CONFINI: La Transilvania e la sua peculiare identità ibrida

“La Transilvania è la provincia più particolare di tutta l’Europa orientale. Nessuno che abbia provato la speciale bellezza del suo paesaggio, il fascino del suo popolo e la complessa seduzione dei suoi problemi, può restare a lungo lontano con il pensiero o essere felice finché non vi sia tornato”. Con queste parole lo storico e diplomatico inglese Hugh Seton Watson espresse, in un suo fortunato volume (Eastern Europe between the wars, Cambridge Univ. Press, 1945), il suo amore verso la Transilvania, terra di cui aveva imparato a conoscere la peculiarità durante gli anni di lavoro presso l’ambasciata inglese in Romania. Quando egli arrivò a Bucarest, tra il 1939 e il 1940, la Transilvania era al centro dei dibattiti politico-diplomatici europei: l’Ungheria, forte dell’alleanza con la Germania nazista, spingeva per una revisione dei trattati di pace siglati dopo la prima guerra mondiale, che avevano assegnato l’intera regione alla Romania dopo secoli di appartenenza alla corona ungherese. Un legame atavico, quello tra Budapest e la Transilvania, che contribuì a forgiare le identità di entrambe. La brusca separazione sancita nel 1918 era una ferita ancora sanguinante per gli ungheresi, che non riuscivano ad accettare di aver perso uno dei bastioni della corona di Santo Stefano. Di contro, rinunciare alla Transilvania era inconcepibile per i romeni, che intorno ad essa avevano imbandito la loro mitologia nazionale. In Transilvania si trovava il cuore della vecchia Dacia conquistata dai legionari di Traiano. Proprio lì, dalla commistione tra romani e daci, sarebbe sorto il popolo romeno. E sempre in Transilvania, nel ‘700, nacque la scuola culturale che riscoprì l’originaria latinità dei romeni, fornendo un tassello importantissimo per la costruzione di un’identità nazionale acerba.

Città ungheresi, campagne romene

Seton Watson si impregnò di questo dibattito, che dalla dimensione diplomatica si innalzava immediatamente a quella culturale: la storia, la letteratura, l’etnografia, tutto era necessario per giustificare l’appartenenza della regione all’uno o all’altro stato. Leggendo i suoi scritti, non sembra che Seton Watson nutrisse simpatie particolari per l’uno o per l’altro contendente. E d’altronde, all’inizio degli anni ’40, sia le rivendicazioni ungheresi che quelle romene apparivano ampiamente giustificabili. Se ancora oggi si cammina per le vie del centro di Cluj, capoluogo della regione, ci si accorge immediatamente dell’impronta ungherese, prima di tutto nell’architettura, chiaramente di derivazione centro-europea, ma anche nell’immaginario collettivo. Non è un caso che la piazza principale sia ancora dominata dalla statua equestre di Mattia Corvino, grande sovrano rinascimentale d’Ungheria, lì nato quando ancora Cluj non esisteva e la città era nota esclusivamente col nome ungherese, Kolozsvár. Dal canto loro, i romeni potevano vantare una chiara maggioranza demografica, essendo essi l’elemento etnico dominante nelle campagne; come immaginare la Transilvania senza i suoi paesaggi, senza le sue foreste, senza i suoi villaggi contadini. Un’atmosfera rurale talmente evocativa che spinse un uomo che parlava la stessa lingua di Seton Watson ad ambientarvi il suo capolavoro. Si dice che Bram Stoker non sia mai stato personalmente in Transilvania, e che ne abbia riprodotto le sfumature grazie ad un certosino lavoro bibliografico. A lui e al suo Dracula si deve l’esplosione del mito della Transilvania in tutto il continente.

La Transilvania tedesca

Romeni contro ungheresi. Ungheresi contro romeni. Parlando della Transilvania, forse si tratta di una dicotomia limitativa. In tedesco la regione viene denominata Siebenbürgen, letteralmente “sette città”. Furono i sassoni infatti che nel XII secolo trasformarono quelli che ancora erano piccoli villaggi nelle sette principali città della regione. Il centro di Sibiu, in tedesco Hermannstadt, non stonerebbe assolutamente in Germania, delle cui città riproduce tutte le caratteristiche architettoniche e stilistiche. La grande chiesa nera di Braşov, con il suo stile gotico, è un tuffo nel grande medioevo germanico. E che dire delle casette colorate del centro di Sighişoara, luogo natale di Vlad l’Impalatore, la più tedesca delle città transilvane?

Il fascino dell’ibrido

Quando Seton Watson parlava di “fascino del popolo transilvano”, non si riferiva a nessuno dei tre gruppi etnici principali: romeni, ungheresi, o sassoni. Il popolo transilvano è l’insieme di queste tre comunità, che insieme hanno contribuito a creare quel meraviglioso ibrido che è la Transilvania. Lo storico inglese è morto nel 1984 dopo aver visto la regione cambiare spesso appartenenza statale, facendo ping pong tra la Romania e l’Ungheria. Anche oggi, chi si reca in Transilvania, come Seton Watson negli anni ’30, non può non restare sedotto dalla sua complessità, e dall’abbacinante bellezza della commistione.

Chi è Francesco Magno

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Dottorando presso l'università di Trento con un progetto sulle politiche nazionalizzatrici dei governi romeni nel periodo interbellico. Laureato in storia contemporanea presso l'università di Padova con una tesi sulle epurazioni del regime comunista romeno nel mondo delle libere professioni. Si occupa da anni di Romania, paese dove ha trascorso diversi soggiorni di studio e ricerca, con particolare attenzione al nazionalismo romeno e alle politiche di nazionalizzazione in aree di frontiera.

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