CONFINI: “Italiani maledetti, maledetti austriaci”, introduzione al Südtirol-Alto Adige

“Italiani maledetti, maledetti austriaci”. Così si intitola la versione italiana di una famosa opera di Claus Gatterer (nell’originale tedesco Erbfeidenschaft), storico sudtirolese, da sempre avverso alle semplificazioni e alle mitizzazioni della storia. Il titolo è una provocazione, un’estremizzazione, che vuole radicalizzare un contrasto che fu (e spesso ancora è) innegabilmente duro, aspro, talvolta violento, ma che nasce anche da una distorsione e da una volontaria omissione della storia. Una narrazione (surriscaldata nel corso degli anni anche dai media) che si concentra quasi esclusivamente sui fattori divisivi, sulle peculiarità nazionali, esacerbando il contrasto che nel XX secolo ha martoriato queste terre.

Nell’Impero asburgico

“L’atavica inimicizia” nasce nell’Ottocento, quando il germe nazionalista si insedia sia nella componente italiana trentina sia in quella tedesca alto-atesina. Le due aree linguistiche sembrano chiaramente divise dal confine della Chiusa di Salorno, nella Val d’Adige: a sud gli italiani, a nord i germanofoni. Quello che sembra un perfetto idillio linguistico-territoriale è tuttavia rotto non solo nella zona di confine della Val di Non, dove nell’Ottocento si mischiano anarchicamente paesi italiani e austriaci, ma anche dalle isole linguistiche germanofone. Basti guardare alla Valle dei Mocheni, o Valle del Fersina, abitata da una popolazione che conservava un dialetto tedesco, e al paese di Luserna, nell’altopiano di Lavarone, i cui cittadini, specialmente a partire dagli anni ’60 del XIX secolo, si sentivano chiaramente tedeschi.  Sebbene quindi la divisione linguistico-territoriale appaia netta, in realtà già nell’Ottocento l’attuale Trentino si presentava come una terra dalle non trascurabili commistioni culturali.

La regione, insieme all’attuale Alto Adige, formava la principesca contea del Tirolo, parte della Cisleitania, dal 1867 il versante austriaco dell’Impero austro-ungarico. Fino alla seconda metà dell’Ottocento, non era inusuale vedere nel Parlamento provinciale di Innsbruck alleanze politiche etnicamente trasversali (liberali italiani e tedeschi collaborarono spesso in funzione anti-conservatrice). Tuttavia, la nascita del Regno d’Italia e la contemporanea radicalizzazione in senso nazionalista di una parte della componente germanofona del Tirolo gettarono benzina sul fuoco del patriottismo italiano. Inizia una guerra culturale inizialmente blanda e limitata a pochi ambienti intellettuali; una contesa che, con lo sviluppo dei livelli di istruzione e con il divampare dell’associazionismo, nei vent’anni successivi diventerà quanto mai accesa. Basti guardare al profondo significato simbolico e patriottico assunto dall’inaugurazione di una statua di Dante a Trento nel 1896.

L’irredentismo socialista di Cesare Battisti

Sono gli anni dell’elezione del nazionalista austrotedesco Julius Perathoner come sindaco di Bolzano e della nascita del Partito Socialista Trentino, fondato da Cesare Battisti e Antonio Piscel. Il percorso verso l’irredentismo di Battisti è molto più sfumato e complesso di quel che le rispettive propagande nazionaliste hanno presentato. Il punto di partenza fu un autonomismo fortemente intriso di valori sociali, all’interno di uno Stato federale austriaco dove nessuna etnia avrebbe prevalso sulle altre, che sfociò poi, al momento dell’ingresso italiano nella prima guerra mondiale, in un irredentismo che identificava come obiettivo il solo Trentino. Battisti, a dispetto della propaganda successiva, non asserì mai che i nuovi confini italiani dovessero attestarsi più a nord. Tuttavia, la vittoria permise a Roma di far sentire la sua voce fino al Brennero, come riporta un’iscrizione sul cippo di confine inaugurato nel 1921 alla presenza del re Vittorio Emanuele (Hucusque audita est vox tua Roma parens).

Tra fascismo e nazismo

I progetti autonomistici dell’immediato post-guerra portati avanti da molti esponenti politici trentini, tra cui un giovane De Gasperi, naufragarono con la nascita del regime fascista, che puntò alla completa italianizzazione di tutte le terre poste a nord di Salorno. I germanofoni del Tirolo meridionale furono costretti a subire per quasi vent’anni le vessazioni fasciste, che andavano dalla violenza fisica squadrista a provvedimenti legislativi volti alla distruzione dell’identità linguistica e culturale. L’accordo tra l’Italia e la Germania nazista del 1939 mise i sudtirolesi di fronte a una scelta difficile: restare nelle proprie terre ma continuare a subire l’italianizzazione forzata, o lasciare i luoghi nativi per trasferirsi in Germania dove avrebbero potuto preservare la propria peculiarità. Molti altoatesini decisero di emigrare, anche perché spinti da una sincera simpatia verso il regime nazista, da loro visto come ultimo baluardo dell’identità tedesca dopo anni di soprusi. A nulla valse l’attività conciliatrice e veementemente anti-nazista di figure come il vescovo Michael Gamper che, seppur culturalmente tedesco, decise di non lasciare il Sudtirolo, diventando quindi un Dableiber (letteralmente “colui che resta qui”). Figure come quella di Gamper, dimostrano come anche all’interno del fronte tedesco non mancassero autorevoli voci moderate.

Il secondo dopoguerra e l’esempio di Langer

Dopo la seconda guerra mondiale gli accordi tra De Gasperi e il ministro degli Esteri austriaco Gruber sancirono la nuova condizione dell’Alto Adige, garantendo ai germanofoni il diritto alla tutela linguistica e culturale. Tutt’altro che risolutoria, l’intesa italo-austriaca non riuscì a prevenire il divampare del terrorismo altoatesino, che dimostrò quanto la questione sudtirolese fosse tutt’altro che appianata. Alexander Langer cresce e si forma nel turbolento contesto dell’Alto Adige degli anni ’60. Già da giovane, mosso da un forte afflato cattolico e da una non comune sensibilità, invita al rispetto reciproco e alla convivenza. Lui, italiano di lingua tedesca, ma cittadino del mondo, fu uno dei primi a vedere la sua regione come parte integrante della nascente Europa, e non appannaggio di uno dei due gruppi. Il suo rifiuto di rinchiudersi in una gabbia etnica in occasione del censimento fu uno degli atti politici più rivoluzionari registratisi nella storia della regione. Dall’insegnamento di Langer parte un nuovo capitolo della storia di queste terre.

Chi è Francesco Magno

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Dottorando presso l'università di Trento con un progetto sulle politiche nazionalizzatrici dei governi romeni nel periodo interbellico. Laureato in storia contemporanea presso l'università di Padova con una tesi sulle epurazioni del regime comunista romeno nel mondo delle libere professioni. Si occupa da anni di Romania, paese dove ha trascorso diversi soggiorni di studio e ricerca, con particolare attenzione al nazionalismo romeno e alle politiche di nazionalizzazione in aree di frontiera.

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