GRECIA: Il nuovo porto cinese

Dopo la ricerca di capitali in Azerbaijan, l’attenzione del governo greco, guidato dal Primo Ministro, Antonis Samaras, si rivolge ora verso la Cina. Con una disoccupazione arrivata a toccare il 27% della popolazione totale e addirittura il 50% di quella giovanile, Atene non può più permettersi di perdere tempo e deve trovare un modo per risollevare le proprie sorti. Durante un recente incontro tenutosi nella capitale ellenica, il premier cinese Li Keqiang e il suo omonimo greco, Samaras, hanno sottoscritto accordi commerciali dal valore di circa 6,5 miliardi di euro. Trattati, questi, che rafforzano ancor di più la partnership tra i due paesi. Difatti, la Cina già investe in ferrovie e aeroporti: le aziende cinesi Friedman Pacific Asset Management Limited (FPAM) e Shenzhen Airport Group sono proprietarie del 55% delle azioni dell’aeroporto di Atene “Elefterios Venizelos” e hanno promesso di rendere il più grande scalo greco “la porta della Cina in Europa”.

All’interno di questo progetto, si inserisce anche l’interesse della Cina per il porto del Pireo, oggi il terzo più grande del Mediterraneo. La China Ocean Shipping Group Company (COSCO) ha recentemente sottoscritto un accordo (già approvato dalla Commissione Europea) da 3,3 miliardi di euro per l’affitto di una parte del porto per i prossimi 35 anni, annunciando investimenti dal valore di 564 milioni finalizzati al miglioramento delle strutture. La strategia che la Cina sta perseguendo è quella di creare una rete di porti e centri logistici al fine di realizzare una nuova “via della seta” per la distribuzione dei propri prodotti in Europa.

Ma non esiste solo l’aspetto commerciale in questa operazione: nel corso di un breve incontro, tenutosi recentemente nell’isola di Rodi, il premier greco Samaras ha proposto, al presidente cinese Xi Jimpjng, un programma di pattugliamenti congiunti contro la pirateria e suggerito l’isola di Creta come nodo regionale per il supporto, la manutenzione e la riparazione della Marina cinese. La portata di questa offerta non è stata percepita come un pericolo né dall’Unione Europea, né dagli Stati Uniti, nonostante Souda Bay, sita nel nord ovest di Creta, sia la sede di una base NATO.

Questa collaborazione in campo marittimo ha avuto occasione di concretizzarsi già il 2 agosto: la fregata “Salamis”, di proprietà della Marina greca, ha permesso l’evacuazione e il salvataggio di 79 funzionari cinesi che lavoravano nelle zone di Tripoli e Bengasi, sede di violenti scontri tra milizie rivali che hanno causato, dal 13 luglio ad oggi, la morte di circa 214 persone e il ferimento di altre 981. Accolti da alcuni loro connazionali con canti di gioia e slogan quali “Grazie Hellas” e “Viva l’amicizia sino-greca”, hanno ricevuto anche il saluto dell’ambasciatore cinese in Grecia, Zou, il quale ha affermato che “la collaborazione tra Cina e Grecia promuoverà la pace regionale e mondiale”.

Al di fuori dei facili entusiasmi, è naturale il timore che questi investimenti siano mirati ad avere un potere d’influenza militare in Europa e possano produrre, altresì, un danno al paese ellenico; difatti, la Grecia sta trattando con un paese economicamente in salute e che, quindi, può far la parte del leone e dettare le proprie condizioni al tavolo delle trattative. C’è chi teme, addirittura, che la Cina potrebbe approfittarne per piegare i diritti dei lavoratori alle proprie esigenze, come già sta facendo in alcune zone dell’Africa, dove ha acquisito e creato ex novo diverse industrie minerarie e petrolifere. Questa ipotesi è forse esagerata, dal momento che la Grecia fa parte dell’Unione Europea e gode, dunque, di maggiori garanzie per quanto riguarda la salvaguardia dei diritti.

Tuttavia, è innegabile che una presenza così pervasiva della Cina nell’economia greca lancia un segnale d’allarme per tutta l’Europa, che vede affacciarsi sulle sue coste il florido paese dell’estremo oriente, e segna un’ulteriore sconfitta per la politica economica portata avanti da Bruxelles, la quale, dopo aver versato, in questi anni di crisi, circa 247 miliardi di euro nelle casse dello Stato greco, si vede soffiar via, a prezzo di saldo, una grossa fetta di mercato da un suo diretto concorrente.

Chi è Flavio Boffi

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27 anni, dottorando in Studi Politici a La Sapienza, laureato in Relazioni Internazionali all'Università degli Studi Roma Tre. Collaboro con East Journal da giugno 2014, dopo aver già scritto per The Post Internazionale e Limes.

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2 commenti

  1. La Grecia cerca nuovi partner economici fuori dall’Europa intanto cerca di correre ai ripari dal danno dell’emmbarfo russo:
    Chiedendo alla Russia stessa di ripensarci.
    http://vocidallestero.blogspot.it/2014/08/gli-agricoltori-greci-colpiti-dalla.html?m=1

    • Ovviamente la Grecia in questo momento sarebbe disposta a vendere l’anima al diavolo, anzi possibilmente a due o tre diavoli contemporaneamente.
      Speriamo che la politica autarchica russa si sfasci rapidamente. Per fortuna ci sono già dei segnali precisi: si fa marcia indietro su qualche prodotto e Medvedev si augura che le controsanzioni non durino l’anno previsto.
      Di fatto “controsanzioni” con durata programmata, non lasciano spazio a nessuna possibilità di sostituzione strutturale, ma solo a politiche spot di reperimento di succedanei (di solito inferiori ma più costosi): le pesche greche che marciscono non potranno essere sostituite nei supermercati russi, semplicemente i consumatori russi non mangeranno pesche o fragole in questa stagione.
      Il fatto che i russi mangeranno meno frutta, latticini, carne di maiale ecc. sarà una magra consolazione per i produttori europei e sicuramente le compensazioni finanziare copriranno solo in parte le perdite; purtroppo la folle politica estera della Russia ha fatto e farà ancora tante vittime.

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