ABCASIA: Damasco e Sukhumi unite dalla fiamma olimpica e da un genocidio dimenticato

Sochilunga2014

Cosa lega la capitale della Repubblica secessionista di Abkhazia, Sukhumi, alla crisi politica ed al genocidio che si sta consumando da mesi in Siria? Gli effetti e la portata storica di un genocidio e di una diaspora ben più lontani nel tempo e che la situazione attuale in Medio Oriente ha riportato alla memoria. Il popolo circasso aspira da sempre al riconoscimento del genocidio subito tra il 1862 ed il 1864, il quale diede il la ad una diaspora che portò 2 milioni di adighi (nome originario dei circassi), a vivere in Turchia, e 150mila in Medio Oriente. La guerra civile che, ad oggi, si combatte per le strade di Damasco ha portato molti degli eredi di quelle deportazioni a ritornare sui passi dei loro padri, chiedendo asilo politico ed aiuto a Sukhumi e a Mosca.

Nel Caucaso non vi sono mai certezze politiche, se non il fatto che non esista stabilità e che non si faccia domare. Accade così che la situazione di bisogno immediato e materiale di protezione e sostegno si tramuti in un pretesto strumentale, da agitare come prova degli errori e delle colpe altrui. Sukhumi, patria della sub-etnia circassa degli abazi (o abhazin), avrebbe dalla sua la fondamentale condizione di poter offrire per la prima volta un passaporto legato ad una patria nazionale nel Caucaso e di essere primo tassello di quell’Unione dei Popoli Caucasici che tanto sembrava vicina al concretizzarsi nei primi anni ’90. La piccola repubblica, di per sé non autosufficiente e totalmente dipendente dai prestiti di Mosca, non può rispondere completamente alle richieste d’accoglienza, scatenando le ire dei gruppi indipendentisti più radicali presenti nelle altre regioni del Nord Caucaso. Tbilisi, dal canto suo, subisce le accuse abkhaze di fomentare e finanziare tali gruppi, aiutata in questo dal silenzio del Cremlino.

Mosca si è finora limitata ad accogliere un numero limitato di rifugiati, adottando negli ultimi giorni un profilo più basso rispetto agli sviluppi della crisi siriana, arrivando ad ipotizzare come possibile una vittoria dei ribelli. La verità, o meglio, una delle verità, è che manca ormai poco più di un anno all’apertura dei XXII Giochi invernali di Soči, un evento di portata mondiale che per gli abkhazi e, più in generale, i circassi rappresenta una provocazione, ma anche un’opportunità politica e mediatica da sfruttare consapevolmente. Per il popolo circasso Krasnaya Polyana (in russo: Кра́сная Поля́на), non è solo la montagna presso la quale si disputeranno le principali discipline olimpiche, bensì il luogo simbolo della pace del 1864 che sancì l’inizio della diaspora in Medio Oriente.

Mosca tace, cerca di mantenere circoscritta e spenta la scintilla che la crisi siriana può accendere e far divampare con rinnovata forza nel suo “giardino di casa” (un po’ quello che Cuba rappresenta da sempre agli occhi di un repubblicano americano), ma il tentavo è destinato, quasi certamente, a fallire. Troppo grande ed appetibile è la vetrina olimpica per una questione storica da lungo tempo irrisolta e semisconosciuta, ma pronta ora a sfruttare l’occasione per balzare con forza agli occhi del mondo, trascinando con sé le tensioni irrisolte dei “Balcani d’Eurasia”. Mosca tace, e lo fa anche per nascondere i problemi che l’approvvigionamento del principale asset economico del Paese, il gas naturale, potrebbe subire a causa del riacutizzarsi delle ostilità in un’area nevralgica per il passaggio in Europa della risorsa (cui il recente avvio di South Stream ha fornito nuova linfa).

Dato per certo il fatto che i circassi presentino il conto di decenni di silenzio internazionale sul loro genocidio in occasione della vetrina olimpica, resta da vedere quali saranno le forme che essi decideranno di adottare. Prevarranno le posizioni minimaliste, di semplice protesta e richiesta di una piattaforma mediatica tramite cui esprimersi, oppure il rancore sopito sfocerà in violenza?

Leave a Reply