MITTELEUROPA: I quattro di Visegrad minacciano la libertà di stampa

Settimane fa Reporter Senza Frontiere ha fatto uscire l’edizione 2018 del suo indice mondiale della libertà di stampa. Quest’anno colpisce la posizione dei quattro paesi Visegrád, che hanno tutti indistintamente peggiorato la loro posizione rispetto al 2017.

L’indice mondiale della libertà di stampa

Dal 2002, Reporter Senza Frontiere pubblica la classifica di 180 paesi basata sul grado di libertà di stampa. L’indicatore non misura la qualità del giornalismo dei paesi, ma ha l’obiettivo di accertare il pluralismo e l’indipendenza dei mass media, la qualità del quadro legislativo e la sicurezza dei giornalisti.

Il punteggio assegnato si basa sull’integrazione di un’analisi qualitativa fondata sulla diffusione di questionari tradotti in 20 lingue e distribuiti a giornalisti, avvocati ed esperti del settore dei mass media, con un’analisi quantitativa fondata sui dati degli abusi e delle violenze ai danni dei giornalisti nel periodo in esame. L’indice è poi completato con la redazione della mappa dell’indice di libertà della stampa e l’attribuzione di diverse varietà cromatiche ai paesi: bianco sta per una buona libertà, giallo abbastanza buona, arancione problematica, rosso cattiva e nero molto cattiva.

Nel 2018 i Balcani sembrano essere stati interessati da un generale miglioramento delle loro posizioni, fatta eccezione per la Serbia, che ha totalizzato 1,53 punti in meno rispetto al 2017 perdendo dieci posizioni nella classifica. Analogamente, i quattro paesi Visegrád sono stati accumunati da un deciso peggioramento: la Polonia ha perso quattro posizioni e 0,12 punti rispetto all’anno scorso; l’Ungheria ha perso due posizioni e 0,10 punti; la Repubblica Ceca ha perso undici posizioni e 4,18 punti; infine la Slovacchia ha perso 10 posizioni e 4,75 punti.

I dati Visegrád spiegati

Tra i valori più a rischio nel panorama giornalistico polacco c’è certamente il pluralismo informativo. Come riportato da Deutsche Welle, e confermato dall’indice mondiale di libertà della stampa, il governo di PiS ha stretto il controllo sulla televisione pubblica, facendo diventare il servizio informativo pubblico un sistema informativo “nazionale”. Questa tendenza a uniformare il pensiero giornalistico con quello governativo ha decretato licenziamenti di giornalisti ritenuti scomodi e un generale impoverimento dell’offerta informativa. Tra i casi più rilevanti spicca quello del giornalista investigativo Tomasz Piątek, che dopo aver criticato il legame del ministro della difesa polacco Antoni Macierewicz con i servizi di intelligence russi è stato denunciato dallo stesso ministro che ne ha chiesto l’arresto da parte dei magistrati polacchi.

In Ungheria nel corso del 2017, il partito di governo Fidesz, guidato dal primo ministro Viktor Orbán, è riuscito ad acquisire il controllo di un considerevole numero di media e a rimpiazzare le agenzie media estere che in passato hanno investito in quelle ungheresi. Fino a poche settimane fa sembrava che la situazione della stampa ungherese fosse destinata a caratterizzarsi in uno scontro tra i media vicini a Fidesz e il quotidiano Magyar Nemzet, posseduto da Lajos Simicska, che sembrava aver dedicato gli ultimi mesi a inchieste su casi di corruzione che coinvolgessero membri di Fidesz. Tuttavia, a pochi giorni dalla pesante vittoria di Fidesz alle elezioni, Magyar Nemzet ha chiuso, ufficialmente per “motivi finanziari”.

In Repubblica Ceca sta scomparendo il pluralismo informativo in favore di una concentrazione delle proprietà delle agenzie di stampa nelle mani di pochi oligarchi. Tra questi anche il capo del governo ceco Andrej Babis, proprietario dei quotidiani Lidove noviny e MF Dnes. Tra i responsabili ad aver contribuito a creare un clima teso con i giornalisti, invece, c’è il rieletto presidente della repubblica Miloš Zeman, che in un’intervista alla televisione Prima, aveva dichiarato che: “I giornalisti sono idioti, merda ed escrementi”. Ad MF Dnes, invece, disse che i giornalisti si dividono in “prostitute giornalistiche” e “idioti sicuri di sé”, mentre nel 2017, si presentò ad una conferenza stampa con un fucile AK-47 giocattolo con un’incisione che recitava: “per i giornalisti”.

La Slovacchia ha scoperto il suo problema con la libertà di stampa domenica 25 febbraio 2018, con l’uccisione del giornalista investigativo di Aktuality.sk Ján Kuciak e della fidanzata Martina Kušnírová. Il giornalista slovacco era in procinto di pubblicare un lungo articolo sui legami tra esponenti della criminalità organizzata calabrese e uomini politici che lavorano giornalmente in stretto contatto coò premier Robert Fico. L’insorgere dell’opinione pubblica e le continue manifestazioni hanno esercitato pressioni sul governo tali da determinare le dimissioni del ministro dell’interno Robert Kaliňak prima, e quelle di Fico poi. Lo scorso 4 maggio, alla vigilia di quello che sarebbe dovuto essere il matrimonio di Ján Kuciak e Martina Kušnírová, 25.000 persone hanno manifestato di fronte alla sede della radio pubblica RTVS a Bratislava per lamentarsi delle condizioni dell’informazione pubblica.

Il bipensiero

Il trend di progressivo oscuramento dei pensieri dissonanti, o più semplicemente, l’annichilimento del pensiero critico, è in corso da diversi anni e risponde ad un progetto politico preciso, quello di democrazia illiberale. In una democrazia che punta a diventare pura conferma plebiscitaria non c’è spazio per libertà superflue quali quella di stampa. Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia che si sono rese protagoniste di sanguinose lotte per la liberazione da un regime totalitario, quello sovietico, il cui unico organo di stampa si chiamava “la verità”, oggi potrebbero fare proprie le parole di O’Brien in 1984: “Non possiamo tollerare che un pensiero sbagliato esista in una parte qualsiasi del mondo, per quanto innocuo e recondito possa essere. Non possiamo permettere alcuna deviazione, nemmeno in punto di morte”.

Oltre ai numerosi articoli legati all’assassinio di Ján Kuciak, East Journal la scorsa settimana si è occupato della libertà di stampa in Crimea. Chi se lo fosse perso clicchi qui

Chi è Gian Marco Moisé

Gian Marco Moisé
Dottorando alla scuola di Law and Government della Dublin City University, ha conseguito una magistrale in ricerca e studi interdisciplinari sull'Europa orientale e un master di secondo livello in diritti umani nei Balcani occidentali. Ha vissuto a Budapest, Sarajevo e Pristina. Parla inglese e francese, e di se stesso in terza persona.

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