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CALCIO: Addio Népstadion, culla della leggenda del calcio ungherese

Il viale è deserto, silenzioso. Un bambino gioca a pallone con il padre e solo il cuoio calciato echeggia tra le due file di statue, poste a guardia dell’avvicinamento allo stadio negli anni ’50 e rappresentanti scene sportive e immagini di vita nell’utopia socialista dell’Ungheria. Lo stadio è vuoto, oramai condannato alla demolizione, ma salendo le scalinate per raggiungere le inferriate e guardare il rettangolo da gioco vengono i brividi: una sindrome di Stendhal calcistica, l’impressione netta che i campioni dell’Ungheria degli anni ’50 abbiano calcato quest’erba da poco, l’idea che l’impatto dei loro leggendari gesti sportivi e la passione che suscitavano nel loro pubblico sia rimasta impressa in qualche modo sugli spalti di questo stadio. Il Népstadion, stadio del popolo.

L’Ungheria che affronterà la Norvegia nel ritorno dei play-off per la qualificazione a Euro 2016 (l’andata, ieri sera a Oslo, è finita 1-0 per gli ungheresi grazie a una rete del debuttante Kleinheisler) sta cercando di rimettere il proprio nome sulla mappa dopo decenni di assenza: datata Messico 1986 l’ultima apparizione della nazionale magiara in una competizione internazionale, datato addirittura 1972 l’ultimo Campionato Europeo. Se Gábor Király, Balázs Dzsudzsák e compagni dovessero riuscire a portare questa Ungheria a un risultato storico, lo faranno, per la prima volta, lontano dal palcoscenico che ha riempito di gloria il calcio ungherese, il Népstadion poi ribattezzato Puskás Ferenc Stadion nel 2002 in omaggio al giocatore più rappresentativo del labdarúgó (calcio, in lingua ungherese).

L’ultima volta che la nazionale ungherese ha calcato il terreno del Puskás Ferenc Stadion è stata il 7 giugno 2014, in occasione di un’amichevole vinta per 3-0 contro il Kazakistan di fronte a non più di diecimila spettatori. Da allora la nazionale è stata ospitata dalla Groupama Arena, lo stadio del Ferencvaros, mentre gli ultimi palloni calciati sul vecchio campo sono stati quelli degli allenamenti delle Isole Fær Øer, affrontate dall’Ungheria a Budapest in un incontro di qualificazione a Euro 2016. Un finale poco degno di uno stadio una volta in grado di contenere oltre centomila spettatori: il record di 104.000 presenti all’agosto del 1956, quando la finale di Mitropa tra Vasas Budapest e Rapid Vienna si decise, dopo due pareggi, con un’incredibile vittoria 9-2 dei padroni di casa di fronte a una folla oceanica.

Lo stadio, negli anni recenti mai riempito nemmeno dalla nazionale, verrà demolito a inizio 2016 per lasciare spazio a un nuovo impianto con una capienza quasi raddoppiata, baricentro di un complesso sportivo polifunzionale e sede di un girone e un ottavo di finale nell’Europeo 2020. Riuscirà il nuovo Puskás Ferenc Stadion a prendere il posto del leggendario Népstadion nel cuore dei cittadini di Budapest? Lo “stadio del popolo” ha un alone di leggenda impareggiabile: progettato per la prima volta nel XIX secolo all’indomani della fusione tra Buda e Pest, venne nuovamente rilanciato dall’assegnazione delle Olimpiadi del 1920 alla capitale ungherese. Olimpiadi che, per via dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, non si tennero mai, lasciando lo stadio solo un progetto sulla carta. Il Népstadion venne edificato a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 ricorrendo ampiamente al contributo di manodopera volontaria della cittadinanza, oltre che dell’esercito. Leggenda vuole che Puskás stesso, insieme ad alcuni compagni, abbiano contribuito in prima persona alla costruzione dell’impianto.

Inaugurato nel 1953, lo stadio sembrava l’omaggio più adatto per una squadra che non perdeva dal 14 maggio del 1950 e che l’anno successivo avrebbe raggiunto la finale della Coppa del Mondo, perdendo una controversa finale contro la Germania Ovest. All’estero li conoscevano come Magnificent Magyars, in patria erano l’Aranycsapat, squadra d’oro. E fu proprio sul manto erboso del Népstadion, il 23 maggio 1954, che la squadra allenata da Gusztáv Sebes realizzò il proprio capolavoro più immortale, battendo 7-1 i “maestri” inglesi di fronte a 92 mila persone nella rivincita dell’incontro vinto 6-3 a Wembley sei mesi prima. Una squadra d’oro che sarebbe stata smembrata due anni più tardi, con la fuga di diversi giocatori – tra cui lo stesso Puskás – in seguito alla sanguinosa repressione sovietica della Rivoluzione del 23 ottobre 1956.

Foto: Magro_RK (Flickr)

Chi è Damiano Benzoni

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Giornalista pubblicista, è caporedattore della pagina sportiva di East Journal. Gestisce Dinamo Babel, blog su temi di sport e politica, e partecipa al progetto di informazione sportiva Collettivo Zaire74. Ha collaborato con Il Giorno, Avvenire, Kosovo 2.0, When Saturday Comes, Radio 24, Radio Flash Torino e Futbolgrad. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sulla democratizzazione romena, ha studiato tra Milano, Roma e Bucarest. Nato nel 1985 in provincia di Como, dove risiede, parla inglese e romeno. Ex rugbista.

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