KOSOVO: Trattative e instabilità, la calda estate di Pristina

L’estate in Kosovo è stata un susseguirsi di trattative politiche, presunti accordi, pesanti accuse tra leader di partito. Dopo tre mesi di stallo a seguito delle elezioni, le ultime mosse dei partiti hanno portato ad un accordo per una nuova maggioranza di governo. Tutto lascia presagire che l’esecutivo che verrà sarà molto debole, esattamente ciò di cui il Kosovo non ha bisogno, alla luce delle numerose riforme da portare avanti. Quello che sta andando in scena è un film già visto nel 2014, quando ci vollero sei mesi per formare l’esecutivo, caduto poi in anticipo rispetto alla naturale scadenza.

Tra giugno e agosto per ben sei volte il nuovo parlamento si è riunito per eleggere il presidente dell’assemblea. Tale passaggio è necessario prima che il presidente della Repubblica possa dare il mandato al primo ministro. La proposta spetta alla coalizione vincente, e dunque alla PAN, l’alleanza tra il Partito Democratico del Kosovo (PDK), l’Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK) e il partito NISMA. Il nome proposto è quello di Kadri Veseli, esponente di punta del PDK, che ha già ricoperto questa carica nella scorsa legislatura. La sua elezione aprirebbe poi la strada alla nomina a primo ministro di Ramush Haradinaj, leader di AAK. Fino ad ora, però, sono sempre mancati i numeri necessari ad avere la maggioranza e le sei sedute si sono concluse con un nulla di fatto.

Negli ultimi giorni, le trattative tra partiti sembrano giungere ad una soluzione. Per questo, evidentemente, è necessario il passaggio di alcuni deputati della coalizione avversaria. L’indiziato numero uno è l’Alleanza per il nuovo Kosovo (AKR), presentatasi alle elezioni in alleanza con il partito dell’ex premier Isa Mustafa, la Lega Democratica del Kosovo (LDK). Il leader del piccolo partito, il miliardario Behgjet Pacolli, ha per settimane fatto presagire un cambio di schieramento, fino alla rottura con i suoi alleati e alla firma di un accordo per entrare in un governo guidato da Haradinaj, a suo dire necessario per superare lo stallo. Se ciò si concretizzasse in una maggioranza parlamentare, all’opposizione resterebbe non solo la LDK ma anche il movimento nazionalista di sinistra Vetëvendosje (VV). Più voci ipotizzano un’alleanza tra queste due forze per proporre un’alternativa di governo. L’ipotesi sarebbe rivoluzionaria, in quanto manderebbe all’opposizione il PDK del presidente Hashim Thaçi. Nonostante un’intesa di base tra i due soggetti è stata raggiunta, sembra più un ultimo disperato tentativo per evitare la nascita del nuovo esecutivo che una reale proposta politica, anche alla luce della dura opposizione che VV aveva fatto proprio al governo Mustafa.

Anche se il parlamento votasse il suo presidente e, a seguire, i nuovi ministri, come potrebbe avvenire molto presto, il nuovo governo avrebbe una strada tutta in salita. La coalizione non solo includerebbe dei parlamentari “trasformisti”, ma terrebbe insieme due storici rivali fin dai tempi della guerra, gli ex-generali dell’UÇK Thaçi e Haradinaj. Se a questo aggiungiamo la presenza della Lista Serba, il partito legato a Belgrado, è evidente che i rischi di instabilità sono molto alti. Ciò che tiene insieme questi attori è soprattutto la volontà di mantenere una posizione di potere, oltre che la paura per le prossime azioni del Tribunale per i crimini commessi dall’UÇK, che potrebbe presto indagare alti funzionari del PDK e dell’AAK.

La sensazione è che un governo inefficiente e instabile aprirebbe la strada ad una futura affermazione di Vetëvendosje, il partito più in forma nello scenario kosovaro. Un esecutivo guidato da questa forza porterebbe una ventata di novità rispetto alla politica degli ultimi anni, ma rappresenterebbe una grande incognita. Basti pensare che il suo leader Albin Kurti ha recentemente dato per morto il dialogo con la Serbia, proprio mentre questo riprende vigore, come dimostra l’incontro tra Thaçi e il presidente serbo Aleksandar Vučić dello scorso 31 agosto a Bruxelles. Qualunque sia la risoluzione di questo stallo, dunque, per il Kosovo le incognite sul futuro non mancano.

Chi è Riccardo Celeghini

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Laureato in Relazioni Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre, con una tesi sui conflitti etnici e i processi di democratizzazione in Bosnia Erzegovina, Macedonia e Kosovo. Si è occupato di Balcani Occidentali durante i suoi studi e ha avuto esperienze lavorative in Albania, in Croazia e in Kosovo. Collabora con altre testate. E' nato nel 1989 a Roma. Parla inglese, francese e conosce basi di serbo-croato.

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