BOSNIA: Le autorità contro il movimento Pravda za Davida

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da OBC Transeuropa 

La mattina del 25 dicembre, nelle ore in cui una parte del mondo celebra il Natale cattolico, la piazza centrale di Banja Luka si tinge di scuro. Prende forma una specie di presepe all’incontrario: una coppia di genitori arrestata, un altare di fiori smontato rapidamente, una piazza svuotata e circondata, persone sbattute a terra da agenti antisommossa, altri arresti e scontri nel corso delle ore e nei giorni successivi, fino a un’inquietante sparizione su cui a tutt’oggi non si è fatta luce.

Dopo 275 giorni di occupazione ininterrotta di Piazza Krajina viene così sgomberato manu militari il presidio di Pravda za Davida, il movimento che chiede giustizia e verità per David Dragičević, ragazzo di 21 anni ucciso in circostanze irrisolte nel marzo 2018. La serie impressionante di depistaggi e omissioni da parte delle istituzioni della Republika Srpska (una delle due entità che compongono la Bosnia Erzegovina) aveva subito indotto il sospetto che alcuni membri della polizia locale fossero coinvolti nell’omicidio di David, cosa di cui il movimento si è dichiarato sempre più certo. Da allora il caso Dragičević ha tenuto banco nell’attualità del paese, arrivando a essere uno dei temi principali della recente campagna elettorale. Ma è con gli eventi di queste settimane che si segna un punto di non ritorno, con risvolti determinanti per tutti i livelli del paese: libertà di manifestazione, equilibri istituzionali e persino il ruolo degli attori internazionali.

Le autorità della Republika Srpska da tempo attendevano l’occasione di un’azione di forza contro il volto più energico e carismatico di Pravda za Davida: Davor Dragičević, il papà del ragazzo ucciso, instancabile nel chiedere le dimissioni dei vertici dell’ordine pubblico in Republika Srpska, dal ministro dell’Interno Dragan Lukač ai capi della polizia, che ritiene direttamente responsabili della morte del figlio. In questi mesi Davor Dragičević ha condotto una sfida aperta e persistente al sistema di potere di Milorad Dodik, l’autocrate della Republika Srpska che dalle elezioni di ottobre è uscito persino rafforzato e ora siede alla presidenza collettiva statale. Dodik ha cambiato tante volte atteggiamento verso Pravda za Davida: prima l’ha ignorato, poi ha provato invano ad addomesticarlo, poi è passato alle minacce, come quando in campagna elettorale disse che il presidio di Piazza Krajina sarebbe stato presto “spazzato via”.

Nel mese di dicembre, sono state probabilmente due circostanze a fare di Pravda za Davida una spina nel fianco definitivamente insopportabile per Dodik. La prima è stata la serie di viaggi che Davor Dragičević ha condotto a Sarajevo per incontrare diversi ambasciatori dei paesi UE nonché Željko Komšić – omologo di Dodik nella presidenza collettiva bosniaca e suo grande rivale politico -. La seconda è stata la promessa di Pravda za Davida di mantenere il presidio di Piazza Krajina nonostante i diversi eventi di massa che si sarebbero organizzati in città: dai concerti di Capodanno alle celebrazioni del Natale ortodosso – il 7 gennaio – e, soprattutto, alla parata militare del Giorno della Republika Srpska il 9 gennaio, un evento di grande importanza per la legittimazione ultra-nazionalista del partito di Dodik. La sfida del movimento dunque si estendeva al comune di Banja Luka il cui sindaco, Igor Radojičić, è del partito di Dodik e in passato è stato indicato come il suo potenziale erede.

Stato d’emergenza

La mattina del 25 dicembre, Davor Dragičević viene arrestato. La motivazione è una mancata comparizione a un’udienza, per un corteo non autorizzato tenutosi alcuni giorni prima davanti al parlamento della Republika Srpska. Con lui, sono messi in custodia Suzana Radanović – la madre di David Dragičević, anch’essa molto presente nel movimento – e una decina di altri attivisti, tra cui quattro esponenti dei partiti di opposizione anti-Dodik: Adam Šukalo, Draško Stanivuković, Vojin Mijatović e Branislav Borenović. Tutto questo accade mentre i servizi municipali protetti da un imponente cordone di poliziotti antisommossa ritirano il cosiddetto “Davidovo srce” (Il “cuore di David”), l’imponente altare di foto, candele, fiori e altri oggetti in memoria del ragazzo ucciso. L’altare occupava la centralissima Piazza Krajina da più di nove mesi, sormontato da un grande pugno chiuso in metallo, il simbolo visivo della protesta.

Centinaia di manifestanti inermi subiscono ripetute cariche della polizia e restano increduli di fronte alla brutale solerzia delle autorità che da nove mesi non hanno intrapreso nessuna iniziativa, e nessun arresto, per l’omicidio di David. Le immagini degli scontri fanno il giro della regione post-jugoslava e giungono reazioni preoccupate della comunità internazionale, tra cui quella dell’ambasciatore dell’Unione Europea. Diversi analisti sostengono che la scelta del 25 dicembre per questa operazione sia stata presa di proposito per approfittare del calo di attenzione di media e funzionari internazionali nel giorno di Natale.

Da quel giorno, Banja Luka entra in una specie di stato d’emergenza permanente. Il 26 dicembre, il ministro dell’Interno della Republika Srpska Lukač lancia il divieto ad hoccontro “qualunque manifestazione del collettivo Pravda za Davida”, affermando con sprezzo come questo sia stato “tollerato” fino ad ora nonostante abbia “agito nell’illegalità”. Davor Dragičević, nel frattempo rilasciato insieme agli altri attivisti, snobba il divieto e guida un corteo di un migliaio di persone sul luogo in cui lo scorso 24 marzo fu trovato il corpo del figlio, sulla riva del torrente Crkvena. “Sono il padre più orgoglioso di un figlio che è stato assassinato. Conosco gli assassini e i loro complici”, scrive quel giorno su twitter.

Il 30 dicembre, durante l’ennesimo grande corteo, il movimento si concentra nella piazza dove è previsto il concerto del cantante Haris Džinović. Il sindaco Radojičić decide a quel punto di annullare tutte le celebrazioni e annuncia che chiederà a Pravda za Davida “risarcimenti milionari” per il danno economico e d’immagine alla città. Tuttavia, Džinović spiega in seguito che “non aveva la minima intenzione” di esibirsi in quelle condizioni, smentendo così la versione data dal sindaco che attribuiva al movimento la responsabilità di interrompere l’evento. In precedenza, la nota cantante serba Marija Šerifović, (vincitrice dell’Eurovision 2007) aveva già annullato il suo concerto, di fatto acconsentendo alla richiesta di boicottaggio da parte di Pravda za Davida. A margine del corteo, si producono ancora scontri, arresti e un nuovo, più inquietante, colpo di scena.

Giustizia per David, Giustizia per Davor

Alle 23.00 del 30 dicembre Davor Dragičević, il papà di David, scompare nel nulla e a tutt’oggi non si sa dove si trovi. Inizialmente circola la notizia del suo arresto a margine della manifestazione, ma la polizia della RS smentisce. Poi si parla di un possibile rifugio di Dragičević presso l’ambasciata del Regno Unito a Sarajevo. È un’ipotesi rilanciata soprattutto dai media vicini a Milorad Dodik, che da tempo accusa Londra di ingerenza negli affari interni della Bosnia Erzegovina e soprattutto della Republika Srpska, in quanto i britannici starebbero combattendo un “conflitto per procura” contro la Russia, partner privilegiato di Dodik. Ma l’ambasciatore britannico Matt Field nega prontamente, smentendo “ogni coinvolgimento nell’organizzazione delle proteste”.

Dalle istituzioni della RS filtra che l’avvocato di Dragičević, Ifet Feraget, avrebbe cercato una trattativa con il tribunale locale per fare costituire il suo assistito. Ma Feraget non conferma e insiste di non sapere nulla. Negli ultimi giorni non emergono elementi chiari, anche se il 5 gennaio alcuni media citano dei messaggi dal gruppo FB del movimento secondo cui Davor si troverebbe “al sicuro”, “due passi avanti rispetto agli assassini, come sempre”.

Un possibile scenario è dunque che Davor Dragičević si trovi all’estero, per evitare il mandato di cattura su di lui e i pesanti capi d’imputazione (si parla addirittura di “tentato colpo di stato”) che si stanno preparando contro lui ed altri esponenti del movimento. In questo caso è plausibile che Davor stia attendendo un determinato momento (forse il 9 gennaio, giorno della Republika Srpska?) per un’apparizione pubblica ad effetto. Più volte nei mesi scorsi – tra cui nell’intervista a OBC Transeuropa dello scorso ottobre – esponenti di Pravda za Davida hanno citato la possibilità di intraprendere un esilio volontario in caso di una azione di forza delle istituzioni. L’altro scenario, decisamente più inquietante, è invece che Davor sia stato rapito, e che dunque gli “sia successo qualcosa di brutto” come alcuni sostenitori del movimento ripetono, per pudore o per esorcizzare la terribile eventualità.

In questa incertezza, preoccupano le allusioni di un consigliere politico di Dodik, Srđan Perišić, secondo cui alcuni stranieri occidentali “strateghi delle rivoluzioni colorate” (sic) starebbero pianificando gli omicidi di oppositori politici per poi dare la colpa al governo della RS e forzare un cambio di regime. Queste parole lasciano intendere l’atmosfera di paranoia e insicurezza che le autorità di Banja Luka, invece di smorzare, sembrano volere propagare a tutti i costi. In questi ultimi giorni, la polizia della Republika Srpska non risparmia controlli di documenti e cordoni antisommossa nemmeno davanti alla Cattedrale di Cristo Salvatore, il luogo dove Pravda za Davida sta convocando i presidi dopo lo sgombero di Piazza Krajina. Presidi silenziosi, senza simboli né slogan, pur di non incorrere in denunce e detenzioni.

Contro il silenzio

Pravda za Davida ha sempre affermato, e continua a affermare, la sua a-politicità di principio e la propria estraneità alle dinamiche di partito. Sono state le istituzioni della Republika Srpska, con le loro ostruzioni alle indagini sulla morte di David, che hanno contribuito a trasformare Pravda za Davida da un collettivo per la giustizia su un singolo caso a un vero e proprio movimento per la libertà di espressione e il diritto al dissenso. Vi è poi un problema più ampio. Il sistema di Dodik ha annichilito l’opposizione, consolidando l’egemonia assoluta sui media, sugli enti culturali, su quasi tutte le municipalità locali dell’entità serbo-bosniaca. Pravda za Davida ha, a modo suo, aperto uno spazio di espressione unico.

“Dodik ha tutto il potere in Republika Srpska. L’unica cosa che non controlla è David Dragičević e la gente intorno a lui”, ha scritto l’analista Srđan Puhalo. “Ora è vietato protestare a Banja Luka, perché la polizia ogni sera controlla qualunque raggruppamento di persone, grazie a leggi ad hoc che sarebbero anticostituzionali. Se queste proteste verranno soffocate, nei prossimi cinque anni a Banja Luka non ci sarà nessun’altra protesta su nulla. Se la gente in queste settimane non si difenderà, ci aspettano cinque anni di dittatura”, ha spiegato l’editorialista Dragan Bursač in un’intervista.

In queste settimane, Pravda za Davida continua a ottenere un sostegno trasversale in Bosnia Erzegovina e nel resto della regione post-jugoslava. Il 25 dicembre e nei giorni successivi, manifestazioni di solidarietà si sono tenute a Sarajevo, Tuzla, Mostar, Belgrado, Novi Sad e Zagabria, nonché in diverse città europee in cui è presente la diaspora ex-jugoslava. L’ondata di solidarietà per il movimento sembra crescere ancora, attratta dai tanti significati universali di questa causa: l’empatia per dei genitori che hanno perso un figlio; l’ammirazione per una sofferenza privata che si fa impegno e indignazione; la fiducia per uno spazio libero da minacce, discorsi d’odio e segregazioni etniche; il riconoscersi nella più pre-politica delle domande, ovvero il chiedere alle istituzioni null’altro che di “fare il proprio lavoro”.

In Bosnia Erzegovina, vi è poi la causa comune dei cosiddetti “casi silenziati”, le morti dovute a abusi di autorità che le istituzioni coprono con ogni mezzo. Nel paese vi sono quasi una decina di casi silenziati negli ultimi anni. La presenza di due cause sorelle e che si sostengono reciprocamente, quella di Davor Dragičević a Banja Luka e quella di Muriz Memić a Sarajevo (papà rispettivamente di David e Dženan, anche quest’ultimo ucciso nell’ambito di un sospetto abuso di potere; il primo “serbo ucciso da serbi”, il secondo “musulmano ucciso da musulmani”, come di solito ripetono gli stessi due padri per sottolineare la necessità di superare le gabbie etniche) ha aperto un inedito canale di solidarietà tra le due principali città della Bosnia Erzegovina. Città che, dalla guerra degli anni Novanta, si erano tenute reciprocamente distanti ed estranee.

Nonostante questi segnali positivi, è lecito pensare che cresceranno le difficoltà per Pravda za Davida. Come avviene per qualunque movimento sociale che deve affrontare una repressione, gli attivisti sono ora costretti a sparpagliarsi in tante condizioni diverse, tra fughe e isolamenti, chiusi in tanti piccoli dilemmi del prigioniero. Non sarà facile mantenere una strategia comune. E soprattutto, ora che cominciano a pendere accuse di alto tradimento e condanne pluridecennali, non sarà facile mantenere l’attenzione sul caso originario, l’omicidio ancora senza colpevoli di un ragazzo di 21 anni che studiava elettrotecnica e suonava reggae e hip hop.

FOTO: Alfredo Sasso

Chi è Alfredo Sasso

Alfredo Sasso
Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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