La seduzione dell’inorganico. Il brutalismo in Polonia

di Roberto RealePoloniCult

 

Béton brut e iconicità, struttura esposta e impiego di materiali as found caratterizzano il nuovo linguaggio architettonico che domina la scena europea nel secondo dopoguerra. Il brutalismo, derivando il suo nome dall’espressione francese che indica il cemento a vista e dichiarandosi fin dall’inizio come rifiuto consapevole delle istanze funzionaliste che avevano caratterizzato la ricerca in architettura fino al periodo bellico, trova nelle unité d’habitation di Le Corbusier a Marsiglia il suo più bell’esempio ante litteram e il suo manifesto nel saggio The New Brutalism: Ethic or Aesthetic? (Reinhold Publish Co., New York, 1966) dello storico e critico dell’architettura Reyner Banham.

Il linguaggio brutalista si diffonde rapidamente in tutta Europa (in Italia tra gli esiti più belli c’è la milanese Torre Velasca, di BBPR) e non manca di conquistare i paesi oltrecortina, anche perché associabile a posizioni ideologiche di stampo socialista, o più generalmente a una preoccupazione etico-utopica, evidente fin dal titolo del libro di Banham e dal programma enunciato al decimo Congrès Internationaux d’Architecture Moderne (Dubrovnik, 1956) dal gruppo di giovani architetti noto come Team X (Eric Mumford, The CIAM Discourse on Urbanism, 1928-1960, MIT Press, Cambridge, Mass., 2000).

Dal punto di vista estetico, il cemento a vista equivale a un uso seduttivo, eroticizzato, della struttura, forzando fino al punto di rottura la tradizione che intende classicamente la forma come ricoprimento della funzione: il manufatto si pone innanzitutto come denuncia di uno stato di cose che non è più possibile nascondere. In un singolare rovesciamento di ciò che Oddone di Cluny (nam corporea pulchritudo in pelle solummodo constat, Collationum lib. III, Migne t. CXXXIII, p. 556; cit. in Johan Huizinga, Herfsttij der Middeleeuwen, Tjeenk Willink & Zoon, Haarlem, 1949) dice della bellezza del corpo, e che per vie misteriose ha pesato per secoli sul gesto architettonico, il cemento si espone come interfaccia definitiva tra dentro e fuori, tra funzione e forma.

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