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La crisi del capitalismo e la mancanza di alternative

stralci d’intervista da Il Corsaro

Una democrazia lesionata

Non mi piace l’espressione “sospensione della democrazia”, che è stata utilizzata ampiamente soprattutto nell’ambito del centrodestra. Una “sospensione” implicherebbe una concezione parentetica degli avvenimenti: come se prima ci fosse una democrazia vitale e sana, si fosse poi aperta una fase di “pausa” e fosse possibile il ritorno ad una normale vita democratica. La nostra democrazia era lesionata da tempo, e il berlusconismo ne era il sintomo, non la causa. Da tempo la sovranità popolare era una sovranità molto limitata; assai più favorita era la sovranità populista. Con molta difficoltà torneremo a vedere un sistema politico funzionare secondo le regole della democrazia rappresentativa, così come si è definita alla metà del secolo scorso.

Il male minore e il presidenzialismo di fatto

A costo di stupire chi mi ha conosciuto, o letto, io continuo a dire che spero che il governo Monti sopravviva, che non cada. Anche qui, non perché concordo con i provvedimenti che ha preso. Ma perché qualsiasi soluzione sarebbe – a mio avviso – peggiore. Faccio qui una cosa che ho sempre criticato al mio maestro Bobbio, che diceva spesso che in politica è necessario scegliere il male minore. Io oggi considero Monti il male minore.

Di “male” nel dominio montiano vi sono due aspetti. Prima di tutto c’è la ricaduta sociale iniqua delle misure del governo: impossibile argomentarne razionalmente l’equità. C’è sicuramente una certa distribuzione dei sacrifici, anche sul ceto “medio-medio” e anche con l’IMU che in fondo è un’ombra di patrimoniale; ma di fatto essi vengono maggiormente pressati sul segmento basso della piramide sociale, in parte su quello medio, pochissimo o nulla su quello superiore. Il secondo “male” riguarda l’architettura del sistema istituzionale. Il baricentro del nostro sistema politico-istituzionale si è spostato massicciamente dal potere legislativo al potere esecutivo; e all’interno di questo, verso la Presidenza della Repubblica, che ha giocato sicuramente un ruolo salvifico, visto che stavamo navigando verso lo scoglio. Ma che indubbiamente ha rotto il quadro della costituzione materiale, introducendo delle anomalie, senza per questo violare la Costituzione formale. Carl Schmitt, un autore pur lontano da me per simpatie politiche, diceva che la sede della sovranità sta laddove si decide sullo e nello stato d’eccezione, cioè nel luogo in cui si decide quando e cosa si attua in un momento che viene dichiarato di “emergenza”. A novembre, sovrano è stato il Presidente, e non il Parlamento. Questo perché il Parlamento si è auto-cancellato come titolare della sovranità; abbiamo qui un fallimento storico dell’istituzione parlamentare e dei partiti che la popolano. Non voglio esprimere un giudizio negativo sull’operato di Napolitano, che in qualche modo è stato dettato da circostanze materiali di fronte alle quali andavano prese decisioni di un certo livello. Siamo entrati in un certo tipo di “dittatura commissaria” che ricorda l’istituzione tipica del Senato romano. Con tutti gli strappi che ciò comporta.

L’editto imperiale della Bce

Al di sopra della sovranità di Napolitano si esprime un’altra sovranità, che non è tanto l’Europa ma le sue istituzioni finanziarie. Noi abbiamo agito nell’ambito di una serie di diktat della BCE: la lettera di Trichet e Draghi era un atto di sovranità, per certi versi un “editto” imperiale. E al di sopra di questa sovranità, se ne scorge ancora un’altra: quella assai più impalpabile e impersonale dei cosiddetti mercati. Questi hanno raggiunto una massa critica a un livello tale da oscurare qualsiasi altra struttura di sovranità istituzionale.

Nel momento in cui un paese fallisce, abbiamo la morte sociale, che in una certa misura è addirittura agevolata dalla fedeltà feticistica ad un dogma assurdo: quello tedesco dei bilanci in ordine in tempi rapidi. Un postulato che strangola qualsiasi possibilità di crescita, e che è diventato di fatto il cardine della costituzione materiale dell’Europa (ricordiamoci che formalmente l’UE non ha una Costituzione). Questo ovviamente impedisce l’uscita dalla crisi, che sarebbe possibile solo tramite una politica di crescita.

Capitalismo rivoluzionario

Questo capitalismo managerial-finanziario ha ormai costituito un involucro piuttosto coriaceo di tecno-strutture (comprendente ogni sorta di enti e persone, dai pubblici investitori sino alle banche d’affari e alle agenzie di rating) che opera in un mondo totalmente scollegato da quello reale, dalla “razionalità weberiana”.

 La novità sconvolgente per un marxista critico è che la dimensione “rivoluzionaria” è passata dall’altra parte. È’ il capitale che viaggia con ritmi rivoluzionari, tali da determinare istantaneamente dei cambiamenti radicali. Chi sta dall’altra parte non può che praticare forme di gradualismo! Negli anni ’30 si poteva ancora scommettere sul crollo: dalla testa di Giove sarebbe scaturita la Minerva del nuovo ordine, senza danni evidenti, anzi, con grandi vantaggi per le masse. Ma oggi più che mai, nell’interdipendenza globale, con i processi di urbanizzazione così spinti, un crollo del capitalismo non lascerebbe sopravvivere alle proprie macerie quasi nulla. Non solo perché non c’è un modello alternativo di società; ma perché questa società è così implicata coi suoi meccanismi, dai quali siamo diventati così dipendenti, che non saremmo in grado di sopravvivere senza.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con alcune riviste di politica internazionale. E' stato redattore a Narcomafie, mensile su mafia e crimine organizzato internazionale. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015. Ha un master in Giornalismo, e una laurea magistrale in Lettere.

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