Comunismo, non pacifismo. Il concetto di guerra nel pensiero di Marx ed Engels

Marx ed Engels non furono pacifisti. Da poco passato il centenario della Rivoluzione d’Ottobre, è bene ricordarlo. Comunismo e guerra sono concetti – e pratiche – il cui legame va ben oltre le dinamiche violente che portarono alla nascita dell’Unione Sovietica. Il loro legame affonda invece in profondità, alle origini del pensiero marxista, rendendo quest’ultimo non poi dissimile dalle ideologie moderne che intendeva superare.

Indubbiamente, una certa dose di conflittualità è intrinseca alla filosofia marxista, la quale considera la storia come un succedersi di lotte tra classi portartici di interessi opposti. Nel momento in cui il Manifesto del Partito Comunista invoca la sollevazione dei lavoratori, la loro liberazione dalle catene della borghesia non può che avvenire attraverso l’uso della forza.

Oggi, però, questi passi fondamentali del pensiero comunista sono spesso letti frettolosamente e, quando non rifiutati, scadono in una propria versione imborghesita, direbbe Marx. La prescrizione della rivoluzione, dello scontro violento, si riduce così a lontano ricordo di una filosofia sbiadita. Del marxismo si preferisce ricordare piuttosto l’aspirazione utopica ad un mondo perfetto, pacifico, scaturito dall’abolizione della proprietà privata. Di guerra non se ne parli: quello è affare imperialista.

Comunismo e pacifismo finiscono così col sovrapporsi. Questa conclusione è però frutto di una memoria parziale—in quanto tale, cattiva memoria. Non solo la filosofia marxista porta in sé una dose di conflittualità nei termini descritti sopra; il rapporto tra comunismo e guerra, a ben vedere, si sviluppa in modo più intimo e diffuso.

Lo studio approfondito della guerra da parte dei fondatori del pensiero comunista

Nei loro scritti, Marx ed Engels trattano il tema della guerra diffusamente, fornendo un gran numero di riflessioni tecniche su strategie e tattiche militari. Il loro studio era funzionale sia al successo della rivoluzione proletaria, sia al suo mantenimento ed espansione. D’altronde, l’utopia non si difende da sola.

Fu Engels a soffermarsi in modo particolare su tali questioni, analizzando alcuni dei maggiori conflitti armati che interessarono la sua epoca. Egli si occupò sia di guerra insurrezionale (guardando alla Germania del 1848 e alla Spagna del 1808-1814) sia di grandi battaglie campali (come quelle che caratterizzarono le guerre austro-prussiana e franco-prussiana). Se il motivo dell’attenzione alle tecniche di guerriglia è facilmente intuibile, meno lo è quello per gli scontri tra eserciti regolari. Tuttavia, è proprio a tal riguardo che si scopre un Engels curioso quanto inedito.

Nel discutere di guerra regolare, Engels dimostrò una certa ammirazione per quel mostro sacro del pensiero strategico che fu (ed è) il generale prussiano Carl von Clausewitz. Tra gli altri aspetti, Engels apprezzò la famosa analogia tra guerra e commercio. Secondo Clausewitz – ed Engels – i due fenomeni sono tra loro simili poiché entrambi risultato di una interazione tra forze contrapposte, vive volontà che, nel tentativo di avere la meglio sull’altra, si intrecciando indissolubilmente. La guerra, dunque, non è relegata alla mera dimensione materiale, ma acquisisce invece un carattere sociale.

Partendo da tale presupposto, Engels sostenne due tesi principali. Primo, egli intravide un’intima interconnessione tra le diverse possibili sfere di conflitto, interno ed internazionale, militare ed economico, etc.. Lo scambio sostenuto tra queste dimensioni tende a rendere fragile la separazione tra tempo di pace e tempo di guerra, aprendo continue e numerose possibilità per le forze rivoluzionarie che vogliano sovvertire lo status quo capitalistico. Assieme a Marx, Engels giungerà alla spaventosa conclusione che soltanto guerre totali  come saranno le guerre mondiali – avrebbero potuto servire la causa comunista. Lo scontro, dunque, non deve essere evitato ma abbracciato e portato alle proprie estreme conseguenze.

La seconda tesi derivante dalla similitudine tra guerra e commercio è più pacifica della precedente, ma non per questo priva di esiti. Dal carattere sociale della guerra Engels derivò la forte convinzione che esercito e società fossero stretti in una relazione simbiotica. In questo senso, l’esercito diventa un canale per la democratizzazione della società e la coscrizione obbligatoria diviene uno strumento sia per educare il popolo, sia per dare alle forze armate quella dose di verace volontà che gli è necessaria per combattere. Mutamenti nella società richiameranno mutamenti nell’esercito, e viceversa. Da qui all’invocazione di una società militarizzata, il passo è breve.

Le ricadute pratiche delle riflessioni dottrinali. Il caso dell’Unione Sovietica

Tutte queste considerazioni non rimasero sterili vaneggiamenti teorici ma, in linea con la ricerca marxista di una praxis, ebbero conseguenze sul comunismo reale. D’obbligo citare a tale riguardo l’esperimento sovietico.

La Russia sovietica prima e l’URSS poi adottarono anche in campo militare l’ideologia comunista. Numerose, invero, le deviazioni da quel tracciato. Ameno sino alla fine della guerra civile, le contingenze storiche e la scarsità di risorse materiali imposero corsi d’azione spesso opposti rispetto ai precetti marxisti. Tuttavia, sin dall’inizio era ben chiaro il percorso di riforma che l’Unione avrebbe dovuto seguire.

Di conseguenza, non sorprenderanno né la militarizzazione della società sovietica – di cui permane lascito ancora oggi nei paesi dell’ex blocco socialista – né alcune scelte strategiche più ampie.

Primo, il quadro dottrinale introdotto sopra permette di inquadrare la scelta di Stalin di dare priorità al rafforzamento del socialismo in Russia, accantonando temporaneamente l’esportazione universale del modello socialista. Da un punto di vista militare, tale decisione era funzionale alla riforma delle forze armate che, stando al Commissario alla Guerra di allora, Michail Frunze, avrebbe dato all’URSS i mezzi necessari ad accogliere e vincere la prossima guerra totale.

Secondo, le osservazioni di Engels permettono anche di capire meglio l’ambivalente postura strategica mantenuta da Mosca durante la Guerra Fredda. Come a richiamare il fragile confine tra pace e guerra, l’Unione Sovietica affiancò sempre una retorica politica difensiva ad una dottrina e struttura militari pronte all’attacco.

Terzo e ancor più importante, le riflessioni militari di Engels fornirono con tutta probabilità il sostrato dottrinale per l’ampio bagaglio di “misure attive” e “operazioni speciali” sviluppate durante il periodo sovietico. Tecniche di influenza indiretta, controllo riflessivo, operazioni informative ed altre minacce asimmetriche trovarono radice cognitiva nella constatazione della natura multiforme della guerra. Non limitata alla sfera puramente militare, essa penetra tutte le dimensioni del vivere sociale. Una considerazione che riverbera nel pensiero strategico russo contemporaneo.

Pertanto, quando si pensa all’Unione Sovietica o, più in generale, all’ideologia comunista, varrebbe la pena di tenere a mente le considerazioni qui riportate. Il marxismo si propone certamente un lodevole fine ultimo  d’altronde, quale ideologia non se ne pone uno. Tuttavia, quel mondo di pace e prosperità non sarebbe estraneo al concetto di violenza. Marx ed Engels riconobbero l’importanza del conflitto per il raggiungimento della propria utopia ed incorporarono nelle proprie riflessioni quelle di eminenti strateghi.

Non solo la guerra pervade ogni dimensione del sociale e su di un atto violento si fonderebbe l’inizio di una realtà comunista. La stessa sopravvivenza di tale realtà sarebbe legata a doppio filo con le sorti della propria componente militare, individuata come fulcro della stabilità sociale. In questo senso, Marx ed Engels non furono pacifisti.

foto di Anastasia Vlasova

Chi è Nicolò Fasola

Author Image
Nato nel 1993, è Dottore Magistrale in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES). Già Segretario Generale della sezione di Milano della UN Youth Association, è stato intern presso l'Ambasciata d'Italia a Tallinn e ricercatore presso l'Institute of International Relations di Praga. Si interessa principalmente di sicurezza e cultura strategica, nonché di Russia e spazio post-sovietico. Parla inglese, tedesco, francese e russo. Nella propria vita cerca di unire politica e poesia. I suoi articoli per EastJournal sono co-pubblicati anche da PECOB, Università di Bologna.

Leggi anche

STORIA: Di Vittorio e la rivolta ungherese, una sfida al PCI

Durante la rivolta ungherese del 1956 i vertici del PCI sostennero le scelte politiche e militari dell'Unione Sovietica. Eppure, tra le fila del comunismo nostrano, ci fu chi vide nell'ottobre ungherese un’opportunità di riscatto per il movimento socialista internazionale.

WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com