Giorno del Ricordo, la retorica etnica che nasconde le nostre colpe

di Francesco Mazzucotelli

Il modo migliore per ricordare morti troppo a lungo dimenticati è quello di provare a capire le circostanze storiche e magari trarre qualche insegnamento che ci aiuti a non ripetere nel futuro quanto è accaduto nel passato.
Il modo peggiore è quello di strattonare i morti da una parte o dall’altra e di strumentalizzarli ignobilmente per finalità di potere che non c’entrano né con il ricordo né con la pietas.

C’erano molti modi possibili per ricordare le vittime delle foibe. Chiunque come me sia stato a Bazovica sa che si trova a poca distanza dalla Risiera di San Sabba / Rižarna pri Sveti Sobota. In generale tutto l’altopiano del Carso è pieno di luoghi di memoria legati ai combattimenti della prima guerra mondiale, come anche il lago di Doberdó / Doberdob.

Si sarebbe potuto e dovuto fare un lavoro sulla memoria dei conflitti e dei confini, provando a parlare di memoria riparativa e allo stesso tempo di riconciliazione. È possibile che certi percorsi si possano fare in Rwanda e in Sudafrica, ma non tra Trieste e Capodistria? Oppure l’apertura dei confini serve solo per andare “di là” a fare la benzina e giocare alle slot machines?

E invece.

E invece il recupero di pagine ingiustamente dimenticate è servito strumentalmente a scavare la contrapposizione nazionalista tra gruppi etnici (salvo poi tifare la Croazia contro la Francia troppo pigmentata nella finale dei mondiali di calcio del 2018).
E invece il recupero di pagine ingiustamente dimenticate si accompagna al continuo oblio di altre pagine, come le atrocità commesse dalle truppe italiane nell’isola di Rab / Arbe.
E invece il recupero di pagine ingiustamente dimenticate diventa surrettiziamente il modo per riabilitare di fatto il regime nazifascista in nome della “italianità”, e di condannare in blocco lo Osvobodilna fronta in nome di una stucchevole retorica anticomunista fuori tempo massimo.

In questo senso, ho trovato estremamente sconfortante ed estremamente grave il discorso pronunciato sabato dal presidente della repubblica. La contestualizzazione storica non è mai necessariamente “riduzionista”. L’indicazione di correlazioni e causazioni non è mai necessariamente una giustificazione o una scusante. È sconfortante dover ribadire questi concetti basilari e che persino esponenti centristi si lascino risucchiare dalla narrativa neo-nazionalista.

La retorica degli ultimi anni ha posto un nesso causale diretto tra le foibe e l’esodo degli italofoni/italiani dell’Istria, istituendo un giorno del ricordo che coincide con la firma del trattato di pace del 1947 tra Italia e Jugoslavia.
Si vogliono ricordare i morti o si vuole mettere in discussione il Trattato di Parigi

Molti storici, tra i quali Enrico Miletto, hanno correttamente messo in luce come l’esodo istriano sia avvenuto in momenti diversi (quello da Pola, ad esempio, solo nel 1947) per un insieme di ragioni, tra cui le pressioni psicologiche create dall’amministrazione jugoslava, la miseria, il timore di ritorsioni.
Un suo peso ebbe anche la rottura tra Tito e Stalin, la repressione dei comunisti filosovietici in Jugoslavia (che finirono a Goli Otok), e l’impossibilità per i comunisti italiani di svolgere un minimo ruolo di interlocuzione tra il governo jugoslavo e la comunità italofona/italiana rimasta. Molto influì la guerra fredda e il clima di omogeneizzazione delle zone di confine che si avviò ovunque dopo la seconda guerra mondiale.

È utile, è opportuno, è rispettoso prendere tutti questi passaggi storici dolorosi e buttarli in un secchio, ammantandoli di retorica etnica? Io credo di no.

Eppure molto altro ci sarebbe da dire sull’esodo istriano, fiumano e dalmata. Persone che lasciarono per sempre i loro averi al magazzino 18 del porto di Trieste, pensando, come tanti altri profughi di altre regioni del mondo, che sarebbero stati via qualche settimana, forse qualche mese, ma che dopo avrebbero potuto fare ritorno alle loro abitazioni.
Cittadini di Zara mandati nei villaggi dell’Appennino umbro-marchigiano, pescatori del Quarnaro mandati a morire di crepacuore nelle nebbie della Padania, contadini dell’Istria spediti a fare i coloni vicino ad Alghero.
Persone spedite come pacchi da un capo all’altro d’Italia, come oggi vengono spediti i richiedenti asilo in base agli ordini prefettizi, tenute per anni in miserabili campi profughi, prima che il sistema di edilizia pubblica fosse in grado di costruire quartieri “giuliano-dalmati” spesso nelle estreme periferie urbane.

Molto ci sarebbe da dire, e qualcosa si è già iniziato a dirlo, sull’esodo istriano, soprattutto per ricordarci collettivamente come lo stato italiano e la società italiana reagirono a quel fenomeno che, per molti versi, rappresenta il primo modello di assorbimento di rifugiati in questo paese. I rilievi storici che si possono fare non sono confortanti. Sarà per questo che ci nasconde dietro una retorica etnica che permette di esonerare alcune colpe interne.

Francesco Mazzucotelli insegna Storia della Turchia e del Vicino Oriente presso l’Università di Pavia. Si occupa in particolare di confessionalismo e identità nazionali. Pubblicato per gentile concessione dell’autore. Titolo nostro.

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