NAGORNO-KARABAKH: Un altro agosto di fuoco, si contano nuovi morti

Ci risiamo; nel Nagorno-Karabakh, piccola regione contesa da Armenia e Azerbaigian, si è tornati nuovamente a sparare. Come un anno fa, quando in seguito a violenti scontri lungo il confine orientale della regione morirono una trentina di persone, il mese di agosto si rivela ancora una volta un mese di tensioni, caratterizzato da sparatorie e morti.

Già teatro di una sanguinosa guerra all’inizio degli anni ’90 che causò oltre 30.000 morti, il Nagorno-Karabakh è dal 1992 una repubblica de facto indipendente, non riconosciuta però dalla comunità internazionale. Il conflitto, congelatosi nel 1994 (anno del cessate il fuoco), è rimasto irrisolto, contribuendo a creare negli anni una sempre maggiore tensione tra i due contendenti: da una parte l’Armenia, che pur non riconoscendo ufficialmente il Nagorno-Karabakh lo considera come un proprio “stato vassallo” (l’Artsakh, come chiamato in loco, è popolato interamente da armeni); dall’altra l’Azerbaigian, che in epoca sovietica controllava la regione salvo poi perderne il controllo in seguito alla guerra degli anni ’90.

Le grandi tensioni accumulatesi, rimaste per anni latenti, hanno finito nell’ultimo periodo per esplodere, rischiando più volte di scatenare un secondo conflitto nella regione. Proprio un anno fa, nell’agosto 2014, il Nagorno-Karabakh tornò all’onore della cronaca in seguito allo scoppio di violenti scontri lungo tutta la linea di contatto con l’Azerbaigian. Il cessate il fuoco imposto nel 1994 (ma mai veramente rispettato) venne violato più volte, e si verificarono diversi scontri armati, che causarono in totale una trentina di morti da ambo le parti. Si trattò dell’escalation di violenza più grave mai verificatasi nella regione dalla fine della guerra degli anni ’90. La crisi terminò solo quando, dopo una settimana di combattimenti, il presidente russo Putin decise di organizzare una serie di colloqui nella città di Sochi per trovare una soluzione diplomatica alla crisi e porre fine agli scontri, ricevendo separatamente i presidenti di Armenia e Azerbaigian.

Dopo l’abbattimento nello scorso novembre di un elicottero militare armeno nei cieli di Ağdam, altro grave fatto che rischiò di far riesplodere il conflitto, ecco che a un anno di distanza dai violenti scontri del 2014 nella regione si sono fatti registrare nuovi scontri, e di conseguenza, nuovi morti.

Dopo diverse violazioni del cessate il fuoco, gli scontri si sono intensificati il 22 agosto, quando un gruppo di soldati armeni ha sferrato un attacco alle postazioni azere tra i villaggi di Ağdam e Khojavand. Lo scontro ha causato dalla parte armena l’uccisione di cinque soldati e il ferimento di otto, mentre dalla parte azera i morti sarebbero stati quattro, con 15 feriti. Nei giorni successivi gli armeni avrebbero poi aperto il fuoco più volte lungo la linea di contatto con l’Azerbaigian, prendendo di mira i villaggi situati nella regione di Qazakh. Nella notte tra il 27 e il 28 agosto, invece, sarebbero stati gli azeri a sferrare un nuovo attacco: secondo fonti armene, l’esercito azero avrebbe aperto il fuoco 110 volte nella sola notte del 27 agosto, per poi provare un’avanzata con circa 20-25 uomini, attacco però respinto dalle forze armate del Nagorno-Karabakh, questa volta senza subire perdite. Gli armeni avrebbero poi risposto al fuoco nemico, tanto che secondo fonti azere avrebbero violato il cessate il fuoco 130 volte nella giornata del 28 agosto, questa volta non solo lungo il confine orientale del Nagorno-Karabakh, ma anche lungo il confine armeno-azero: gli armeni avrebbero attaccato le postazioni azere dai distretti di Ijevan, Noyemberyan, Berd e Chambarak. Infine, nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre, gli azeri avrebbero causato un’ulteriore sparatoria, violando altre 120 volte il cessate il fuoco.

Il 2 settembre tutto il Nagorno-Karabakh si è riunito per celebrare la 24° Giornata dell’Artsakh; il 2 settembre del 1991, infatti, il soviet dell’Oblast’ Autonomo del Nagorno-Karabakh proclamò la propria indipendenza dall’Azerbaigian, appena fuoriuscito dall’Unione Sovietica, annunciando la nascita della nuova repubblica del Nagorno-Karabakh. A spegnere presto gli entusiasmi ci penserà però lo scoppio della guerra con l’Azerbaigian, iniziata nel gennaio successivo. A distanza di 24 anni dalla proclamazione dell’indipendenza, a Stepanakert, capitale de facto del Nagorno-Karabakh, è stata organizzata una cerimonia di commemorazione presieduta dal presidente Bako Sahakyan, che ha inoltre approfittato dell’occasione per conferire una serie di onorificenze statali ai difensori della patria. Alla manifestazione hanno partecipato diversi funzionari, tra cui l’Arcivescovo Pargev Martirossyan, primate della Diocesi dell’Artsakh, una delle più grandi diocesi della Chiesa apostolica armena. A breve, per la precisione il 13 settembre, nella piccola repubblica si svolgeranno le elezioni amministrative, che seguono quelle parlamentari svoltesi il 3 maggio scorso; evento che, in relazione ai recenti fatti di cronaca, porterà sicuramente nuove tensioni nella regione.

Mentre il Nagorno-Karabakh festeggia i 24 anni dalla propria indipendenza, l’Azerbaigian si è scagliato contro l’OSCE, i cui funzionari sono stati accusati di non avere fatto fino a questo momento nulla di concreto per risolvere il conflitto. L’OSCE creò nel 1992, a guerra in corso, il Gruppo di Minsk, presieduto da Russia, Stati Uniti e Francia, con l’obiettivo di trovare soluzioni per risolvere la questione del Nagorno-Karabakh in modo pacifico, attraverso vie diplomatiche. Da allora però la diplomazia dell’OSCE non ha prodotto alcun risultato in direzione della risoluzione del conflitto, rivelandosi del tutto inefficace. Così, quando alcuni rappresentanti OSCE hanno visitato la regione di Qazakh per monitorare la situazione lungo la linea di confine tra Armenia e Azerbaigian, in seguito alle ripetute violazione del cessate il fuoco, la popolazione locale, denunciando gli attacchi armeni, ha lamentato grandi difficoltà nel poter svolgere la propria vita quotidiana, aggiungendo che l’incolumità degli abitanti dei villaggi colpiti viene messa continuamente in pericolo. E proprio le missioni di sorveglianza dell’OSCE sono state fortemente criticate dai residenti locali, per non aver prodotto negli anni alcun risultato se non quello di aver fatto perdere la pazienza alla gente, che da oltre 20 anni deve convivere con una situazione di perenne conflittualità.

Foto: Adam Jones

Chi è Emanuele Cassano

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Studente di Scienze Internazionali con specializzazione in Studi Europei presso l'Università degli Studi di Torino, si occupa dell'area del Caucaso, sia dal punto di vista politico che da quello storico e culturale. Dal 2012 è redattore di East Journal, mentre dal 2014 è coordinatore di redazione della rivista Most, quadrimestrale di politica internazionale. Parla inglese e francese e conosce basi di russo.

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