BIELORUSSIA: La militarizzazione e il costante fiato sul collo di Mosca

Oggi più che mai la sovranità bielorussa e l’atteggiamento paternalistico panrusso sembrano frapporsi in maniera incisiva nelle relazioni diplomatiche tra Minsk e Mosca, proprio in concomitanza del venticinquesimo anniversario dall’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. Negli ultimi anni, infatti, alcuni avvenimenti sembravano aver creato qualche crepa nei rapporti tra le due nazioni, e i momenti di conciliazione erano sembrati più limitati rispetto al passato.

I motivi di attrito

Nel 2014 il governo bielorusso non ha riconosciuto l’annessione della Crimea alla Federazione Russa, contrariamente a quanto hanno fatto alcuni paesi del Centro Asia e del Caucaso. Il presidente Lukashenko ha sempre tentato di mantenere una posizione conciliatoria, sia per salvaguardare i rapporti economici con Mosca che per continuare ad intrattenere buone relazioni bilaterali con Kiev. Successivamente, dopo l’entrata in vigore del regime visa-free in Bielorussia, il Cremlino ha unilateralmente ristabilito i controlli di frontiera, aboliti precedentemente dall’accordo di istituzione dello “Union State” assieme ad altre misure.

È poi necessario sottolineare che l'”Unione Statale” – un’organizzazione sovranazionale tra i due stati – procede a fasi alterne. La sua creazione, se da un lato ha vissuto momenti positivi in concomitanza degli incontri bilaterali tra i due presidenti, ha registrato bruschi rallentamenti ogniqualvolta Lukashenko si è opposto a determinate misure, per dimostrare ai sovranisti bielorussi tutta la sua determinazione a non sottomettersi al volere di Mosca.

Le questioni militari

L’integrazione militare conseguente alla creazione dell’Unione Statale si è ampliata nel corso degli anni, ma i momenti di scontro non sono mancati neanche in questo caso. La Bielorussia, infatti, si era opposta alla richiesta della Russia di poter installare una base aerea nel proprio territorio, mettendo in evidenza come questa istanza andasse oltre ogni accordo precedentemente stipulato, oltre a consistere in una sostanziale violazione della sovranità nazionale.

Gli interessi economici e militari, si sa, permettono il superamento di qualsiasi altra discrepanza, ed è stato così che il 3 aprile scorso, nello stesso giorno degli attentati di San Pietroburgo, Lukashenko e Putin si sono incontrati nei pressi della medesima città per fare il punto sulla progressione dell’integrazione reciproca nella prospettiva del completamento dell’unione interstatale, oltre che per discutere delle più recenti questioni di sicurezza e di politica estera.

Questo incontro, come accaduto in quelli precedenti, ha permesso a Putin di convincere Lukashenko della necessità di ampliare la presenza russa in territorio bielorusso con il pretesto di difendere il paese da possibili azioni della NATO. In particolare, proseguirà il trasporto di materiale bellico stimato per il 2017 in 4162 convogli ferroviari, con un’impennata di circa 36 volte rispetto alla media degli ultimi 4 anni. Questo massiccio programma di militarizzazione permetterà a Mosca di giocare un ruolo di primo piano in eventuali futuri scenari sui confini con la Lituania e la Polonia, oltre a poter essere utile per tenere sotto scacco l’Ucraina su un altro fronte.

Già nel 2008, dopo il conflitto russo-georgiano, l’allora Presidente polacco Lech Kaczyńsky partecipando ad una manifestazione antirussa a Tbilisi disse: “Oggi la Georgia, domani l’Ucraina, dopodomani i Paesi baltici. E poi, chissà, magari toccherà anche alla Polonia”. Rivedendo questa affermazione alla luce degli avvenimenti in Crimea e nel Donbass dovremmo forse preoccuparci?

Photo: Kremlin.ru

Chi è Leonardo Scanavino

Laureato in "Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione" presso l'Università degli Studi di Torino, attualmente frequenta una Magistrale in "Studi di Sicurezza Internazionale" presso la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. In precedenza, ha frequentato un semestre di studi (Erasmus) prasso la Latvijas Universitāte (Riga, Lettonia), durante il quale ha avuto modo di avvicinarsi alle tematiche di transizione riguardanti i paesi post-sovietici dell'Est Europa. Parla inglese, francese e studia russo.

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La distensione diplomatica tra i due paesi rappresenta un passo storico. Tuttavia, dietro ciò potrebbero celarsi interessi energetici. Infatti, se da una parte Mosca vorrebbe unificare le due economie, dall'altra la Belarusian Oil Company starebbe trattando petrolio greggio statunitense.

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