TURCHIA: Intervista ad Aydin Engin, ultimo baluardo della libertà di stampa

A man holds up a placard as people demonstrate in support of Turkish daily newspaper Zaman in front the headquarters in Istanbul on March 4, 2016. An Istanbul court on Friday ordered into administration the Turkish daily newspaper Zaman that is sharply critical of President Recep Tayyip Erdogan, amid growing alarm over freedom of expression in the country. / AFP / OZAN KOSE

Da ISTANBUL – Quartiere di Şişli, zona centrale della Istanbul europea. Superati i rigidi controlli di sicurezza, entriamo nella redazione di Cumhuriyet.

Aydin Engin, 75 anni, è circondato da giovani giornalisti; stanno lavorando all’edizione dell’indomani. Editorialista veterano, guida quello che può essere considerato l’ultimo quotidiano turco d’opposizione, da quando gli ultimi due direttori sono stati in qualche modo “eliminati” dal governo di Recep Tayyip Erdoğan. Prima Can Dündar, costretto a fuggire in Germania dopo essere stato arrestato nel 2015 per aver denunciato il passaggio di armi tra i servizi segreti turchi e un gruppo di miliziani dell’Isis. Poi Murat Sabuncu, arrestato, a fine ottobre, insieme ad altri giornalisti.

E Aydin continua a fare il suo mestiere, nonostante le recenti minacce di morte.

Molti dei giornalisti arrestati in Turchia sono di Cumhuriyet. Anche lei è stato arrestato a fine ottobre. Come è andata?

«Una mattina, molto presto, verso le 6.30, sono arrivati a casa mia otto poliziotti e, come se fossi un terrorista, hanno perquisito la mia casa senza un perché, mi hanno sequestrato computer, tablet e cellulare. Poi mi hanno portato via. Io pensavo che avrebbero prelevato solo me, ma hanno arrestato anche altri 14 colleghi. Tra questi, alcuni ricoprivano ruoli chiave all’interno della redazione, come il redattore capo e l’amministratore delegato del quotidiano.

Io sono stato fortunato perché, per motivi di età, sono stato rilasciato dopo quattro giorni. Altri dieci colleghi, invece, sono stati portati davanti al giudice e, al termine di udienze durate appena dieci minuti, si sono visti confermare l’arresto. Era evidente che applicavano una decisione già presa anticipatamente».

Perché Cumhuriyet è finito nel mirino del governo turco?

«In questo momento Cumhuriyet è l’unico quotidiano di opposizione. Circa il 70% dei media turchi è diventato un organo sotto il controllo del governo. I rimanenti sono diventati dei giornali “sterili”, noi li definiamo “media dei pinguini”, riferendoci ai fatti di Gezi Park.

Vogliono zittirci, ma non ci inginocchiamo. Nonostante gli arresti, continuiamo a fare il nostro lavoro. I colleghi giovani consentono comunque di pubblicare il giornale come prima, anzi, anche meglio di prima».

In Turchia sono stati arrestati, quest’anno, oltre 80 giornalisti. Qual è la situazione della libertà di stampa?

«Io sono un giornalista anziano ed esperto, ho vissuto tre colpi di stato, ma non ho mai vissuto un momento in cui la pressione sui media fosse pari a quella di oggi. Ci sono 146 giornalisti in carcere al momento e il numero potrebbe anche aumentare domani. In maggioranza sono giornalisti curdi. A mia memoria, questi sono senz’altro i giorni più pesanti in Turchia degli ultimi 30-40 anni».

Quanto è difficile lavorare qui ogni giorno per lei e la sua redazione, sapendo di essere sotto controllo?

«Ci siamo abituati. Non è la prima volta che Cumhuriyet si trova di fronte a pressioni di questo tipo. Oggi in Turchia difendere la democrazia, il laicismo, le libertà di idee e di stampa significa – ai nostri occhi – essere democratici. Ma agli occhi del governo tutto questo è un crimine. Siamo in pericolo, ma se mi chiedete che sentimento genera tutto questo, direi che è un bel sentimento. Vuol dire che facciamo buon giornalismo».

Chi è Sophie Tavernese

Sophie Tavernese
Giornalista professionista, si occupa per East Journal delle aree geopolitiche di Russia e Medio Oriente. Collabora con La Stampa. Si è specializzata in giornalismo radio-televisivo alla Scuola di Perugia. Nata ad Aosta, vive a Courmayeur. Si è laureata in Archeologia e Storia dell'Arte all'Università Cattolica di Milano.

Leggi anche

Perché la Turchia bombarda i curdi a Sinjar? Intervista a Matthew Barber

Perché la Turchia bombarda i curdi siriani? Intervista a Matthew Barber

Sul monte Sinjar, nell'agosto del 2014, si rifugiarono gli yazidi in fuga dall'Isis. Oggi quell'area è contesa tra Kurdistan iracheno e Baghdad, vede schierati il PKK, i peshmerga curdi e l'Isis, ed è finita sotto i bombardamenti della Turchia il 24 aprile. Abbiamo chiesto lumi sulla situazione di Sinjar a Matthew Barber, ricercatore dell’università di Chicago e uno dei massimi esperti della minoranza yazida in Kurdistan iracheno.

Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com