REP. CECA: Milos Zeman rieletto presidente, tra menzogne e insulti

Miloš Zeman è stato rieletto presidente. Sebbene il 27 gennaio, il presidente della repubblica uscente sia stato riconfermato alla guida del paese per altri cinque anni, la vittoria non è stata per niente scontata, ed è stata una manciata di voti a separare i contendenti.

Vero o falso?

Mercoledì 24 gennaio, a pochi giorni dal confronto elettorale, i due sfidanti per la presidenza, Zeman e Drahoš, si sono affrontati in un dibattito televisivo. Il sito Demagog.cz specializzato nel controllo dei fatti rispetto a dichiarazioni politiche, ha verificato le affermazioni dei candidati. Zeman ha fatto 25 affermazioni veritiere contro le 29 di Drahoš, 14 false contro 3, 5 ingannevoli contro una.

Per l’analista politico Jiří Pehe il dibattito è stato vinto da Zeman che: “ha dimostrato di saper rispondere a domande politiche, al contrario di Drahoš che è sembrato leggermente incerto e un po’ accademico. Questo ha certamente influito agli occhi di elettori che non seguono molto la politica.” Un avversario più esperto in comunicazione politica avrebbe vinto il dibattito e le elezioni.

Tutto falso

Zeman è un 73enne con difficoltà deambulatorie, diabete, una predilezione per l’alcol e il tabacco. Tra i pochi in Europa ad essere dichiaratamente pro-russo e un sostenitore di Donald Trump, i suoi ultimi anni di presidenza sono stati caratterizzati da una lotta aperta contro la normativa europea per la redistribuzione dei rifugiati. Neanche Drahoš si era detto favorevole a questa normativa, ma le sue posizioni moderate non sono bastate.

Una campagna di manifesti finanziata da un gruppo chiamato Amici di Miloš Zeman ha disposto l’affissione di cartelloni con scritto: “Fermiamo i migranti e Drahoš! Questo paese è nostro”. Il presidente rieletto ha dovuto rispondere alle domande dei giornalisti rispetto a un possibile finanziamento russo della sua campagna elettorale, proprio perché online imperversava una campagna di diffamazione contro Drahoš, accusato di pedofilia e di aver collaborato con la polizia segreta in epoca comunista.

Quando tutti vincono

Il voto si è concluso il 27 gennaio, decretando la vittoria di Zeman per soli 150.000 voti, pari a circa il 2,8% dei votanti. Il presidente rieletto ha ottenuto il 51,36% delle preferenze contro il 48,62% dello sfidante. La frattura più evidente si è presentata tra città e campagna, infatti Zeman ha perso in 12 città su 15 ma vinto in 10 regioni su 14.

Alle celebrazioni per la sua vittoria, ha dichiarato come questa sia la sua ultima vittoria politica, rispetto alla quale non seguirà più nessuna sconfitta. Infatti, la Costituzione ceca prevede un massimo di due mandati presidenziali. Il presidente rieletto ha abbandonato il palco tra gli spintoni delle guardie del corpo dando degli idioti ai giornalisti. A condividere la scena con lui è stato il parlamentare di estrema destra Tomio Okamura che ha dichiarato: “È chiaro come in Repubblica Ceca ci siano molti cittadini in grado di pensare a sé stessi. Il presidente Zeman promuove la democrazia diretta, è contro l’immigrazione, contro l’islam, è patriottico ed un guerriero contro il terrorismo internazionale.”

I giornalisti sono stati sorpresi anche da Drahoš, che per niente scontento del risultato ha detto: “Non abbiamo vinto, ma non siamo sconfitti. L’energia creata durante questa campagna continuerà a vivere e io proseguirò.” Non è chiaro se lo sfidante intenda candidarsi alle prossime elezioni parlamentari o ritenterà la corsa alla presidenza.

A gioire per la vittoria di Zeman è stato anche Andrej Babiš, che si è detto sollevato per questa riconferma che gli garantirà più tempo per poter formare un secondo governo a guida ANO. Resta da capire se siano contenti i cittadini cechi. Ancora una volta la teoria di Lipset e Rokkan riguardo alla formazione di partiti politici intorno a fratture sociali, come la coppia città-campagna, si è dimostrata corretta. Zeman è stato il candidato che ha meglio rappresentato la periferia, mentre Drahoš ben rappresentava l’incertezza di quella che lo stesso Zeman aveva definito con disprezzo società dei caffè di Praga.

Il paese si è diviso tra due candidati, e ora metà della cittadinanza dovrà accettare un presidente che non ha votato. L’elezione diretta non garantisce risultati democratici. Poco importa che il vincitore sia stato scorretto e non abbia raccontato la verità, ha saputo urlare più forte. La volontà generale ha preso una decisione, non c’è spazio per quella individuale.

Chi abbia letto East Journal di recente avrà notato che lo slogan “Fermiamo (nome dell’avversario politico) e i migranti”, è già stato utilizzato in Ungheria

Chi è Gian Marco Moisé

Gian Marco Moisé
Ha conseguito una magistrale in ricerca e studi interdisciplinari sull'Europa orientale e un master di secondo livello in diritti umani nei Balcani occidentali. Ha vissuto a Budapest, Sarajevo e Pristina. Parla inglese e francese, e di se stesso in terza persona.

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