Cinquant’anni fa nasceva Praxis, la "rivista eretica" del socialismo jugoslavo

“La critica spietata di tutto l’esistente, la visione umanista di un mondo veramente umano e la fervente forza dell’operare rivoluzionario”. Con questi ambiziosi obiettivi partiva nell’estate di cinquant’anni fa a Zagabria l’avventura jugoslava della rivista filosofica marxista Praxis. Una avventura breve – durerà esattamente dieci anni, dal 1964 al 1974 – e soprattutto travagliata. Ma anche intensa: intersecherà il Sessantotto, il nazionalismo croato del 1971, l’autogestione operaia, la diffidenza ostile dell’establishment della Lega dei comunisti.

La storia di Praxis parte da due radici, una teorica ed una politica. La prima corre alle opere giovanili di Marx (in particolare i Manoscritti economico-filosofici del 1844) ed ai numerosi lavori del cosiddetto marxismo critico ed umanista di cui a Lukacs, Korsch, Bloch, Marcuse ed altri come pure alla Scuola di Francoforte. La seconda radice sta nella famosa rottura tra Stalin e Tito del 1948, rottura che aprì ad una critica forte della visione dogmatico-stalinista del marxismo e della stessa filosofia.

Ma se gli avversari dovevano essere i marxisti dogmatici subito partirono le frizioni con alcuni esponenti del partito, frizioni che portarono alla sospensione nel 1966 della Scuola estiva di Curzola, l’evento annuale che dal 1964 al 1974 raccolse nell’isola adriatica filosofi ed intellettuali da ogni parte del mondo (esclusa l’URSS, et pour cause) per pensare l’umanesimo socialista. Venne poi il ’68 – per la verità alquanto flebile in Jugoslavia – ed i prassisti non solo approfondirono a livello teoretico il concetto di rivoluzione (il tema della Scuola curzoliana nell’estate di quell’anno fu appunto Marx e la rivoluzione), ma appoggiarono in toto i moti studenteschi, anche se ciò acuì i contrasti con gli ortodossi della Lega.

Lo scontro si fece ancora più pesante quando, nel 1971, apparve la “Primavera croata” con tutta la sua virulenza nazionalistica, guidata perlopiù dallo stesso partito di Zagabria, specie nella figura della Dabcevic-Kucar. Per la prima volta Praxis si confrontò con il nazionalismo, che interpretò come la continuazione del vecchio burocratismo autoritario. I prassisti misero a fuoco anche il discorso dell’autogestione e delle sue contraddizioni, che atomizzavano la classe operaia e la piegavano ai burocrati statali ed ai tecnocrati delle aziende. Ripetere retoricamente “le fabbriche agli operai” non realizzava lo slogan “tutto il potere alla classe operaia”, che tale rimase, dato che non venne mai concretizzata l’idea marxiana della “associazione diretta dei produttori”,  che secondo i prassisti andava rintracciata nell’esperienza della Comune di Parigi di un secolo prima. Anzi, la deriva liberaldemocratica e “proudhoniana” dell’autogestione stava già generando negli anni settanta una consistente classe media, una classe borghese che naturaliter aveva orizzonti solo nazionali se non nazionalistici (e quindi alla fine secessionistici, come diranno gli anni novanta di Milosevic e di Tudjman).

Ma l’esperienza di Praxis era divenuta ormai ingombrante e fastidiosa per il potere. Gli attacchi si moltiplicavano (specie in Serbia) così come le accuse ai prassisti di essere su posizioni “anarco-liberali”, mentre i finanziamenti vennero definitivamente interrotti alla fine del 1974. Addirittura i lavoratori della tipografia si rifiutarono di stampare la rivista, dimostrando quanto veri fossero i limiti dell’autogestione operaia denunciati da Praxis La “rivista eretica” (come la chiama Bogdanic nell’unico lavoro oggi in italiano dedicato alla sua storia, edizioni Aracne) dopo soli dieci anni di vita taceva per sempre, e così anche i famosi seminari curzoliani.

Oggi, a mezzo secolo dalla sua genesi, tutto questo merita una rivisitazione. Certo, viste come sono andate le cose nei Balcani, si può dire che è stato piuttosto l’esistente a condurre una critica spietata (ed efficace) a Praxis ed al suo “marxismo creativo”. Ma questo non legittima a pensare che la filosofia prassista sia stata un insieme di conati e di utopie tanto ingenue quanto fuori dal mondo. Su molte cose ebbe piuttosto il ruolo, sempre scomodo, di inascoltata Cassandra. Pochi lustri dopo la chiusura della rivista, com’è noto, chiuse anche la Jugoslavia con sussulti violenti che la accompagnarono per tutti gli anni novanta. E nello stesso periodo fu rottamata con ignominia l’idea stessa di un “pensare diverso” da quello del capitalismo e delle sue logiche liberiste. Ma ciò assolutamente non toglie che oggi l’esigenza di una “critica spietata di tutto l’esistente” rimanga vieppiù valida e necessaria.

 

 

 

 

Chi è Vittorio Filippi

Sociologo, docente Università Ca’Foscari e Università di Verona, si occupa di ricerca sociale, soprattutto nel campo della famiglia, della demografia, dei consumi. Collabora nel campo delle ricerche territoriali con la SWG di Trieste, è consulente di Unindustria Treviso e di Confcommercio. Insegna sociologia all’Università di Venezia e di Verona ed all’ISRE di Mestre. E’ autore di pubblicazioni e saggi sulla sociologia della famiglia e dei consumi.

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Un commento

  1. Ottimo pezzo, davvero molto interessante e poco conosciuta la vicenda di Praxis. Mi pongo solo due domande.

    Ci fu davvero tutta questa “virulenza nazionalistica” nella primavera croata, il MasPok del 1971, o fu piuttosto un tentativo di richiamare all’equilibrio tra le diverse comunità jugoslave ed ad una maggiore liberalizzazione linguistica e culturale prima ancora che politica? Sarebbe un elemento interessante da approfondire.

    E fu davvero la classe media creata dall’autogestione e dal benessere degli anni ’70 / ’80 a sostenere i partiti nazionalisti, nel decennio successivo? Mi sembra che la storiografia dica diversamente. Ma lascio la parola a chi ne sa di più.

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