AZERBAIGIAN: Prigionieri politici e diritti civili, Baku silenzia il Consiglio d'Europa

Oggi, 23 gennaio, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) vota due rapporti sull’Azerbaigian: uno sui prigionieri politici, e uno sull’attuazione degli impegni per la costruzione di un sistema democratico, assunti dal paese caucasico con l’adesione all’organizzazione paneuropea.

L’Azerbaigian non è una democrazia. Lo dicono tutti i rapporti internazionali. Eppure, nel 2001, il paese caucasico affacciato sul Caspio è stato ammesso al Consiglio d’Europa – l’organizzazione paneuropea fondata nel 1949 (ne fanno parte 47 stati, dal Portogallo alla Russia, con la sola eccezione della Bielorussia – da non confondere con l’UE) che si occupa della protezione dello stato di diritto, della democrazia e dei diritti umani. A differenza dei suoi vicini caucasici, Georgia ed Armenia, con cui i rapporti restano tesi, l’Azerbaigian può contare su grandi risorse petrolifere e su una posizione strategica, che ne fa un alleato indispensabile per la sicurezza energetica dei paesi europei.

L’ammissione dei tre paesi caucasici al Consiglio d’Europa, nel 2001, conteneva la speranza che nel giro di qualche anno una liberalizzazione politica li avrebbe ancorati nel campo delle democrazie, oltre alla volontà di dare un appiglio giuridico finale (la Corte di Strasburgo) ai loro cittadini. Ciò non è avvenuto: la situazione di democrazia e libertà civili in Azerbaigian oggi è peggiore di dieci anni fa. Peggio, l’Azerbaigian ha inaugurato un’offensiva politico-diplomatica per mettere a tacere tutte le voci contrarie, a partire dal Consiglio d’Europa. Strumento di tale politica è una pattuglia di fedeli e corrotti parlamentari dei paesi occidentali, che siedono nell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE). Lo European Stability Institute (ESI) ne ha raccontato la storia nel report Caviar Diplomacy.

I due rapporti che arrivano nelle mani dei parlamentari che siedono all’emiciclo di Strasburgo ne sono la conferma. Il primo, sui prigionieri politici, è il frutto del lavoro di Christoph Straesser, integerrimo relatore PACE cui Baku ha per mesi negato un visto d’entrata. Dopo aver per anni chiesto al Consiglio d’Europa di dare una definizione di “prigionieri politici”, prima di discuterne nel merito, il 3 ottobre 2012 l’Azerbaijan e la Russia hanno proposto un emendamento che al contrario rimandava la competenza di tale definizione alla Corte europea dei diritti dell’uomo, rischiando così di vanificare l’intero lavoro di monitoraggio dell’assemblea. Il voto sul filo del rasoio, 89 contro 89, ha visto l’emendamento respinto, salvando così il lavoro di Straesser; a favore avevano invece votato anche Pedro Agramunt, spagnolo, e Joseph De Bono Grech, maltese.

Il secondo rapporto riguarda le obbligazioni internazionali che l’Azerbaijan si è assunto con l’adesione al Consiglio d’Europa. I relatori sono proprio Agramunt e De Bono Grech. Secondo l’ESI, che gli ha dedicato la relazione A Portrait of Deception,

Il rapporto non cita un solo passo positivo sui più centrali impegni del Consiglio d’Europa: elezioni, pluralismo dei partiti, separazione dei poteri, democrazia locale, eliminazione della tortura e dei maltrattamenti, libertà di espressione, libertà di riunione, libertà di associazione, libertà di religione, obiezione di coscienza al servizio militare, o la protezione delle minoranze.

I due relatori erano evidentemente di fronte a un dilemma. Non riuscivano a trovare i segni di progresso, poiché non ve n’era alcuno. Quindi si sono messi a citare riforme minori e avvenute in passato, descrivendole come ‘considerevoli’, e riassumendole in un’accattivamente prima frase del sommario esecutivo. Si tratta di un impressionante gioco di prestigio. È anche profondamente disonesto.” (p.3)

Procedendo ad una analisi testuale del rapporto di Agramunt e De Bono Grech, e confrontandola alla situazione reale di democrazia e diritti civili a Baku, l’ESI smonta il rapporto dei due relatori e lo definisce “come mettere il rossetto ad un maiale, ignorando il crescente livello di repressione in ogni area da parte di un regime apertamente autoritario“. I relatori, al contrario, sembrano dare la colpa della mancanza di diritti umani in Azerbaigian all’opposizione (silenziata, repressa, invisibile), ai vicini russi e armeni, agli stessi osservatori internazionali più critici.

L’ESI non si tira indietro dal chiedere, sin dal titolo della relazione, le dimissioni di Pedro Agramunt, considerato irrimediabilmente compromesso con il regime azerbaigiano. Allo stesso modo si augura che l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa proceda ad una profonda revisione del rapporto, e ne cancelli la prima frase, secondo cui il Consiglio d’Europa riconoscerebbe “il progresso dimostrato dall’Azerbaigian nell’istituzione di un quadro normativo in alcune aree cruciali per il funzionamento delle istituzioni democratiche, a partire dalla sua adesione al Consiglio d’Europa“.

AGGIORNAMENTO (21h00): L’assemblea parlamentare ha approvato il rapporto Agramunt – De Bono Grech (qui il testo) sul rispetto dei propri impegni da parte dell’Azerbaigian, in cui richiama le autorità di Baku alla “piena attuazione delle libertà fondamentali, incluse la libertà d’espressione, d’assemblea e d’associazione. La situazione in Azerbaigian è preoccupante e l’Assemblea esprime la sua profonda preoccupazione a tale riguardo” (punto 11). Il rapporto include una lista dettagliata delle azioni attese dal governo azerbaigiano per porre rimedio alla situazione in atto; tuttavia esso mantiene tutti i punti più controversi inseriti dai relatori Agramunt e De Bono Grech, e non include una tabella di marcia nè indica a quali sanzioni il governo di Baku andrebbe incontro in caso – come prevedibile – tali richieste dovessero restare lettera morta. Il rapporto è passato con 196 sì, 13 no e 16 astenuti (tra cui l’italiano Renato Farina).

E’ stato invece rigettato il rapporto Straesser (qui il testo) sui prigionieri politici in Azerbaigian, con un voto di 125 a 79 e 20 astenuti. Hanno votato contro anche i parlamentari italiani di centro e destra: Rossana Boldi, Gennaro Malgieri, Pasquale Nessa, Andrea Rigoni, Giacomo Santini, Giuseppe Saro, Giacomo Stucchi, Giuseppe Valentino, Luca Volonté. Astenuto Renato Farina. Voti a favore invece quelli dei parlamentari italiani di centrosinistra, Giuliana Carlino e Paolo Corsini.

Foto: Julia W, da Flickr

Chi è Davide Denti

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Dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea e Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina. Collabora con varie altre testate, tra cui Osservatorio Balcani e Caucaso e Aspenia online.

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