Il Portogallo, una colonia angolana

RUBRICA: Occidenti

E l’Angola si compra il Portogallo, ormai i ruoli si sono capovolti tra l’ex colonia e la madrepatria: la crescita economica di Luanda consente al Paese africano di guardare con interesse a investimenti nella vecchia potenza coloniale, indebolita dalla crisi del debito e costretta a privatizzare. Il premier portoghese Pedro Passos Coelho non sa più dove prendere i soldi e più che un primo ministro sembra un rappresentante di commercio, sempre in giro a promuovere le imprese pubbliche che devono essere vendute per fare cassa. E’ il prezzo della privatizzazione, parola d’ordine insieme ad “austerità” in questa crisi europea. E chi in crisi non è, ne approfitta. Il Portogallo è così mèta di investimenti per Brasile ed Angola. Ma se l’economia carioca è da anni in crescita, a stupire è proprio il Paese africano.

L’Angola, ricca di petrolio, dovrebbe registrare un tasso di crescita del 12% nel 2012, Luanda ha liquidità in cassa proprio mentre Lisbona è costretta a privatizzare, nel rispetto dell’accordo raggiunto a maggio con l’Unione Europea e il Fondo monetario internazionale (Fmi), che prevede la cessione, totale o parziale, della compagnia aerea TAP, dell’azienda Energias de Portugal e della banca BPN. Secondo le stime di Ipris (il think tank portoghese), gli investimenti angolani in Portogallo sono passati da 1,6 a 116 milioni di euro dal 2002 al 2009, e il 3,8% della capitalizzazione azionaria dalla Borsa di Lisbona è ormai in mani angolane.

L’Angola è dunque una delle realtà economicamente più dinamiche dell’Africa. La traiettoria politica dell’Angola dalla decolonizzazione ad oggi è stata però tormentata e sanguinosa e la democrazia non è dietro l’angolo. E’ stato tra gli ultimi paesi africani a vedere la fine del dominio coloniale diretto  e solo dopo che ne 1974 con la morte di Salazar è finita anche la sua dittatura fascista sul Portogallo. Il Paese ha poi vissuto un periodo di guerra civile in piena guerra fredda, diventando un campo di battaglia tra le opposte superpotenze. Tra le opposte fazioni si impose lo MPLA che rappresentava all’epoca il più o meno legittimo governo angolano, essendo stato lo stesso MPLA a dichiarare  l’indipendenza nel 1975, subito riconosciuta dal nuovo Portogallo democratico. Il primo presidente eletto fu Agostinho Nieto a cui succederà il presidente Dos Santos, che com’è accaduto altrove da allora è rimasto sempre in carica.Una vera e propria pacificazione tra le parti in lotta si raggiunge solo nel 2002 dopo un cessate il fuoco nel 1989.

E’ dal 2002 che l’Angola registra una rapida crescita economica. Ma le ombre non mancano. Tra gli angolani più attivi e in vista c’è una donna, Isabel Dos Santos, che casualmente è figlia del presidente e possiede interessi nelle comunicazioni e in diverse altre attività tra cui la Sonagol, l’azienda petrolifera statale angolana, che a sua volta partecipa alla Galp, la maggiore società petrolifera portoghese, che a sua volta controlla la Electrecidade de Portugal, azienda elettrica pubblica lusitana. Insomma, attraverso una serie di scatole cinesi gli uomini (e donne) d’affari angolani (vicini alla famiglia del presidente Dos Santos) controllano parte dell’economia portoghese.

E a proposito di cinesi, l’Angola ha finanziato la sua crescita economica con capitali di Pechino. I vertici angolani, non volendo sottostare ai rigidi controlli del Fondo monetario internazionale o della Banca mondiale, hanno preferito rivolgersi a oriente. La Cina, che già stava espandendosi in Africa, ha investito miliardi di dollari in Angola senza richieste di particolare trasparenza o democrazia. Ora che l’Angola ha soldi da investire si è rivolta all’Europa in crisi, anche per diversificare le reti di finanziamento. Non potevano affidarsi solo ai cinesi, che sono peraltro malvisti da parte dell’opinione pubblica: sopravvive nel paese africano uno spiccato sentimento anti-coloniale. Meglio allora rivolgersi all’ex madrepatria che guarda all’Angola non già come un’ex colonia ma come un Paese lusofono, culturalmente prossimo.

A testimonianza di ciò c’è il fatto che molti portoghesi, perlopiù giovani, stanno emigrando proprio verso l’Angola. Secondo l’Osservatorio per le migrazioni ormai sono 100mila i portoghesi che si sono trasferiti laggiù, quattro volte il numero di angolani che vivono in Portogallo. Secondo quanto riportato dal quotidiano francese Liberation ad attrarre i portoghesi sono le possibilità di lavoro e gli stipendi più alti. Bisogna ricostruire tutto dopo decenni di guerra civile. Servono ingegneri edili, esperti in telecomunicazioni, consulenti finanziari, possibilmente di lingua portoghese. Per i portoghesi è una vera e propria manna: quarantenni o giovani laureati, disoccupati o in cerca di avventura, tutti si mettono in viaggio per l’Africa. Un ingegnere appena laureato o un giornalista con tre anni di esperienza, che guadagnano al massimo mille euro in Portogallo, se ne vedono offrire tremila in Angola, il più delle volte con vitto e alloggio pagato dai datori di lavoro. Certo non è tutto oro quello che luccica: corruzione politica, oligarchie di potere, inquinamento e problemi sociali (basti pensare che in pochi anni Luanda, la capitale, è diventata una megalopoli da sette milioni di abitanti). Ma non è solo uno slogan giornalistico dire che, in questo momento, il Portogallo è una colonia dell’Angola.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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