GRECIA: Perché il piano UE-Turchia sui migranti è illegittimo e inefficace

Altri 12 siriani – tra cui una donna e quattro bambini – sono stati rispediti dall’isola di Lesbo verso Adana, nell’ambito degli accordi Ue-Turchia. Secondo le autorità di Atene, i 12 siriani sono tornati in Turchia volontariamente. Prima di loro, erano stati solo 2 i siriani rispediti sulle coste turche.

Numeri esigui che riaprono il dibattito sull’efficacia e sulla legittimità del piano. L’obiettivo doveva essere quello di frenare i flussi migratori, regolarizzare il caos esistente e, dall’altra, tentare una redistribuzione dei migranti siriani. Si sta andando verso la direzione giusta?

Il piano, un freno per i flussi migratori?

La reporter di Al Jazeera Zeina Khodr, lo scorso 8 aprile, registrava che nello stesso periodo in cui 326 persone venivano rispedite sulle coste turche, ben 518 facevano ingresso nelle acque europee. E i numeri, da allora, non sono migliorati, anzi. Con la guerra civile ancora in corso in Siria e le atrocità messe in campo dal Daesh, è difficile che questi dati possano diminuire. Dice un rapporto Onu che “chi lascia un Paese più povero per uno più ricco vede in media un incremento pari a 15 volte il suo reddito e una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità infantile”: chiunque di noi, al loro posto, sarebbe disposto a giocarsi la pelle per cercare fortuna.

Ha perlomeno regolarizzato il caos?

Tutt’altro. La differenziazione tra migranti economici e rifugiati, nonché il distinguo tra siriani e “altri”, invece che rendere più cristallina la situazione, la ha ulteriormente complicata. Una delle clausole inserite nel trattato prevede che, per ogni siriano rimpatriato in Turchia, un altro siriano debba essere reinsediato in UE. Ma, fino ad oggi, dalla Grecia sono stati rispediti in Turchia soltanto 14 siriani; ciò significa che, al 27 aprile, su 386 migranti mandati indietro dalle coste greche, 372 erano di nazionalità “altra”. L’Europa, in sintesi, si è dovuta far carico della redistribuizione di 14 siriani (poco più dei 12 che Papa Francesco ha portato con sé al ritorno da Lesbo).

Non solo. Ma siamo sicuri che questa redistribuzione in Europa, basata solo sulle disponibilità dei singoli Stati membri, sia legittima? Quasi la metà dei siriani che intraprendono questi viaggi lo fanno per ricongiungersi con familiari già residenti in Europa. Il regolamento di Dublino prevede che le persone con legami familiari validi e verificati debbano essere trasferiti nello Stato membro dell’Ue opportuno per completare le procedure d’asilo, in modo tale da favorire il ricongiungimento familiare. Ora, anche l’accordo UE- Turchia rientra all’interno del regolamento di Dublino: perché, invece, i siriani dovrebbero essere distribuiti in modo non conforme ad esso, violandolo palesemente?

L’Europa, sconvolta da un fenomeno epocale, arrivato per giunta nel pieno della crisi dell’Unione, non riesce in alcun modo ad uscire dall’empasse di questi mesi. Eppure, se si leggessero i numeri, si potrebbe capire quanto avremmo bisogno di loro. Come hanno scritto Allievi e Dalla Zuanna nel libro “Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione”, “se il sogno di alcuni si realizzasse e i paesi ricchi blindassero le loro frontiere, nel giro di vent’anni i loro abitanti in età lavorativa passerebbero da 753 a 664 milioni”. Ottatanove milioni in meno. Più o meno la popolazione in età lavorativa della Germania e dell’Italia messe insieme. E come ha scritto Gian Antonio Stella in un editoriale, “in Italia per i prossimi vent’anni, ogni anno, dovranno entrare in Italia un numero vicino a quelli effettivamente entrati nel ventennio precedente. Altrimenti i potenziali lavoratori caleranno da 36 a 29 milioni, con risultati disastrosi”.

Il fenomeno migratorio è epocale, senza dubbio; da quasi due milioni di anni gli uomini si spostano, ma mai prima c’era stato uno tsunami demografico di questo genere. Ma dei circa 12 milioni di profughi partiti dalla Siria, solo il 3% viene accolto dall’Europa; il carico maggiore ricade su Giordania, Turchia e Libano. E allora perché tanto caos e spavento? Come diceva Mameli: “Di fonderci insieme già l’ora suonò”. Realizziamola questa fusione, uniamoci e lasciamo perdere gli egoismi. Da soli moriremo; insieme, perlomeno, sopravviveremo.

Chi è Flavio Boffi

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27 anni, dottorando in Studi Politici a La Sapienza, laureato in Relazioni Internazionali all'Università degli Studi Roma Tre. Collaboro con East Journal da giugno 2014, dopo aver già scritto per The Post Internazionale e Limes.

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