Berlinale

CINEMA: “Aga” dà voce alla scomparsa del profondo nord siberiano

Una donna in abiti tradizionali jakuti, popolazione turcofona della Siberia settentrionale, suona uno scacciapensieri, annunciando al modo di un aedo l’inizio di una storia. Al termine dell’esecuzione sorride verso la camera, e il pubblico, quello reale in sala, applaude a lungo, come si fa ai concerti. Come se lei dall’altro lato dello schermo potesse gioirne.

Presentato fuori concorso alla 68esima edizione della Berlinale, Ága del regista bulgaro Milko Lazarov è un film che parla di equilibri e legami. Rovinosamente spezzati, perduti e ritrovati, in tempi e a livelli diversi. È un film che parla di assenze incombenti e dolore impronunciabile. Interamente ambientato nella repubblica autonoma russa di Sacha, il film si affida a pochi dialoghi in sacha, lingua appartenente al ceppo linguistico turco, per denunciare la fine di un mondo.

“Le gambe sono come una famiglia, hanno bisogno l’una dell’altra”

Cosa c’è di poetico nella lotta alla sopravvivenza dell’uomo in un contesto climaticamente ostile? Il suo rispetto della natura, il suo vivere in simbiosi con essa, capendone cambiamenti e cicli. E il bisogno che si ha dell’altro, non esclusivamente dal punto di vista pragmatico. L’uomo in questione si chiama Nanook e passa le sue giornate procacciando cibo per lui e sua moglie Sedna, che nel frattempo si prende cura della loro yurta di pelli, nel mezzo dei ghiacci della tundra. La coppia è anziana, la loro unica figlia, Ága appunto, li ha lasciati anni prima per andare a lavorare in una miniera di diamanti. Le sporadiche visite del giovane Chena, il quale a sua volta è quasi del tutto estraneo alla vita attuale di Ága, sono per loro l’unico contatto con il mondo “esterno”.

Spazi immensi fatti di neve, permafrost e cielo limpido. Scene lunghe, prevalentemente totali, girate a camera fissa, dove Nanook soprattutto appare come una piccola silhouette. La natura si fa protagonista e rivelatrice, per chi come i due sa leggerla, e al tempo stesso indifferente al loro destino, stile il pastore errante di leopardiana memoria. Ma questa stessa natura è minacciata dall’impronta umana: indirettamente si parla infatti di riscaldamento globale, di estinzione delle specie animali e delle culture indigene.

Il regista non segue morbosamente la coppia, non mostra tutto di loro, della loro intimità e complicità nella durezza della loro routine, ma lascia che le loro voci o semplicemente il silenzio guidino lo spettatore in questo mondo. Che sta scomparendo e di cui i due restano, ancora per poco, unici custodi. Musica e leggende di renne raccontante nella notte giocano un ruolo importante nella vita di Nanook e Sedna, così come un sogno premonitore di lei che annuncia un destino ineluttabile. La vita tuttavia prosegue, prende un altro corso e anche nella miniera di Trubka Udačnaja, la più profonda a cielo aperto al mondo, dall’aspetto di un enorme girone dantesco, ci può essere redenzione. Almeno per una famiglia.

Il cinema di Lazarov

Classe 1967, Lazarov fu selezionato con il suo primo lungometraggio Alienazione alle Giornate degli Autori del Festival del cinema di Venezia nel 2013, vincendo il premio speciale Europe Cinemas Label e quello come migliore regista emergente da parte della Federazione dei critici cinematografici dell’Europa e del Mediterraneo (FEDORA). Anche nel caso del suo debutto, il primo film bulgaro dopo vent’anni ad essere ammesso al festival internazionale più prestigioso, si dipinge un profilo maschile: Christos Stergioglou interpreta un uomo greco che si reca in Bulgaria per comprare un neonato.

Con Ága afferma Lazarov di aver voluto portare sullo schermo la capacità delle popolazioni del nord – in generale, nonostante la scelta del nome inuit di Nanook – di preservare la delicatezza delle relazioni interpersonali in condizioni estreme, accentuate ulteriormente dal riscaldamento globale e dall’impatto della civilizzazione.

Foto: © Kaloyan Bozhilov

Chi è Francesca La Vigna

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Dopo la laurea in Cooperazione e Sviluppo presso La Sapienza di Roma emigra a Berlino nel 2009. Si occupa per anni di progettazione in ambito culturale e di formazione, e scopre il fascino dell'Europa centro-orientale. Da sempre appassionata di arte, si rimette sui libri e nel 2017 ottiene un master in Management della Cultura dall'Università Viadrina di Francoforte (Oder). Per East Journal scrive di argomenti culturali a tutto tondo.

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