BIELORUSSIA: Solite elezioni nella solita dittatura

Le elezioni parlamentari del 2012 si sono pigramente svolte in Bielorussia questo weekendÈ persino noioso parlarne: nel regime di Lukashenko, le “elezioni” non sono che una farsa ben organizzata. Nessuna libertà d’espressione né di dissenso, mano pesante della polizia (la milicija) sui candidati indipendenti, risultati già conosciuti ben prima dell’inizio delle procedure elettorali, partiti d’opposizione che non partecipano e invitano al boicottaggio. Il risultato finale, per capirci, dovrebbe essere di 109 parlamentari su 110 per il partito di regime, e un seggio da riassegnare per mancanza di quorum. Le organizzazioni internazionali (OSCE in testa) troveranno un modo per dire, diplomaticamente, che le elezioni non sono state “free and fair” ma che qualche limitato progresso bisogna pur vederlo per non perdere la speranza. Ma perché mai una dittatura dovrebbe prendersi la briga di organizzare delle elezioni?

Come consolidare una dittatura in Europa

Il sistema instaurato da Lukashenko viene indicato da politologi quali Pavel Uzov come “neo-autoritario e caratterizzato dalla rimozione precoce dei processi democratici in via di consolidamento, da un ampio sostegno da parte della popolazione, e dalla resistenza a pressioni interne ed esterne per la liberalizzazione. Il regime combina elementi di continuità con il sistema sovietico (caratterizzato da centralizzazione, controllo, repressione e ateismo) con altri elementi di discontinuità, tipici di regimi democratici o “aperti” (elezioni, partiti, libertà religioso, pluralismo limitato), in grado di dargli la necessaria flessibilità.

Tra gli elementi di discontinuità ed innovazione vi sono i meccanismi elettorali di legittimazione del potere e mobilitazione dei cittadini; un limitato pluralismo politico e informativo (la presenza di 7 partiti d’opposizione registrati aiuta a legittimare le elezioni davanti ai cittadini stessi e agli osservatori internazionali, internet è ancora libero, ma raggiunge solo il 3% della popolazione); la libertà di espressione religiosa, declinata in senso ortodosso-maggioritario e inserita nell’ideologia di stato; una componente liberale/capitalistica dell’economia (20%) che resta minoritaria ma permette al sistema di assorbire con maggior flessibilità gli shock esterni; un’autonomia individuale dei cittadini, declinata in libertà di movimento interno al paese e consumi materiali, ma senza possibilità di attivismo politico.

Gli elementi democratici inseriti in questo neo-autoritarismo vengono tenuti sotto stretto controllo: non è possibile impegnarsi in ONG e partiti d’opposizione per gli impiegati statali (50% della popolazione attiva) e le organizzazioni non registrate sono soggette a procedimenti penali con pene da 3 a 5 anni. Gli studenti che si trovino a parteggiare per l’opposizione rischiano la perdita dei sussidi e l’espulsione dall’università.

I fattori dell’immobilismo: politica, economia, mentalità

L’opposizione resta frammentata e debole, per cause tanto interne quanto esterne. Da una parte, i dissidenti soffrono lo scontro tra un blocco nazionale e un blocco filo-russo, sfruttato dalla propaganda di stato; una tendenza ad “attendere il miracolo” (crisi economica o influenza russa) che possa cambiare la situazione; la mancanza di un vero interesse al cambiamento politico, quanto piuttosto la ricerca dei finanziamenti per tenere in vita le strutture organizzative stesse. Ciò è un riflesso della stessa mentalità del governo: una visione del potere come accesso alle risorse piuttosto che come gestione della cosa pubblica. Dall’altra parte, i cittadini bielorussi sanno che un cambiamento di regime metterebbe a repentaglio quel 50% di posti di lavoro nel settore pubblico e hanno anche per questo un debole potenziale di mobilitazione. Infine, il governo continua a imporre restrizioni materiali all’espressione pubblica del dissenso, e la mancanza di una liberalizzazione economica impedisce la presenza di conflitti materiali di interesse che si possano riflettere in una competizione anche a livello politico, come avvenuto ad esempio in Ucraina attraverso il finanziamento dei partiti politici da parte dei diversi oligarchi.

Contro i due cliché dei Lukashenkiani

Sono due le principali contro-argomentazioni che gli amici di Lukashenko in Italia ripetono ogni volta. La prima suona più o meno: anche se le elezioni fossero gestite secondo standard occidentali, la popolazione bielorussa sceglierebbe Lukashenko. In realtà è scientificamente impossibile dire quali sarebbero le preferenze espresse da una popolazione una volta che si cambiano pressoché tutte le regole del gioco, dalla libertà d’espressione alla mancanza della paura di ritorsioni. Lo si è visto nel 1989 in Polonia, quando il partito comunista credeva di vincere comunque e il 99% dei seggi al Senato andò invece a Solidarnosc. L’attuale sistema, per come è organizzato, permette all’élite attuale di mantenersi comodamente al potere.

La seconda invece sostiene: tutto sommato i bielorussi non stanno male, in quanto a livelli di vita. Un cambiamento di regime politico ed economico impoverirebbe la popolazione. Anche in questo c’è un fondo di verità: il regime bielorusso compra il consenso permissivo della maggioranza della popolazione tramite la ridistribuzione del reddito. Tuttavia le politiche attuali stanno lentamente erodendo le basi economiche della Repubblica (ad esempio tramite la vendita alla Russia di quote sempre maggiori delle aziende e reti energetiche statali) e gli effetti della svalutazione dell’anno scorso ancora si fanno sentire sui salari.

Se ne esce? Non se ne esce?

Non c’è una ricetta unica per uscire da un regime autoritario. I politologi Juan J. Linz e Alfred Stepan nel 1996 ne elencavano almeno 7, tra cui la sconfitta militare (come per Germania e Italia), l’intervento dell’esercito stesso contro il regime (Portogallo), il collasso per sollevazione popolare (stile Ucraina 2004), il compromesso riformista (Polonia e altri paesi centroeuropei) e la liberalizzazione graduale (Spagna). Per il momento, nessuna di queste strade sempre plausibile per la Bielorussia nel corto-medio periodo. L’Unione Europea, che aveva puntato sulla strada della liberalizzazione graduale, dopo il fallimento dell’opzione del sollevamento popolare nel 2006, questa volta non ha proferito parola e si prepara a mantenere le sanzioni. Anche se è sempre estremamente difficile prevedere il collasso degli imperi (prova ne siano il 1989 e il 2011), per ora in Bielorussia i fattori di stabilità del regime sembrano essere ancora più forti degli eventuali fattori di cambiamento.

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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4 commenti

  1. Ottimo articolo, secondo te c’è qualche prospettiva di cambiamento? Lukashenko introdurrà alcune timide riforme per ammorbidire il suo regime o continuerà ad usare il pugno di ferro? quali sono i rapporti attuali con Mosca?
    perdonami le troppe domande

    • A parere mio, al momento no. L’unica cosa che può minacciare Lukashenko è la catastrofe economica. Ma sa bene che non converrebbe né all’UE né alla Russia. Quindi, come un buon autocrate di un paese di mezzo, gioca di sponda.
      Putin non lo ama affatto, specialmente perché vorrebbe impadronirsi degli asset economici bielorussi in caso di liberalizzazione; Lukashenko dice di rifiutare, ma per necessità economiche sta lentamente sgretolando le risorse del paese e vendendole ai russi.
      Spero di aver risposto a qualcosa 🙂

  2. ottima fotografia di un paese al quale sono legato

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