SIRIA: La ‘war on terror’ di Putin. Quali sono gli obiettivi di Mosca?

Dopo i raid aerei, la Russia mobilita le navi da guerra nel Mar Caspio e da qui lancia missili in direzione della Siria, colpendo principalmente le province di Hama e Idlib. A una settimana dall’inizio dei bombardamenti sul paese, i raid aerei della Russia hanno preso di mira tutti i gruppi armati che si oppongono al regime di Bashar al-Assad, esclusi i curdi.

Nel bersaglio del Cremlino finiscono il Fronte al-Nusra e Ahrar al-Sham, attivi nel nord-ovest e uniti nella coalizione Esercito della Conquista: i primi sono il ramo siriano di al-Qaeda, i secondi sono estremisti salafiti. Sempre al nord, vicino a Idlib, è stata bombardata la brigata Suqur al-Jabal, appoggiata a suo tempo dagli Usa. Nell’area di Homs finisce sotto le bombe russe anche Harakat Tahrir, una minuscola costola del defunto Esercito Siriano Libero e forse uno dei pochi gruppi non islamisti attivi oggi in Siria.

Forse è stato colpito anche l’Isis, benché in maniera minore: il ministero della Difesa russo parla di incursioni su al-Qaryatain (Homs) e Raqqa, l’autoproclamata capitale del Califfato. Ma a giudicare dai video ufficiali restano forti dubbi che siano realmente avvenuti in quelle zone.

L’Assadistan prima di tutto

Se si riportano i raid sulla mappa della Siria inizia a diventare più chiara la lista delle priorità della Russia. In cima c’è l’aiuto al moribondo regime di Damasco. Per puntellare Assad le direttrici sono due: allontanare i ribelli che minacciano l’area costiera di Latakia (roccaforte alawita del regime) e rinsaldare l’asse Damasco-Aleppo, quindi l’arteria stradale M5. Proprio su queste due zone si sono concentrati più dei tre quarti dei raid russi. In pratica, l’obiettivo numero uno del Cremlino è creare un ‘Assadistan’, una zona di sicurezza minima per il regime. Un obiettivo che è anche – forse soprattutto – politico: è il presupposto per sedere al futuro tavolo dei negoziati da una posizione di forza e pilotare la transizione. Assad dovrà obbedire al Cremlino, che potrà avere voce in capitolo sul futuro inquilino di Damasco e sull’assetto del paese.

Un occhio al Caucaso

C’è un secondo motivo per cui non deve stupire l’accanimento militare nella zona di Idlib. Lì sono attive due formazioni che preoccupano parecchio il Cremlino. Si tratta della Katibat al-Tawhid wal-Jihad e di Jaish al-Muhajireen wal-Ansar: sono composte esclusivamente da ceceni, uzbeki e tagiki. Il timore è che presto o tardi lascino la Siria per tornare nel Caucaso del nord. Putin l’aveva annunciato senza mezzi termini nel discorso all’Onu chiamandolo ‘attacco preventivo’ à la Bush junior. Il leader ceceno Kadyrov, più realista del re, ha implorato Putin di lasciargli inviare in Siria le sue Forze speciali.

Le insidie di Aleppo

E poi c’è Aleppo. La seconda città della Siria fa gola a molti. Regime e ribelli se la contendono da 5 anni, da altrettanti la Turchia tenta il colpo chiedendo una no fly zone che terrebbe lontani i curdi e proietterebbe Ankara verso il cuore commerciale della Siria. Per la Russia riprendere Aleppo significherebbe assestare un duro colpo a quegli stati che finanziano e armano i ribelli della regione, dalla Turchia al Qatar all’Arabia Saudita, tutti uniti per arginare l’influenza dell’Iran alleato di Assad. E non è detto che l’intervento russo non li spinga a giocare il tutto per tutto. Se riprenderanno ad armare i ribelli – e qualche dispositivo anti-aereo è già spuntato negli ultimi giorni –la Russia corre il rischio di impantanarsi e passare in Siria ben più dei 3-4 mesi previsti dal ministero della Difesa. A quel punto servirebbe un cospicuo rinforzo sul campo da parte di Hezbollah e Iran, che non è così scontato.

L’Isis è in fondo alla lista. Per ora

Infine l’Isis. Per il momento è l’ultima delle priorità per la Russia, e lo dimostrano i pochi raid condotti. Non è detto che sia così per sempre. Da al-Qaryatayn l’Isis minaccia Homs e non è poco: potrebbe tagliare in due l’area sotto il controllo di Assad. È probabile che in un secondo tempo i russi si concentrino su quella zona, dove peraltro si trovano alcuni importanti pozzi petroliferi. Poco più in là c’è Palmira. Simbolo della ‘barbarie dell’Isis’ rimbalzata su tutti i media occidentali: la tentazione di strapparla al Califfato è forte, sarebbe un trionfo d’immagine senza precedenti e metterebbe in luce l’impotenza di Usa e alleati. È realistico questo scenario? Il giornalista britannico Robert Fisk risponde di sì e dall’ufficio di Beirut sostiene che la sua è una ‘supposizione informata’.

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Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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Un commento

  1. Appae ovvio che la Russia, intervenendo in Siria, colpica gli obiettivi decisi dal Governo siriano.
    Non certo quelli decisi dalla NATO.
    Dopooltre 4 anni di guerra, il Governo siriano è tutt’altro che moribondo, tanto da indurre gli USA ed i suoi ascari ad attuare delle no-fly zone sulla Siria per venirne a capo.
    Senza la no-fly zone il Governo siriano resiste ulteriormente: con il supporto aereo e di artiglieria russo si riprende la mano superiore.

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