Il traffico sessuale nella Georgia post-sovietica

Il traffico di esseri umani è un fenomeno in crescita rispetto ai decenni passati: da alcune stime condotte nel 2014 risulta che, ogni anno, fino a 27 milioni di persone potrebbero esserne coinvolte (Castles, de Haas e Miller, 2014). All’interno di questa categoria, il traffico per scopi sessuali sta a sua volta crescendo e le Nazioni Unite rilevano come l’87% dei casi di traffico di esseri umani comporta in qualche misura delle forme di sfruttamento sessuale.

Nello spazio post-sovietico, all’indomani del crollo dell’URSS, il traffico di esseri umani ha subito un notevole incremento. Come ha affermato la studiosa russa Yuliya Tverdova in un’analisi del 2010, “dopo la caduta del regime sovietico, gli stati post-comunisti hanno rapidamente conosciuto il volto moderno della schiavitù”. In particolare, le principali vittime del traffico sono le donne – che costituiscono tra l’80 e il 90% del totale (Allahverdieva, 2009).

Il contesto georgiano

I dati che riportano i casi di traffico sessuale nella Georgia post-sovietica indicano la scomparsa di centinaia di ragazze e donne ogni anno. Numerose georgiane – alcune delle quali giovanissime – sono state salvate da condizioni di sfruttamento sessuale alle quali erano state sottoposte in Europa occidentale, Israele e negli Stati Uniti. Il report stilato dal Dipartimento di Stato americano per il 2017-2018 sottolinea inoltre che molte donne vengono condotte dalla Georgia in Turchia, in Cina e negli Emirati Arabi Uniti. Spesso vengono loro offerti lavori come cameriere e badanti ma, una volta all’estero, le ragazze vengono private dei loro documenti, del cellulare e costrette a prostituirsi. In alcuni casi trovano effettivamente un impiego all’interno di bar e hotel, ma spesso viene loro imposto dai datori di lavoro di offrire prestazioni sessuali ad alcuni clienti.

Al tempo stesso, l’espansione e l’internazionalizzazione di alcune organizzazioni criminali georgiane nel corso degli anni Novanta ha facilitato l’estensione della tratta di esseri umani facendo della Georgia un paese di origine del traffico. A metà degli anni Duemila, in Spagna e in Belgio vennero trovate delle cellule alle quali afferiva il traffico sessuale proveniente dal Caucaso: si trattava di nuclei operativi diretti da trafficanti georgiani, che reclutavano le ragazze in patria e le convincevano a recarsi all’estero con la promessa di un impiego ben retribuito (Shelley et al., 2007).

La Georgia, tuttavia, è sempre più spesso anche un paese di destinazione e di transito per il traffico sessuale. Il Dipartimento di Stato americano riporta il caso delle donne azere convinte a recarsi in Georgia e poi costrette a prostituirsi in bar, casinò, hotel e saune nella regione turistica di Adjara, al confine con la Turchia. Inoltre, molte delle ragazze che vengono trafficate in Georgia – alcune delle quali provengono dalla confinante Armenia – sono in realtà trasferite in Turchia (Iselin, 2007). Dai dati riportati dall’OSCE nel 2014 emerge anche un altro percorso seguito dai trafficanti: le ragazze reclutate all’estero vengono condotte a Batumi (nel sudovest della Georgia) e da lì vengono portate in Turchia o negli Emirati Arabi Uniti.

L’influenza del crollo dell’URSS

L’incremento del traffico sessuale in Georgia dopo il triennio 1989-1991 induce a ipotizzare che la caduta del regime abbia avuto una qualche influenza – in modo diretto o indiretto – sul fenomeno. Con l’ascesa al potere di Mikhail Gorbachev nel 1985, iniziò un processo di graduale apertura, di cui sono espressione emblematica la Perestrojka e la Glasnost, destinato a mutare radicalmente le condizioni politiche e sociali nello spazio sovietico. I poteri del partito comunista vennero arginati, si diede spazio all’ascesa di una parziale opposizione politica e – da un punto di vista socioculturale – si fecero strada molti valori occidentali con cui i cittadini dell’URSS non erano ancora familiari. Fino ad allora la legislazione comunista era stata severa in relazione alla libertà sessuale: nelle parole di Elena Omelchenko: “il sesso e la sessualità venivano espropriati a beneficio dello stato” e la prostituzione era stata in gran parte sradicata da Stalin. Recarsi all’estero era difficile, costoso e ottenere un visto poteva richiedere molto tempo. Il traffico sessuale in Georgia, pertanto, stentò a prendere piede fino alla fine degli anni Ottanta – poiché manca il contesto sociale, nonché la concreta possibilità per i trafficanti di oltrepassare facilmente i confini.

Alla fine del decennio divenne sempre più difficile controllare e arginare le migrazioni irregolari e la tratta di esseri umani. Come definito in un rapporto della International Organization for Migration (IOM, 2008), i confini divennero “porosi” e le organizzazioni criminali georgiane ebbero modo di svilupparsi, di acquisire nuovi contatti all’estero e di mettere in piedi una fitta rete internazionale per il reclutamento, il traffico e lo sfruttamento di migliaia di giovani donne. A questo scopo, pertanto, non contribuì solo l’ammorbidimento dei controlli e della legislazione contro la prostituzione nello spazio post-sovietico, ma anche un aspetto in sé carico di risvolti positivi come la crescente facilità di viaggiare, di attraversare confini un tempo impenetrabili e di recarsi all’estero.

Sarebbe tuttavia semplicistico annoverare il crollo dell’Unione Sovietica tra le cause del traffico sessuale in Georgia. Non si può infatti parlare di un rapporto di causa-effetto e si tratta di un fenomeno ben più complesso, nel quale intervengono la guerra civile georgiana, l’interesse personale dei trafficanti e il desiderio di molte ragazze di trovare un impiego remunerativo all’estero. È tuttavia possibile ritenere che il processo di graduale apertura avviato nella seconda metà degli anni Ottanta, in Georgia, abbia contribuito a creare un terreno fertile nel quale ha avuto modo di radicarsi, crescere ed espandersi il traffico sessuale.

Fonti (oltre a quelle linkate):

  • Allahverdieva, A. (2009). Trafficking in human beings: A transnational threat of the globalization era. The Caucasus & Globalization, 3, 116-132.
  • Castles, S., de Haas, H., & Miller, M. (2014). The Age of Migration. Basingstoke: Palgrave Macmillan.
  • IOM. (2008). Migration in Georgia: A Country Profile.
  • Iselin, B., & United Nations Development Programme. (2002). Counter Human-Trafficking Institutional Assessment: Armenia. Yerevan: Publisher not identified.
  • Omelchenko, E. (2000). My Body, My Friend? Provincial Youth between the Sexual and the Gender Revolutions. Gender, State and Society in Soviet and Post-Soviet Russia, 137-167.
  • OSCE. (2014). Human-trafficking in South Caucasus. Shahidov, A.
  • Shelley, L., Scott, E., & Saunders, K. (2007). Organized crime and corruption in Georgia. Abingdon: Routledge.
  • Tverdova, Y.V. (2011). Human-trafficking in Russia and other post-Soviet States. Human Rights Review, 12, 329-344.
  • UNODC. (2009). Global Report on Trafficking in Persons. New York: Kangaspunta, K.
  • U.S. Department of State. (2017). Trafficking in Persons Report 2017.

Chi è Giulia Tempo

Giulia Tempo
Studentessa di Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Torino, si occupa prevalentemente dell'area caucasica. Redattrice per alcuni anni in MSOIthePost, si è occupata di coordinarne la sezione "Oriente". Parla inglese, francese e al momento sta frequentando un Minor in Globalizzazione e Sviluppo presso la Maastricht University (Paesi Bassi).

Leggi anche

GEORGIA: Pubblicata la lista nera “Otkhozoria-Tatunashvili”

Lo scorso 26 giugno la Georgia ha pubblicato i primi 33 nomi della cosiddetta “Lista Otkhozoria-Tatunashvili”, che include individui accusati o condannati in contumacia per “l’omicidio, il rapimento, la tortura e il trattamento disumano” di cittadini georgiani in Abkhazia e Ossezia del Sud

Un commento

  1. Qui i confini porosi hanno fatto un danno? Ma tu guarda!

WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com