte negli ultimi anni ha fatto da mediatore tra il governo di Ankara e i guerriglieri del PKK. D’altra parte, la leadership turca negli ultimi anni si era cullata nel sogno di un neo-ottomanesimo più accomodante verso le identità “altre” rispetto ai turchi etnici – dagli alevi ai curdi – e di un affarismo capitalista che contava di risolvere le questioni etnoculturali affrontando il sottosviluppo economico del sud-est anatolico. Una politica comunque più progressista della pura repressione militare del passato. Specularmente, la maggioranza dei curdi di Turchia è arrivata per varie vie – tra cui l’emigrazione di intere comunità nelle metropoli del centro e dell’ovest del paese – ad accettare una soluzione basata sull’autonomia e la libertà culturale all’interno dello stato turco.

Nella sua cella di isolamento, negli ultimi 15 anni, Öcalan ha iniziato a divorare la letteratura accademica sul tema, talvolta facendosela tradurre personalmente in turco o in curdo. In primis il teorico dell’anarchia Murray Bookchin, quindi Immanuel Wallerstein con il suo sistema-mondo, infine lo storico francese Fernand Braudel e appunto il teorico del nazionalismo Benedict Anderson. Nel 2008, abiurando alle sue precedenti credenze sul centralismo democratico e la lotta armata, Ocaland scriveva che un partito-stato gerarchico era una contraddizione rispetto ai “principi di democrazia, libertà ed eguaglianza”, distaccandosi dalla cultura politica del PKK per la quale “la guerra è compresa come la continuazione della politica con altri mezzi, e romantizzata come strumento strategico”.

Abbandonata l’idea di uno stato-nazione per i curdi come sottoprodotto dell’ideologia del capitalismo mondiale, Ocalan iniziava quindi a proporre un modello di “dual power“: una confederazione dei curdi e degli altri popoli che vivono nella regione, tramite un disimpegno dalle strutture statali e la creazione di strutture alternative di governance politica ed economica. Idee che Öcalan ha messo per scritto in saggi quali Democratic Confederalism (2012) e Liberating Life: Woman’s Revolution (2014), e che stanno alla base della costruzione dei cantoni autonomi curdi del Rojava, nella Siria in guerra.

Ciò che in particolare differenzia il “confederalismo democratico” proposto da Öcalan rispetto al nazionalismo, al marxismo o ad altri filoni di pensiero di sinistra (anarchismo, democrazia partecipativa, socialismo libertario) – con la possibile eccezione dello zapatismo – è l’idea della liberazione della donna. Perché per i nazionalisti come per i marxisti la donna può essere combattente durante la rivoluzione nazionale o di classe, ma poi le strutture del patriarcato tendono inevitabilmente a riportarla ai suoi ruoli tradizionali di moglie e madre. Öcalan arriva invece a scrivere, in  Liberating Life: “La soluzione ad ogni problema sociale in medio oriente deve tenere in considerazione la posizione della donna … il ruolo che la classe lavoratrice ha un tempo avuto deve oggi essere ripreso dalla sorellanza delle donne“. Parole che Meredith Tax qualifica come “sorprendenti per un ex guerrigliero marxista”, e che “solo il più radicale femminista occidentale oggi avrebbe il coraggio di proporre”. E, continua Öcalan:

“Bisogna mettere in agenda la questione maschile, che è molto più importante della questione femminile. E’ probabilmente più difficile analizzare i concetti di dominio e potere, concetti legati all’uomo. Non è la donna, ma l’uomo, che si rifiuta di cambiare. Teme che abbandonare il ruolo della figura maschile dominante lo lascerebbe nella posizione del monarca che ha perduto il proprio stato. Dovrebbe invece essere reso consapevole che tale forma di dominazione lascia anch’egli privo di libertà e, quel che è peggio, impedisce ogni riforma.”

Parole che non ci si aspetterebbe, forse, da un baffuto settantenne musulmano. Per questo, come per altre evoluzioni che ci lasciano qualche speranza nel futuro, bisogna rendere grazie anche a Benedict Anderson.

Foto: Nora Miralles, Flickr

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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