MACEDONIA: Il governo rischia una guerra civile pur di restare al potere?

Negli anni ’90, quando la Jugoslavia divenne teatro di guerra, era piuttosto frequente imbattersi nella vulgata mediatica secondo cui al sorgere della primavera i conflitti armati sarebbero ripresi con maggior vigore. Erano altri tempi si potrebbe dire. Oggi, nel 2015, dopo l’accumulo di esperienza ed informazioni riguardo alle strategie di sopravvivenza delle leadership politiche locali una simile ingenuità non è più accettabile.

I Balcani, e nello specifico alcune aree della ex Jugoslavia, riflettono delle tensioni sociali legate alla perdurante stagnazione economica e al grave fardello della disoccupazione. Questi problemi non costituiscono naturalmente una novità, essendo già presenti durante il socialismo, e neppure un’esclusiva dell’Europa sudorientale. Inoltre l’effettiva sovranità di Paesi quali la Bosnia ed Erzegovina, la Macedonia ed il Kosovo sono contestate da vari fattori interni ed esterni. Il rinnovato clima da guerra fredda tra gli Stati Uniti e la Russia contribuisce all’incertezza delle prospettive della regione balcanica nel suo complesso. I recenti avvenimenti nella regione stanno gradualmente salendo alla ribalta nei media internazionali e ponendo nuovi interrogativi sul futuro dei Balcani.
 

In Macedonia il governo di centro-destra di Nikola Gruevski continua ad essere contestato nelle piazze di Skopje dall’opposizione di centro-sinistra e da parte della società civile. Le proteste avvengono dopo mesi di scambi d’accuse tra i due principali partiti politici. L’opposizione, affermando di essere in possesso di prove inconfutabili che incastrerebbero alcune delle più alte cariche del governo, ha svelato una serie di casi di corruzione, nepotismo ampiamente diffusi, la registrazione illecita delle telefonate di oltre ventimila cittadini macedoni, oltre ad un caso di omicidio avvenuto nel 2011 sul quale vi sarebbe, se confermata, la responsabilità di alte cariche del partito al potere. La Germania e gli Usa non hanno celato il loro sostegno all’opposizione, auspicando nuove elezioni, mentre si attende una presa di posizione dell’UE. Come se tutto ciò non bastasse, dopo l’attacco di aprile ad una stazione di polizia al confine con il Kosovo da parte di alcune decine di uomini armati albanesi, sabato 9 maggio è scattata una ingente operazione delle forze di sicurezza nella città di Kumanovo (distante circa 40 km dalla capitale Skopje), prossima al confine con la Serbia meridionale, ed in particolare all’area di Presevo e Bujanovac, città della Serbia a maggioranza albanese confinanti con il Kosovo. La città sarebbe stata circondata per permettere alla polizia di catturare circa 70 uomini armati appartenenti ad un gruppo terrorista e provenienti da un Paese confinante e, allo stato attuale, vi sarebbero morti e feriti tra i poliziotti.

 

Ivica Dacic, in qualità di rappresentante dell’OSCE condanna le violenze di Kumanovo, così come la missione UE a Skopje invita alla calma. I media sensazionalisti di Belgrado, come ad esempio la Pravda, utilizzano già la parola “guerra” come un rischio potenziale per la Serbia, e accusano Tirana di aver fomentato lo spettro di una grande Albania a causa delle dichiarazioni di Rama. La Serbia ha rafforzato i controlli al confine, temendo ripercussioni in casa propria. Alcuni analisti politici serbi temono un effetto contagio nel loro territorio, sebbene non tutti siano d’accordo, soprattutto i diretti interessati, tra cui il Presidente del corpo per il coordinamento di Presevo, Bujanovac e Medvedja.

 

Così, mentre l’ansia e l’apprensione per le sorti della Macedonia crescono, richiamando alla memoria la crisi del 2001, lo scenario macedone pare in realtà più affine a quello della Serbia nell’ottobre del 2000. Nikola Gruevski ed il suo partito attaccherebbero gli ex comunisti (in altre parole, l’opposizione, ossia i socialdemocratici), non ben specificati servizi segreti stranieri, i media finanziati da George Soros e così via, accusando i manifestanti di cercare lo scontro con la polizia per poter accusare ulteriormente il governo. Inoltre il governo, per non perdere il consenso, promette decine di migliaia di nuovi posti di lavoro e un tasso di crescita dell’economia superiore a quello di tutti gli altri Paesi d’Europa. Il discorso politico (gli argomenti) adottato dal governo macedone è simile nei contenuti a quello adottato da Slobodan Milosevic soprattutto verso la fine degli anni ’90, in cui accusava agenti stranieri occidentali di destabilizzare il governo per sottomettere il popolo serbo. Già allora, in Serbia, l’elite politica (e non solo) credeva che i media finanziati da Soros e dalla sua Open Society fossero finalizzati al sovvertimento dell’ordine costituito.

 

Tuttavia, la bizzarra coincidenza dell’azione delle forze di sicurezza macedoni a Kumanovo, in concomitanza dell’acuirsi delle proteste in piazza da parte delle forze d’opposizione, appare maggiormente come un disperato tentativo di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica, dirottando la pressione mediatica verso il pericolo di una insurrezione armata da parte di elementi irredentisti della comunità albanese. Se così fosse, l’esempio della Serbia sarebbe ulteriormente calzante, sebbene il riferimento migliore, in questo caso, sarebbe non il 2000 bensì il 1987 (e gli anni immediatamente successivi) quando Milosevic sfruttò la questione dei Serbi del Kosovo per cavalcare il consenso popolare (in un regime peraltro monopartitico) e distrarre i cittadini da una grave condizione economica e sociale.

 

Ammesso e non concesso che questa interpretazione sia la più corretta, il governo di Skopje sta rischiando l’escalation di una guerra civile, con possibili infiltrazioni in Serbia, pur di non rassegnare le dimissioni e indire nuove elezioni. Senza contare il fatto che gli attori politici locali potrebbero condurre ad una internazionalizzazione del conflitto e spalancare la porta a maggiori ingerenze esterne in una fase di tensione tra Washington e l’UE da una parte (sebbene la situazione sia più complessa) e la Russia di Putin dall’altra.

 

E’ bene sottolineare che questa non è affatto una storia già scritta. Sia in Macedonia, come del resto in Bosnia ed Erzegovina, spetta alle élite politiche, alla società civile e alle grandi e medie potenze globali, cercare di trovare un compromesso politico ed evitare nuove crisi e nuovi conflitti.

Chi è Christian Costamagna

Christian Costamagna, classe 1979, ha insegnato presso l'Università del Piemonte orientale nell'anno accademico 2014-2015 (corso di Storia contemporanea e dell’Europa Orientale) dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Storiche. Nella tesi di dottorato si è occupato dell’ascesa al potere di Slobodan Milosevic nella seconda metà degli anni ’80. Ha svolto ricerche d’archivio a Belgrado e Lubiana. I suoi articoli sono apparsi su East Journal, Geopolitical Review. Geopolitica – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, Mente Politica, European Western Balkans, e sul “LSE blog about South Eastern Europe”. Costamagna è consulting analyst per Wikistrat.

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Un commento

  1. Un Fighetto Lussemburghese

    Certo che avete “prontamente sfornato” un articolo che ben si adegua alle “suggestioni” del main stream…quello stesso main stream sempre pronto a dipingerci quanto sono belle e spontanee le rivoluzioni colorate e quanto è estraneo il sorosismo a simili eventi.
    Quando farete un bell’articolo sulla lista degli invitati alle ultime nozze di soros tra i quali spicca il signor edi rama che ha fatto parte dell’executive board dell’open society di soros?
    Come mai noi lettori dovremmo credere alle vostre “analisi” e non a quelle di Stati Sovrani che lanciamo l’allarme di destabilizzazioni pilotate dall’estero?

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