Dove inizia l'Europa? La Spagna, i migranti, e il dilemma di Ceuta e Melilla

Sono più di 10mila i migranti che dall’inizio dell’anno hanno provato a entrare a Ceuta e Melilla, le piccole esclaves spagnole sulla costa mediterranea del Marocco. Oltre 3500 ci sono riusciti, superando il complesso sistema di barriere alla frontiera e raggiungendo i centri di permanenza temporanea. Numeri che spaventano Madrid. Rispetto all’anno scorso, infatti, gli ingressi sono raddoppiati. Al confine con Melilla gli ultimi tentativi: il 20 ottobre sono entrati in 60, il 21 ci hanno provato in 500 prima che la polizia marocchina li disperdesse, il giorno dopo altri 400 divisi in due gruppi. Così il governo di MarianoRajoy ha deciso di intervenire. Non con più pattugliamenti o nuovi dispositivi di dissuasione, ma con una modifica alla legislazione vigente.

Dove inizia la Spagna?

Tutto ruota attorno al concetto di “ingresso effettivo”. Fino a oggi bastava che i migranti saltassero oltre le barriere o che si trovassero a metà della tripla cortina di filo spinato alta 6 metri. Invece con la nuova legge devono considerarsi in territorio spagnolo solo una volta superato l’ultimo agente del cordone di sicurezza, che li attende all’interno del perimetro. Chi viene intercettato può essere direttamente espulso.

Diverse ONG denunciano questa misura come illegale: anche un’ipotetica “zona cuscinetto” va considerata sotto la giurisdizione spagnola, e dunque l’ingresso del migrante sarebbe già effettivo. La portavoce di Amnesty María Serrano parla di espulsioni sommarie (vietate dal quarto protocollo della Convenzione europea sui diritti umani e dalla Convenzione sullo Status di rifugiato), e minaccia di portare il caso a Strasburgo. Per il ministro dell’interno Jorge Fernández Díaz, invece, la misura non contrasta con le altre leggi nazionali e internazionali perché si limita a regolare in modo esplicito i compiti della polizia e a legittimarne alcuni comportamenti. La Guardia Civil infatti è finita più volte sotto accusa per aver usato spray urticanti e proiettili di gomma in modo sproporzionato rispetto al pericolo reale, e soprattutto quando i migranti avevano già messo un piede oltre la frontiera. Il provvedimento sarebbe quindi necessario per contrastare quelle che le autorità di Melilla definiscono “nuove tecniche di attacco” frutto di una “pianificazione professionale”.

Un muro lungo 30 anni

È la prima volta che la Spagna tenta di fermare l’immigrazione irregolare con leggi ad hoc per le due exclaves. La decisione del governo arriva dopo 30 anni di interventi di dissuasione tramite le barriere. Prima a Ceuta, dal 1995: una doppia rete lunga 8 km e alta 3 metri (adesso portati a 6), sensori di movimento, videocamere con visione notturna. Poi lungo i 12 km del confine di Melilla, dal 1998. Qui le barriere sono tre, alte fino a 6 metri, con le sommità basculanti per impedire ai migranti di aggrapparsi, dotate di una maglia anti-salita, sensori termici e filo spinato. Fra installazione e migliorie nel corso degli anni, la Spagna ha speso in tutto quasi 200 milioni di euro.

Il numero di ingressi irregolari a Ceuta e Melilla non sembra giustificare l’approccio strettamente securitario di Madrid, specie se si prendono in considerazione altre rotte migratorie che coinvolgono Marocco e Spagna. Le barriere delle esclaves sono state violate da 28mila migranti negli ultimi 10 anni. Ma nel solo 2006, alle Canarie ne arrivarono più di 30mila, partiti con piroghe dalla costa marocchina e dal porto di Nouadhibou, in Mauritania. Fu il primo banco di prova per la neonata Frontex, l’agenzia europea deputata a vigilare sui confini del continente. Con l’operazione di pattugliamento congiunto Hera gli sbarchi vennero quasi azzerati.

Marocco, il gendarme di Madrid

Negli stessi anni l’Ue iniziò una politica di esternalizzazione del controllo dei flussi migratori fondata su accordi bilaterali (anticipata proprio da due programmi con il Marocco, chiamati Enea e Meda). Il problema di fondo era questo: appena si aumentavano i controlli su una delle rotte, i migranti si concentravano su quella adiacente. Dalle Canarie alle Baleari, oppure Ceuta e Melilla, fino alla Libia. Si calcola che ogni anno dall’Africa sub-sahariana arrivino dai 65 ai 120mila migranti, di cui il 30% si dirigerebbe verso il Marocco e gli altri verso la Libia. Perciò l’Ue decise di coinvolgere direttamente i paesi del Maghreb garantendo in cambio un maggior supporto economico.

Così il Marocco ha stretto accordi sempre più impegnativi con la Spagna (che cerca di gonfiare il numero di migranti prospettando un’invasione). Oltre a due trattati in materia di flussi migratori nel 2004 e nel 2006 e un protocollo sui minori non accompagnati nel 2007, ha firmato un patto di cooperazione sulla mobilità nel 2013, nel quale il Marocco si impegna ad accogliere anche cittadini di altra nazionalità, espulsi dalla Spagna, se può essere dimostrato che sono transitati sul suo territorio. Infine, su pressione di diversi paesi europei, per tutto il 2014 i migranti sub-sahariani irregolari potranno beneficiare di una sanatoria straordinaria e ottenere un permesso di soggiorno.

In pratica, come nel caso esemplare dell’accordo del 2008 fra l’Italia e la Libia di Gheddafi, al Nord Africa viene affidato il ruolo di gendarme d’Europa. Una strategia che nel caso del Marocco, come denunciano un report di Human Rights Watch e altre ong locali, espone i migranti a espulsioni forzate, abusi da parte delle forze di polizia e li lascia senza una tutela effettiva dei loro diritti.

Foto: AP-Lapresse/Santi Palacios

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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