CAUCASO: Le conseguenze del golpe turco in Georgia e Azerbaigian

In seguito al fallito golpe che nella notte tra il 15 e il 16 luglio ha scosso la Turchia, per volere di Erdoğan in tutto il paese sono state avviate una serie di purghe mirate a colpire i responsabili del tentato colpo di stato, tra cui si è fatto il nome dell’imam Fethullah Gülen, ritenuto dal presidente turco il principale organizzatore del golpe.

Gülen, che dal 1999 vive in auto-esilio negli Stati Uniti, è a capo di Hizmet (in turco “servizio”), un movimento che si identifica come associzione caritatevole ma che in realtà rappresenta un ben più complesso impero economico da 25 miliardi di dollari con una vasta rete di contatti in tutto il mondo. Tra le principali attività promosse da Hizmet vi è l’istituzione di una serie di scuole güleniste, sorte inizialmente in Turchia e successivamente diffusesi in tutto il mondo. Proprio queste scuole, dopo il fallito golpe di luglio, sono finite nel mirino di Erdoğan, che in pochi giorni ha fatto chiudere gli oltre 300 istituti affiliati al movimento Hizmet presenti nel paese.

Una volta ultimate le purghe in patria, Erdoğan ha rivolto la propria attenzione al di fuori dei confini nazionali, dove esistono attualmente centinaia di scuole d’ispirazione gülenista. Tra i primi paesi a essere stati presi di mira dal presidente turco vi sono le repubbliche del Caucaso e dell’Asia Centrale, che Gülen utilizzò a partire dagli anni Novanta come punto di partenza per diffondere i propri istituti all’estero. A poche settimane dal fallito golpe, Erdoğan ha così iniziato a far pressione ai governi di questi paesi, importanti alleati o comunque legati economicamente ad Ankara, invitandoli a chiudere tutte le scuole güleniste.

Il primo paese ad aver accolto le richieste del presidente turco è stato l’Azerbaigian, storico alleato di Ankara, dove le scuole affiliate a Hizmet sono state subito messe al bando. Le purghe richieste da Erdoğan si sono però spinte oltre, portanto ad esempio alla chiusura del canale televisivo indipendente ASN, colpevole di aver pianificato di mandare in onda un’intervista allo stesso Gülen.

Nel revocare la licenza televisiva ad ASN, la corte d’appello azera si è rifatta a una legge che consente alle autorità di chiudere un determinato media qualora esso trasmetta propaganda estremista o discriminatoria. Secondo i rappresentanti del Consiglio Nazionale Radio-Televisivo dell’Azerbaigian, l’organismo che ha intentato la causa contro ASN, la televisione indipendente “aveva preso una posizione che contraddiceva il partenariato strategico tra il popolo azero e quello turco, offrendo supporto a Fethullah Gülen e ai suoi sostenitori, che hanno organizzato i fatti di sangue che hanno causato la morte di diverse persone”.

Nel paese caucasico è stato inoltre avviato un procedimento penale contro diverse persone accusate di essere seguaci del movimento Hizmet, che in Azerbaigian, come in Turchia, viene considerato alla pari di un’organizzazione terroristica, come indica la denominazione FETO (Fethullah Terrorist Organisation), termine con cui il governo azero riconosce Hizmet. Secondo Eldar Sultanov, portavoce dell’Ufficio della procura che sta seguendo il procedimento, questa mossa si è rivelata necessaria al fine di “prevenire azioni illegali all’interno del territorio dell’Azerbaigian da parte dei sostenitori dell’organizzazione terroristica di Fethullah Gülen”.

Dopo l’Azerbaigian, il governo turco ha iniziato a fare pressioni anche alla vicina Georgia, paese dove al momento si trovano sette scuole affiliate a Hizmet; dal Demirel Private College di Tbilisi, uno degli istituti più prestigiosi della città, al Liceo dell’Amicizia Şahin di Batumi, primo degli istituti gülenisti a sorgere in Georgia nel 1993, recentemente accusato dal console turco locale di seguire un’ideologia terrorista. Nonostante i buoni rapporti con Ankara, Tbilisi non sembra però essere intenzionata a seguire l’esempio di Baku, non individuando alcun potenziale pericolo nelle idee propagandate da questi istituti.

Chi è Emanuele Cassano

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Studente di Scienze Internazionali con specializzazione in Studi Europei presso l'Università degli Studi di Torino, si occupa dell'area del Caucaso, sia dal punto di vista politico che da quello storico e culturale. Dal 2012 è redattore di East Journal, mentre dal 2014 è coordinatore di redazione della rivista Most, quadrimestrale di politica internazionale. Parla inglese e francese e conosce basi di russo.

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