RUSSIA: Il ruolo di Mosca nella crisi nordcoreana

Negli ultimi due anni, ritmo e successi dei test missilistici nordcoreani sono aumentati in modo esponenziale, garantendo al regime di Kim Jong-un la costante attenzione della comunità internazionale. Dopo il lancio di un missile balistico intercontinentale avvenuto lo scorso 4 luglio, sempre maggiore è l’apprensione verso un esito esplosivo della crisi che affligge il 38° parallelo.

A fronte degli insuccessi della comunità internazionale, Washington ha minacciato di gestire la questione da sola. Azioni concertate e unilaterali trovano però entrambe lo stesso ostacolo: gli interessi divergenti degli attori coinvolti.

Se il rapporto tra Corea del Nord e Cina è di più immediata comprensione, quello con la Russia offre qualche ambiguità in più. Profondi sono i legami economici, tanto che Mosca svetta nella classifica ufficiale degli alleati di Pyongyang. Tuttavia, l’affinità non va oltre il mutuo arricchimento. L’ostilità verso gli Stati Uniti, da molti individuata come chiave di tale partnership, è a ben vedere incommensurabile nei due casi e di certo non basta per far dimenticare alla Russia il proprio pragmatismo.

Gli odierni rischi per la sicurezza di Mosca, infatti, potrebbero giocare a sfavore di Kim. Se è vero che la continuazione dei legami di cui sopra è funzionale alla strategia di supporto all’estremo oriente della Federazione, il passo di guerra battuto dalla Corea del Nord è lesivo per la Russia non solo per via della minaccia nucleare, ma soprattutto nell’eventualità di un intervento statunitense. La sconfitta di Pyongyang, credibilmente, minerebbe il mantenimento della penetrazione economica raggiunta da Mosca.

Ma se né l’immobilismo, né un intervento militare (statunitense) trovano Mosca entusiasta, a quali ricette potrebbe invece acconsentire?

Vi è chi propone di ingaggiare un mediatore che sia visto di buon occhio sia dal regime, sia dalle controparti e che possa comunicare a Kim le altrui preoccupazioni, facendolo ragionare. La rosa dei candidati non è però ampia. Se escludiamo Russia e Cina, diretti interessati, rimane il Vietnam – ideologicamente compatibile con Pyongyang, digeribile da Washington. Di fatto, però, Mosca non avrebbe ragione di lasciare via libera agli Stati Uniti né nella gestione della crisi, né tantomeno col Vietnam – che costituisce chiave di volta nella strategia asiatica della Russia.

Per problemi analoghi a quelli dell’intervento diretto, anche il regime change è da escludere. Allo stato attuale delle cose, tuttavia, potremmo ritenere che il Cremlino possa non essere sfavorevole ad un’opzione non meno incisiva – ossia la decapitazione del regime di Pyongyang. Ciò avrebbe senso, se si riconoscesse in Kim il responsabile per l’aumento vertiginoso dei test missilistici. Certamente, la sua eliminazione non porrebbe fine alla strutturale belligeranza nordcoreana; tuttavia, nella misura in cui la strategia di pressante brinkmanship rischia di trasformarsi in un suicidio geopolitico, anche i quadri nordcoreani potrebbero accondiscendere a simile opzione.

Mosca ne guadagnerebbe su tutti i fronti. Primo, vedrebbe ridursi il rischio di conflitto lungo i confini orientali, senza però i problemi comportati da un intervento militare diretto. Secondo, la partecipazione al piano ne gratificherebbe il bisogno di protagonismo. Terzo, la sopravvivenza del regime garantirebbe la continuazione dei legami economici costruiti nel corso degli anni. Nulla di meno sarebbe per le altre parti, a partire da Pyongyang, che avrebbe evitato l’annichilamento del regime e guadagnato un sopruso da denunciare nella retorica pubblica.

Questo articolo é frutto della collaborazione con MAiA Mirees Alumni International Association ed é pubblicato anche su PECOB, Università di Bologna.

Chi è Nicolò Fasola

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Nato nel 1993, è Dottore Magistrale in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES). Già Segretario Generale della sezione di Milano della UN Youth Association, è stato intern presso l'Ambasciata d'Italia a Tallinn e ricercatore presso l'Institute of International Relations di Praga. Si interessa principalmente di sicurezza e cultura strategica, nonché di Russia e spazio post-sovietico. Parla inglese, tedesco, francese e russo. Nella propria vita cerca di unire politica e poesia. I suoi articoli per EastJournal sono co-pubblicati anche da PECOB, Università di Bologna.

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