Il dibattito si riaccende attorno al discorso groenlandese, con il tema della sicurezza centrale per tutte le parti coinvolte. Eppure, sembra che per Unione Europea, Stati Uniti e Groenlandia, il termine abbia accezioni sostanzialmente diverse.
Sotto l’ombra di Washington
Esattamente dodici mesi dopo le rinnovate pretese da parte del (allora) neoeletto presidente Donald J. Trump – ne parliamo qui – la morsa torna a stringersi per la Groenlandia. Il territorio, che ricordiamo essere uno stato autonomo sotto sovranità danese, copre una posizione strategica nell’Artico, risultando, secondo la Casa Bianca, cruciale per il mantenimento della sicurezza nazionale statunitense. Le acque artiche stanno guadagnando sempre più spazio all’interno del dibattito geopolitico internazionale, con una presenza russa e cinese sempre più attiva nella regione, e il controllo americano dell’isola garantirebbe agli USA una posizione di favore nel monitoraggio della regione, così come una base cruciale per il posizionamento di sistemi di allerta antimissile.
I recenti sviluppi internazionali, come la cattura del presidente venezuelano Maduro per mano statunitense, sommati alle ultime dichiarazioni del Tycoon, hanno riacceso i timori non solo tra i cittadini groenlandesi, ma in tutta Europa. Considerata la presenza militare permanente statunitense già attiva sull’isola, concentrata nella base di Pituffik in virtù degli accordi siglati nel secondo dopoguerra, la popolazione groenlandese si dice aperta a discutere eventuali intese volte a rispondere alle esigenze di sicurezza di Washington. Tuttavia, tale disponibilità non si estende in alcun modo a ipotesi di acquisizione o annessione. Per i circa 57 mila abitanti della Groenlandia, oggi come in passato, la posizione resta netta: l’isola fa parte del Regno di Danimarca e non vi è alcuna intenzione di essere “comprati” né integrati nel Nord America.
Diplomazia in stallo
Nel tentativo di raggiungere un dialogo con i vertici statunitensi, i leader di Danimarca e Groenlandia si sono rivolti verso il Segretario di Stato Marco Rubio, che ricopre anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale. In modo inatteso, anche il vicepresidente J.D. Vance ha preso parte ai colloqui, alimentando un clima di tensione legato alle sue ben note posizioni critiche nei confronti dell’Europa. In numerose capitali del continente si rafforza infatti la percezione che Vance stia esercitando un’influenza decisiva sulla linea della Casa Bianca, orientandola verso un atteggiamento più duro nei confronti degli alleati storici degli Stati Uniti.
I diplomatici europei guardano con crescente apprensione al futuro dell’isola artica, ritenendo sempre più arduo individuare un terreno di compromesso di fronte a quelle che vengono percepite come le ambizioni espansionistiche del presidente Trump. Nonostante l’invito del Ministro degli Affari Esteri Rasmussen a imboccare la strada per una cooperazione rispettosa in Groenlandia, la linea della Casa Bianca è rimasta invariata: Donald Trump ha continuato a insistere sulla necessità per gli Stati Uniti di acquisire l’isola artica, mettendo in dubbio la capacità di Copenaghen di garantirne adeguatamente la sicurezza.
La Groenlandia sceglie l’Unione
Di fronte alle pressioni statunitensi, l’Europa ha reagito con un duplice segnale: militare ed economico. Danimarca, Francia, Germania, Norvegia e altri Paesi hanno annunciato l’invio di contingenti limitati in Groenlandia per esercitazioni e missioni di ricognizione, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la presenza NATO nell’Artico. A queste iniziative si affiancano avvertimenti politici sempre più preoccupati: diversi leader europei hanno sottolineato che un’eventuale azione coercitiva americana contro un territorio di un alleato costituirebbe un precedente senza eguali nella storia dell’Alleanza.
Sul piano economico, Bruxelles ha lasciato intendere di poter aprire una guerra economica con Washington. Tra le opzioni sul tavolo figurano pacchetti di dazi su decine di miliardi di euro di importazioni statunitensi e l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’UE, che potrebbe colpire investimenti, appalti pubblici e servizi finanziari. Le tensioni hanno già scosso i mercati, con ribassi nelle borse europee e americane.
Se Trump dovesse trasformare la pressione diplomatica in una mossa aggressiva, le conseguenze per la NATO e per il sistema di alleanze occidentali sarebbero profonde: un conflitto interno all’Alleanza metterebbe in discussione decenni di cooperazione strategica e rischierebbe di aprire una frattura storica nei rapporti transatlantici, proprio mentre Russia e Cina osservano con attenzione l’evolversi della crisi artica.
East Journal Quotidiano di politica internazionale