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CALCIO: Croazia – Serbia, si ripete la sfida che valse una guerra

Da quattordici anni Croazia e Serbia non si incontrano su un campo da calcio. L’ultima volta che era successo la Serbia si chiamava ancora Jugoslavia, comprendeva ancora il Montenegro ed era reduce dai bombardamenti NATO per la guerra in Kosovo, che avevano costretto a rinviare il primo incontro.

Il 18 agosto 1999 i croati entrarono nello stadio Marakana di Belgrado ricevendo fischi e sentendosi chiamare ustascia. Al quinto minuto della ripresa le luci dello stadio si spensero e, come ricorda il difensore croato Slaven Bilić, allora seduto in tribuna, per diversi minuti non si vide altro che i puntatori a infrarossi dei fucili dei cecchini. La curva iniziò a rumoreggiare, stavolta non contro i croati, ma contro il presidente Slobodan Milošević: dopo i bombardamenti il suo consenso iniziava a calare e la contestazione partì proprio dalla curva ultranazionalista che l’aveva reso tanto forte un decennio prima.

Il ritorno si giocò il 9 ottobre al Maksimir di Zagabria. Stavolta furono i serbi a essere fischiati, e l’atmosfera si arroventò anche in campo: il croato Robert Jarni affrontò a brutto muso il serbo Zoran Mirković dopo un contrasto. Il serbo, in tutta risposta, strizzò i testicoli all’avversario facendosi espellere. L’incontro terminò 2-2 e la Jugoslavia, nella tana del proprio nemico, poté alzare le tre dita del saluto cetnico al cielo per festeggiare la qualificazione a Euro 2000.

Il confronto di Zagabria fu in qualche modo una simbolica chiusura – anche per coincidenza temporale – del decennio di guerre che avevano incendiato i Balcani. Il decennio si chiuse con le ferite della guerra ancora aperte, con i fischi, gli insulti e le provocazioni. Con la guerra ancora aperta dentro ai cuori.

Una guerra che, per coincidenza, si era aperta proprio allo stadio Maksimir nove anni prima, il 13 maggio 1990. Allora, l’incontro tra i croati della Dinamo Zagabria e quello tra i serbi della Stella Rossa Belgrado era degenerato in una guerriglia con 138 feriti e 147 arresti. Il capitano dinamovista Zvonimir Boban divenne il simbolo di quello scontro quando sferrò un calcio a un poliziotto bosniaco che stava picchiando un tifoso: la squalifica gli sarebbe costata la partecipazione alla Coppa del Mondo di Italia ’90.

Le dinamiche degli scontri di Zagabria erano state largamente premeditate: le due tifoserie, i Bad Blue Boys di Zagabria e i Delije – i “Forti” – di Belgrado si stavano già addestrando a combattere nella guerra che sarebbe scoppiata l’anno successivo. I peggiori crimini di guerra serbi furono commessi proprio dai Delije, irreggimentati dal criminale Arkan e divenuti tristemente noti come le Tigri.

Se il 13 maggio 1990 fu il primo atto e il 9 ottobre 1999 il secondo, stasera al Maksimir si terrà il terzo atto, con l’incontro per la qualificazione alla Coppa del Mondo 2014 tra le due squadre, allenate da due ex nazionali della Jugoslavia unita, il croato Igor Štimac e il serbo Siniša Mihajlović.

Una gara che, come le altre due, arriva in un momento simbolico importante per le due nazioni, con la Croazia impegnata a rifarsi il volto per l’ingresso in Unione Europea e che festeggia la recente assoluzione dall’accusa di pulizia etnica dei suoi generali Ante Gotovina e Mladen Markač da parte del Tribunale dell’Aia. Un verdetto che aveva permesso a una tronfia Croazia di festeggiare il ritorno di due eroi di guerra e che per la Serbia era stata la prova provata dell’accanimento dell’opinione internazionale nei propri confronti. L’onda lunga della sentenza non mancò di toccare il calcio: Štimac propose di invitare i due generali a dare il calcio d’inizio della partita, Mihajlović replicò che la Serbia non sarebbe scesa in campo a quelle condizioni, e toccò a un altro ex nazionale jugoslavo, Davor Šuker, ora presidente della federcalcio croata, redarguire il proprio c.t. e riportare la calma.

Dai quartieri generali della Dinamo Zagabria, che nel 2006 aveva devoluto parte dei suoi incassi (novantaquattromila dollari) in favore dei due generali allora in attesa di giudizio, spirano ancora forti i venti di guerra. Il direttore esecutivo del club, Zdravko Mamić, è stato infatti arrestato per incitamento alla violenza e all’odio razziale: in un’intervista radiofonica aveva insultato pesantemente il ministro allo Sport e all’Educazione della Croazia, Zeljko Jovanović, un serbo etnico. Non basterà il “cartellino giallo” di Platini, che ha minacciato di escludere le due squadre dalle competizioni internazionali in caso di rinnovate violenze allo stadio: Croazia – Serbia ha ancora una zavorra troppo grande di ferite da rimarginare per tornare a essere un incontro normale.

Foto: Rasiermesser Kalle, Flickr

Chi è Damiano Benzoni

Giornalista pubblicista, è caporedattore della pagina sportiva di East Journal. Gestisce il blog su temi di sport e politica Dinamo Babel, oltre a far parte del progetto di informazione sportiva Collettivo Zaire74. Da giornalista ha collaborato con Il Giorno, Avvenire, Kosovo 2.0, When Saturday Comes, Radio 24, Radio Flash Torino e Futbolgrad. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sulla democratizzazione romena, ha studiato tra Milano, Roma e Bucarest. Nato nel 1985 in provincia di Como, dove risiede, parla inglese e romeno. Ex rugbista.

11 commenti

  1. Nina Nadramija

    Poveri tiffosi, vengono usati da entrambi i governi. La maggioranza e’ pecora. La minoranza, piu’ valida, sta dall’ altra parte della piazza, sono quelli della “Occupy Croatia” che chiamano a ribellarsi contro lo stato corrotto e per la giustizia sociale.

    • Poveri tifosi? Io non direi proprio, erano le prime belve pronte a sbranare chiunque capitasse a tiro! e non solo fra le diverse “nazionalità” ma anche fra stesse fazioni!

  2. due piccole imprecisioni:delije significa eroi mentre il saluto a tre dita è semplicemente un saluto cristiano ortodosso

  3. A proposito di Arkan e della storica partita tra Dinamo e Stella Rossa, il capo belgradese delle Tigri venne arrestato dalle autorità Repubblicane croate in seguito ai violentissimi scontri verificatisi a Zagabria sulla strada del ritorno verso la Serbia e poi quasi immediatamente dopo liberato. L’arresto di Arkan e la sua repentina scarcerazione da parte delle autorità di Zagabria rappresentano uno dei tanti episodi di quegli anni rimasti senza risposta e ancor oggi è difficile intuire come un personaggio del suo calibro che già all’epoca scontava diversi mandati di cattura internazionale possa esser riuscito serenamente a farla franca. Quell’evento segnò irrimediabilmente i rapporti tra serbi e croati e fu l’ennesima dimostrazione di come le forze nazionaliste di entrambi gli schieramenti utilizzassero lo sport come straordinario amplificatore per i loro scopi propagandistici. Dopo le devastioni seguite all’annullamento della partita infatti centinaia di croati si accalcarono nella piazza centrale di Zagabria cantando l’inno nazionale della Croazia ed inneggtiando a Franjo Tudjman…………………..

  4. Damiano Benzoni

    Nikola, ti rispondo: per Delije io avevo letto sia eroi, sia forti, mi scuso per l’imprecisione. Per il saluto a tre dita, sappiamo che è stato usato anche come saluto da parte dei cetnici. Si tratta di un saluto di controversa interpretazione, ma è indubbio che si porti dietro anche quella valenza.

  5. Una guerra infinita, in ogni contesto, in ogni luogo. Le ingiustizie perpetrate dal tribunale dell’Aja e le ipocrisie politiche rinnovano un odio che si nutre anche della mancanza di giustizia. Dayton è riuscita nel suo intento, lasciare intatte le tensioni affinché al momento opportuno “qualcuno” debba intervenire per spegnerle.

  6. L’articolo tipico di EJ. (cmq c’è qualche giornalista, secondo me, molto bravo, corretto ed obiettivo) Se non avessi letto il nome avrei pensato che l’autore fosse Giorgio (non ricordo il cognome)
    Tra le varie partite del calcio si è riusciuto a scrivere anche sui generali croati che non c’entrano niente..?!
    ”La Croazia che cerca di riffarsi il volto…” mi ha fatto ridere tanto, grazie Damiano.
    O qualcuno di vuoi sapeva qualcosa di Gotovina prima del 2001 (compresi i serbi) ?!?! Ora ha fatto anche i crimini in Bosnia?! Un link, qualsiasi cosa?! Grazie
    Di Mladic sapevamo tutti, eh, gia nel ’91 e nonostante cio’ per i fatti del ’91 non è mai stato accusato..
    L’articolo della partita del ’90 ricorda solo Boban ma non ricorda che il criminale arkan con i suoi seguaci ha cominciato a distruggere tutto e che quando, dopo un po’, i tifosi croati si sono ribellati a questi comportamenti la polizia (al 90 e piu % serba) si è messa contro i tifosi croati e solo allora esce in scena Boban attaccando, giustamente direi, un poliziotto che stava picchiando un tifoso croato. Era un inizio di guerra? O forse era un inizio di ribellione all’arroganza e la repressione serba? I punti di vista… In quei tempi uscì una canzone rock del titolo”a mia madre” dove l’autore parlava appunto di sua madre che è venuta a mancare. Un certo punto l’ha chiamata ”rosa croata” ed è diventata subto un hit E per tanti serbi questa canzoneancora oggi, fu una ”budnica”, la canzone che svegliò il nazionalismo croato. Ma se bastava una parola (e bastava, perche le canzone croate erano vietate, perche ustascia) pensate come stavano messi. Sopratutto dopo anni di nazionalismo serbo(dal ’86) seselj e i sui raduni dei serbi, che in mezzo alla croazia urlavano”questa è serbia”
    Damiano per l’articolo del 2010, linkato sopra, non ho parole ne voglia di commentare. Si informi un po’ perlomeno sullo stemma croato. E come se dicesse che il tricolore è una bandiera di Mussolini. Senza tener conto che Croazia, per evitare i commenti del genere, ha cambiato un po’ la ”sahovnica”, quindi non è piu quella del 1941 e neanche quella del 1848
    Mihajlovic (l’allenatore della nazionale serba) nato in Croazia era grande fun di criminale arkan(quando gia era un criminale noto) tanto che ha tatuaato la sua tigre sul bracio… E non lo si puo leggere nell’articolo anche se Mihajlovoc c’entra con questa partita..!?
    Nikolo’ si trattava di un altro arresto, perche a quei tempi arkan non era ancora(perlomeno non si sapeva) quello che è diventato dopo. Si, era strano ma le pressioni della comunità internazionale era strana e forte..
    Francesco, Dayton non c’entra nulla con la partita tra le nazionali, croata e serba, giocata in Croazia (uguale come non c’entra il centro islamico di Fiume con la guerra in BH) Almeno che non intendi che i croati nel ’95 hanno porso la fine all’ agressione serba e hanno permesso il d’accordo di dayton? 😀 Riesci nello stesso giorno scrivere ”la guerra è finita” e ”la guerra è infinita”, sei bravo 😀 Non si capisce bene che giustizia cerchi ma non credo che il web sia il posto giusto e che non ci siano le istituzioni… Cmq, contento te

    • Invece ha senso eccome, basta contestualizzare. Su Facebook go scritto la guerra è finita, intendendo che non c’è bisogno di attaccare gratuitamente qualcuno, senza conoscerlo, a priori. La guerra infinita invece riguarda ciò che io penso, ovvero che dopo il disastro delle guerre degli anni 90, pervenire ad una pacificazione, senza passare per la giustizia e l’equità sarà molto difficile. Era così difficile da capire, Chiara? O dovrei chiamarti Aileen? Le tue provocazioni mi chiariscono che più che esprimere le tue idee, tu voglia provocare. Fai pure, ma avrai filo da torcere. Anche perché questa soddisfazione non te la do. Te l’ho già detto, il tuo modo di giocare mi ha stufato.

    • Damiano Benzoni

      Gentile Chiara, rispondo al tuo commento per fare un paio di precisazioni e per difendere l’obbiettività del mio lavoro, visto che mi sembra tu legga delle insinuazioni dove non ce ne sono. Anzi, non sono proprio nel mio stile.
      Mi dici che “siamo riusciti a parlare dei generali, che non c’entrano niente, anche in relazione con il calcio”. Beh, ma non sono stato io a dichiarare l’intenzione di invitare Gotovina e Markac a dare il calcio d’inizio, ma il commissario tecnico della nazionale croata Igor Stimac. E la cosa c’entra, dunque. Tant’è vero che c’è stata una reazione da parte del ct serbo Mihajlovic e che il presidente della federcalcio croata Davor Suker ha detto che Stimac meritava “una sculacciata” per le sue parole e che era necessario “rispettare i serbi e evitare tensioni”. Queste cose non le ho dette io. Le hanno dette loro, io le ho riferite. Le fonti ci sono, io non ho tirato per i capelli nulla.
      Lieto di averti fatto ridere, ma il “rifarsi il volto” non nasconde necessariamente un giudizio morale. Mi sembra che sia un chiaro cambio di immagine quello di un paese che 18 anni fa era uscito da una guerra e che ora si appresta a entrare al gran ballo della società internazionale europea con tutti i crismi. Puoi negare che siano due facce diverse? E puoi negare – che tu sia d’accordo o no con la sentenza – che la sentenza Gotovina, che deresponsabilizza la Croazia da alcune delle accuse più infamanti che le erano state mosse, non sia un passo importante e cruciale di questo passaggio? E puoi negare che, sempre che tu sia d’accordo o meno, si sia trattato di una sentenza controversa e non digerita particolarmente bene dai serbi? Si, certo, ho scritto “tronfia”. Ma non è forse tronfio l’atteggiamento, rispecchiato dalle parole di Stimac, di un paese che vuole sbattere in faccia la sua vittoria all’avversario nel modo proposto dal ct croato? Però, ripeto, rimane l’unica parola in tutto l’articolo in cui vi è un giudizio morale.
      Scontro del 1990: dici che ho ricordato solo Boban. Non è vero. Ho scritto di una guerriglia e ho anche scritto: “Le dinamiche degli scontri di Zagabria erano state largamente premeditate: le due tifoserie, i Bad Blue Boys di Zagabria e i Delije – i “Forti” – di Belgrado si stavano già addestrando a combattere nella guerra che sarebbe scoppiata l’anno successivo. I peggiori crimini di guerra serbi furono commessi proprio dai Delije, irreggimentati dal criminale Arkan e divenuti tristemente noti come le Tigri.”. Poi, certo, ho nominato l’episodio di Boban per il semplice fatto che è stato l’epitome, il simbolo di quello scontro. Da qui a leggere una volontà di rileggere i fatti in ottica pro-serba mi pare ci passi il mondo.
      Tu mi chiedi: “Era l’inizio di una guerra?”. A giudicare dalla scritta davanti allo stadio Maksimir, si, per stessa ammissione croata. E, ribellione o non ribellione, una guerra c’è stata, o vogliamo far finta di no? E quella guerra trova nella gara del 13 maggio 1990 il suo inizio simbolico a detta di molti. A detta, ripeto, della stessa dirigenza della Dinamo Zagabria.
      Per quanto riguarda la sahovnica, vale lo stesso ragionamento che ho fatto sopra per il saluto cetnico serbo. Mi sembra quindi di applicare la stessa misura per tutti e di considerare che diversi simboli, per quanto abbiano origini diverse, abbiano assunto negli anni alcune connotazioni precise agli occhi del mondo.
      Non aver approfondito la storia di Mihajlovic nell’articolo non è stata una scelta ideologica, ma di spazio (l’originale si trova in una rivista PDF con limiti di impaginazione, è stato solo riprodotto). Peraltro, quell’articolo fu pubblicato la sera stessa dell’infelice episodio di Italia-Serbia a Genova e parla ampiamente delle violenze perpetrate dalle Tigri di Arkan, che lui stesso irregimentò attraverso la curva serba. Mi pare quindi assurdo sentirmi tacciare di non essere obbiettivo: non mi pare di aver parlato bene di nessuno in nessuno dei due articoli, e l’unico giudizio che posso aver espresso è quel “tronfio”, che già ho spiegato.

  7. Filip Stefanović

    Chiara, ti consiglio di vedere quanto abbiamo scritto riguardo al nazionalismo di guerra serbo e gli intrecci col calcio ancora nel 2010 (trovi nella pagina sull’estrema destra, sotto Serbia, “Quanto è piccola la Grande Serbia”).

    Perfetta la precisazione di Nicolo’.

  8. EVVIVA LA CROAZIA! ora che i 2 grandi generali sono a casa tutti i croati non sentiranno più la mancanza di un lavoro, non soffriranno più per la disoccupazione che supera il 20%, non si dispereranno più perchè non hanno un futuro perchè i due campioni sono a casa! il sarcasmo è d’obbligo…
    l’unica cosa che riesco dire senza sarcasmo è VIVA LA JUGOSLAVIJA, e sarebbe meglio buttare nel cesso questi ultimi 20 anni di storia.

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