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ELEZIONI ARMENIA / 2: Il lento disgelo a Yerevan e le promesse di democrazia

di Davide Denti

Murales elettorale di Sarzh Sargsyan, elezioni 2008 (foto: AFP/Vano Shlamov)
Murales elettorale di Sarzh Sargsyan, elezioni 2008 (foto: AFP/Vano Shlamov)

Nonostante in Europa occidentale non se ne accorga nessuno, le elezioni legislative del 6 maggio in Armenia sono un test politico fondamentale per lo sviluppo della democrazia in Armenia e, se si riveleranno libere e democratiche, potrebbero influenzare positivamente i processi elettorali futuri in Georgia ed Azerbaijan. A cosa è dovuta tale loro rilevanza? Per comprenderlo bisogna dare un’occhiata alla storia politica recente della Repubblica d’Armenia.

La complessa storia politica dell’Armenia indipendente

A partire dal 1991, l’Armenia ha avuto tre presidenti. Il primo, Levon Ter-Petrosyan, fu costretto alle dimissioni nel 1998: il piano di pace che aveva negoziato con l’Azerbaijan sul conflitto del Nagorno Karabakh risultava indigeribile all’élite militare del paese. Gli succedette Robert Kocharyan, già presidente della repubblica indipendentista del Nagorno Karabakh. Dopo l’apice dell’attacco al Parlamento nel 1999, in cui restarono uccisi il primo ministro e diversi altri politici armeni, la situazione politica si stabilizzò poco a poco, mentre il conflitto rimase gelato. Il dialogo tra Armenia e Azerbaijan, culminato nel vertice di Rambouilet nel 2006, non produsse sviluppi, mentre Kocharyan iniziava a venir criticato per essersi troppo avvicinato alle posizioni negoziali di Ter-Petrosyan.

L’elezione del 2008 e la repressione delle proteste. Tre anni di inverno a Yerevan

Il terzo presidente, eletto nel 2008, è Serzh Sargsyan, già delfino di Kocharyan. I risultati delle elezioni, in cui Sargsyan evitò il secondo turno per un 3%, vennero fortemente contestati dall’opposizione, guidata di nuovo da Ter-Petrosyan: dopo dieci giorni di proteste pacifiche in Piazza della Libertà, a Yerevan, che avevano portato in piazza fino a 100.000 persone, il 1° marzo 2008 la polizia e l’esercito intervennero disperdendo con la forza i manifestanti, accusati di fomentare alcuni saccheggi. Il bilancio dello scontro fu di 8 manifestanti e due poliziotti uccisi, 300 feriti e qualche centinaia di arresti. Dichiarando di agire per prevenire un colpo di stato, Kocharyan impose uno stato d’emergenza di 20 giorni, sospendendo le libertà di espressione ed associazione e imponendo la censura ai mezzi d’informazione, mentre Ter-Petrosyan veniva messo di fatto agli arresti domiciliari. Una nuova legislazione, passata dal parlamento armeno, rese più semplice per le autorità negare le autorizzazioni ad ogni manifestazione non gradita. Da allora, l’opposizione armena rifiutava di riconoscere la legittimità del governo e del parlamento, in cui non era rappresentata, e chiedeva le dimissioni di Sargsyan ed elezioni anticipate e trasparenti. Nel frattempo le tensioni con l’Azerbaijan restavano forti, con venti di guerra e riarmo di entrambe le parti, mentre il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con la Turchia nel 2009 non conduceva ad un effettivo miglioramento delle relazioni internazionali turco-armene.

Il vento della primavera araba e il disgelo politico del 2011

Dopo tre anni in cui governo ed opposizione hanno continuato a non parlarsi, il disgelo del clima politico armeno è iniziato nel 2011. La protesta di febbraio dei venditori ambulanti di Yerevan contro l’ordinanza del sindaco della capitale che bandiva il commercio fuori dai mercati organizzati venne ripresa dal movimento unificato dell’opposizione, il Congresso Nazionale Armeno (HAK) di Ter-Petrosyan, invocando l’esempio delle primavere arabe in Tunisia ed Egitto. All’HAK si unirono due partiti dell’opposizione parlamentare, il partito liberale-centrista Heritage (Zharangutyun) dell’ex ministro degli esteri Raffi Hovannisyan, e la Federazione Rivoluzionaria Armena (HHD, Dashnak), entrambi di posizioni hard-line sulla questione del Nagorno-Karabakh, e nel caso di Dashnak un alleato di coalizione di Sargsyan fino al 2009.

Nel terzo anniversario delle violenze del 2008, 50.000 persone scesero in piazza a Yerevan per chiedere nuove elezioni anticipate, riforme economiche e welfare sociale, contro la realtà di bassi stipendi, inflazione, corruzione e declino della qualità della vita dopo vent’anni di Armenia indipendente. In particolare, l’opposizione poneva tre condizioni alle autorità per la ripresa del dialogo politico: una “inchiesta obiettiva” sulle violenze del 2008, la fine del bando alle manifestazioni in piazza della Libertà, e il rilascio dei prigionieri politici, minacciando altrimenti il passaggio alla disobbedienza civile.

Tra aprile e maggio, il governo si adattò alle condizioni dell’opposizione, annunciando un’investigazione sulle violenze del 2008 e concedendo l’accesso a piazza della Libertà. Una nuova legge, passata nell’aprile 2011, garantisce a tutti i cittadini il diritto di assemblea. Infine, il 26 maggio, un’amnistia garantì  il rilascio di centinaia di prigionieri, inclusi 6 attivisti imprigionati nel 2008. A luglio 2011 riprese il dialogo politico, tramite un gruppo di discussione ad hoc che include i tre partiti di governo (il Partito Repubblicano HHK, Armenia Prospera BHK e Stato di Diritto OEK) e una delegazione dell’opposizione extraparlamentare dell’HAK, per preparare nel migliore dei modi la stagione elettorale del 2012. Tra pochi giorni sapremo se il disgelo politico sarà sancito da elezioni libere e competitive, e se la democrazia potrà installarsi anche alle pendici dell’Ararat.

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Chi è Davide Denti

Dottorando in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea e Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina. E' vicedirettore di East Journal e collabora con diverse altre testate.

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