Se l’Europa umilia le vittime serbe della Grande Guerra

Da BELGRADO – Lo scorso 11 novembre è ricorso il centenario della fine della Prima guerra mondiale. Oltre 80 capi di stato si sono recati a Parigi per celebrare la firma dell’armistizio che mise fine a quella nefandezza che uccise oltre quindici milioni di giovani europei. Eppure, anche questa volta, l’Europa si è dimenticata dei Balcani e quello che sembra un apparente errore di protocollo si è tradotto in un’offesa per la storia della Serbia e il suo sacrificio nella Grande Guerra.

Sul palco installato sotto il maestoso arco di trionfo parigino, il presidente della Serbia Aleksandar Vucic è stato relegato in una posizione marginale, in seconda fila, dirimpetto ad Emmanuel Macron, Donald Trump e Vladimir Putin, rappresentanti delle forze vincitrici della guerra. A indispettirlo davvero, però, il fatto che il presidente del Kosovo Hashim Thaci sedesse proprio dietro i presidenti di Russia e Francia. Nonché la posizione della presidente della Croazia Kolinda Grabar-Kitarovic: in prima fila, spalla a spalla coi grandi del mondo.
Per Vucic – alchimista abile a trasformare il suo carisma internazionale in sostegno interno presentandosi come uomo della provvidenza – è stato un vero smacco. Oltre il danno la beffa, vien da dire.

L’importante è partecipare?

No, l’importante non è partecipare, ma ricordare. Ancora una volta, l’Europa, attraverso i suoi leader, dà l’impressione di non essere in grado di scindere la storia dalla politica. “Thaci aveva una posizione migliore della nostra. La posizione della presidente della Croazia Kolinda Grabar-Kitarovic qualcuno la motiverebbe con l’ordine alfabetico. Io non l’ho capito. Non voglio esporre i miei dubbi. Se mi chiedete se questo sia l’attuale rapporto di forze, no, non lo è”, ha dichiarato Vucic in conferenza stampa dopo la cerimonia. Eppure il dubbio resta.
Senz’altro, è chiaro che in Europa non si riesce a fare una cerimonia di ricordo senza darle una contestualizzazione con la politica odierna. E questo fa male alla memoria storica. La Serbia è stato il paese che più di tutti soffrì la Prima guerra mondiale. Si stima che i morti furono oltre un milione, di cui più dei due terzi civili, ovvero quasi il 30% della popolazione, il 60% degli uomini del paese, e più di un milione e duecentomila i feriti.

Inoltre, è in Serbia che cominciò la guerra, dopo un ultimatum di 48 ore di Vienna che non lascia dubbi su chi volesse annientare chi. E’ in Serbia – sul monte Cer e sul fiume Kolubara – che l’eroica resistenza serba, nonostante la netta inferiorità numerica, mostrò agli alleati che era possibile vincere le potenze centrali. Ed è soprattutto grazie alle truppe serbe se nel 1918 fu possibile sconfiggere gli eserciti dell’intesa grazie allo sfondamento del fronte macedone, portato avanti insieme ai generali francesi Franchet d’Esperey, Adolphe Guillaumat e Maurice Sarrail. E quindi perché la Francia di Emmanuel Macron mette Vucic in seconda fila, ovvero in secondo piano?

Memoria politica

Il dovere di ricordare il sacrificio della Serbia non ha nulla a che fare con le sue rivendicazioni nazionali, passate o presenti. Citare l’insoddisfazione di Vucic non significa in alcun modo fare eco alle sue politiche. La maggior visibilità di Croazia e Kosovo rispetto alla Serbia è poco rispettoso solo della storia, non dell’odierna sovranità di Zagabria e Pristina. Ed è un fatto storico, piaccia o meno, che la Croazia nel 1914 non esisteva come stato indipendente ma come provincia di quell’impero che iniziò la guerra, mentre il Kosovo era parte della stessa Serbia.
L’errore di protocollo, o peggio sciatteria, degli organizzatori del centenario purtroppo va a rafforzare quelle teorie del complotto che nella Serbia di Vucic sono sempre di moda. E sono errori che paga tutta l’Europa. Il palco installato sotto l’arco che celebra le vittorie di Napoleone rappresenta infatti la nostra memoria; l’ordine delle sue file il posto occupato dai nostri ricordi. E il messaggio trasmesso, più o meno involontariamente, è che oggi Croazia e Kosovo sono più importanti della Serbia, a prescindere dagli eventi storici. Forse perché si ritiene che Croazia e Kosovo siano più capaci della Serbia nel mantenere oggi quella pace conquistata cent’anni fa?

Chi scrive non ha alcun interesse a rivendicare la supremazia della Serbia, piuttosto la volontà di preservare una memoria che non sia ostaggio di convenienze politiche, giochi di potere e interessi di parte.
Cent’anni fa l’Europa ripartì con quei “quattordici punti” che vollero restituire centralità alle nazioni per secoli dominate da potenze straniere. Dimenticarci oggi di quella centralità è un errore grave che il nostro continente ha già commesso, garantirle il giusto spazio nella nostra memoria europea è invece un obbligo morale.

Chi è Giorgio Fruscione

Giorgio Fruscione
Classe 1987, politologo di formazione. Vive a Belgrado, dove lavora come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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2 commenti

  1. Assolutamente d’accordo con l’articolo.

    Ma non con il corollario sul principio di centralità delle nazioni.
    Questo principio, che ispirò le soluzioni di pace, all’epoca significò (storicamente) libertà per alcune nazioni ma nuove forme di oppressione per i gruppi etnici minoritari all’interno delle nazioni. Fu il bisnonno del sovranismo attuale.
    Naturalmente, niente nostalgie per Cecco Beppe e il mondo di Joseph Roth.

    Ma l’eredità del principio vestfalico di sovranità nazionale fu la II Guerra mondiale.
    Il principio dello stato-nazione era ingiusto (se assolutizzato) allora.
    Nella seconda metà del XX secolo èstato alla base dell’impotenza dell’ONU.
    E nel XXI secolo è un vero e proprio “zombie” che ci impedisce di risolvere i problemi della sopravvivenza, anzi ci allontana dalla loro soluzione, come vediamo tutti i giorni.

    A parte questo, grazie per il bell’articolo.

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