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GEORGIA: Raid anti-droga nei club di Tbilisi, i giovani insorgono contro il governo

Negli ultimi giorni le vie del centro di Tbilisi sono state teatro di una serie di proteste – pacifiche e meno – scoppiate in seguito a un improvviso quanto violento raid condotto dalle forze di polizia ai danni di alcuni tra i più frequentati locali notturni della capitale.

L’operazione di polizia

Il fatto in questione è avvenuto nella notte tra l’11 e il 12 maggio, quando due squadre delle forze speciali georgiane, munite di mitragliatrici e con il volto coperto, hanno fatto irruzione in due dei più celebri night club di Tbilisi, il Bassiani e il Café Gallery. Una volta dentro i locali, le due squadre antisommossa hanno ordinato di spegnere la musica, fatto sdraiare a terra tutti i clienti e trascinato a forza fuori dai club alcune decine di persone.

Secondo la versione del governo, si sarebbe trattato di una grande operazione anti-droga, ordinata dopo che nelle precedenti settimane cinque giovani erano morti per overdose a causa dell’assunzione di stupefacenti acquistati e consumati verosimilmente presso i night club in questione, ritenuti dalle autorità tra i principali centri del traffico di droga nella capitale.

I giovani scendono in piazza

In seguito all’operazione, davanti al Bassiani hanno iniziato a radunarsi per protesta diversi gruppi di giovani, dispersi con la forza dalla polizia. Con grande sorpresa delle stesse autorità però, la dura reazione delle forze dell’ordine ha finito per scatenare un’ondata di proteste su più larga scala, con migliaia di persone che si sono riversate nelle vie della capitale per manifestare contro i metodi eccessivamente violenti della polizia.

Nelle ore successive ai raid numerosi giovani, perlopiù ventenni, si sono radunati davanti all’ex palazzo del parlamento, chiedendo una revisione delle leggi sul consumo di stupefacenti, ritenute eccessivamente dure, oltre alle dimissioni del primo ministro Giorgi Kvirikashvili e del ministro degli Interni Giorgi Gakharia. La polizia, che ha inizialmente arrestato una sessantina di persone, subito rilasciate, ha evitato questa volta di usare le maniere forti, al fine di evitare ulteriori tensioni.

A dirigere le proteste è stato il gruppo Rumore Bianco, organizzazione che da tempo lotta per la liberalizzazione delle droghe leggere. Le manifestazioni, rivelatesi fin da subito pacifiche, al punto da sembrare in certi momenti una grande festa con tanto di musica e balli, sono andate avanti fino al giorno successivo; rimanendo comunque circoscritte ai più giovani.

Dubbi sul vero obiettivo del raid

A scatenare l’indignazione dei manifestanti, oltre alla violenza con la quale l’operazione anti-droga è stata condotta, vi sono alcuni dettagli che non tornano. Ad esempio il raid, che doveva essere mirato a colpire il presunto traffico di droga nei due locali, alla fine non ha portato ad alcun arresto. I primi rapporti della polizia avevano parlato di otto spacciatori fermati, tra cui anche alcuni gestori del Bassiani, locale che è stato posto sotto sequestro; successivamente si è però scoperto che gli stessi erano stati arrestati diverse ore prima dell’operazione delle forze speciali, fuori dai rispettivi locali.

Se non vi erano dunque obiettivi precisi, perché allora la necessità di mettere in atto un’operazione di tale impatto in due dei luoghi simbolo della vita notturna della capitale? Il raid, ordinato probabilmente dai piani alti del governo e studiato apposta per ottenere la massima visibilità, potrebbe avere avuto un secondo fine oltre alla lotta al traffico di stupefacenti.

Il Bassiani e il Café Gallery sono conosciuti per essere tra i locali più alla moda di Tbilisi; vengono frequentati da una clientela internazionale e sono tra i pochissimi club gay-friendly della capitale georgiana. Per questo c’è chi ha ipotizzato che l’operazione delle forze di polizia fosse in realtà un vero e proprio attacco allo stile di vita incarnato da questi luoghi, anticonformista e controcorrente, contrastante con molti di quei principi a cui si rifà la parte più conservatrice della popolazione georgiana.

L’estrema destra si mobilita

Mentre i manifestanti riempivano le vie del centro di Tbilisi, l’estrema destra ultraconservatrice, che aveva invece esultato alla notizia del raid condotto contro quei locali considerati luoghi di “deviazione”, ha dato vita a una serie di contro-proteste indirizzate contro chi era sceso in piazza per “promuovere l’uso delle droghe” e la “propaganda gay”. Già nella giornata di domenica alcuni gruppi neo-nazisti, su tutti Marcia Georgiana, Idea Georgiana e Unità Nazionale, hanno provato ad attaccare i manifestanti radunatisi davanti all’ex parlamento, costringendo la polizia a intervenire per evitare il contatto tra i due gruppi.

Arrivati a pochi metri dallo schieramento opposto, i gruppi di estrema destra hanno indirizzato violenti slogan contro coloro che hanno definito “portatori di valori anti-georgiani e idee decadenti imposte dall’estero”. Diversi manifestanti hanno denunciato insulti e minacce. Giorgi Chelidze, leader di Unità Nazionale, partito che si autodefinisce “fascista”, presentatosi alle contro-manifestazioni con un’uniforme nera arrecante l’insegna della Legione Georgiana, unità militare attiva al fianco della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale, arringando la folla presente ha invocato la creazione di una serie di “reggimenti civili” per proteggere se necessario anche con la forza i propri interessi.

Le contro-proteste portate avanti dall’estrema destra, la cui battaglia è stata appoggiata tra gli altri dalla Chiesa ortodossa georgiana, sono andate avanti anche nei giorni successivi, fino al 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omofobia (dichiarata nel 2014 dalla Chiesa ortodossa Giornata della purezza della famiglia), con i manifestanti ultraconservatori che hanno continuato a chiedere un rafforzamento delle pene relative all’utilizzo di stupefacenti.

La risposta del governo

L’esplodere delle proteste ha indotto il ministro degli Interni Gakharia a scusarsi personalmente per i metodi utilizzati dalle forze dell’ordine durante il blitz anti-droga, invitando i leader delle manifestazioni a partecipare a un meeting con le autorità al fine di discutere dell’operazione e lavorare insieme a una riforma della legge sul consumo di stupefacenti.

Alla fine, la disponibilità al dialogo mostrata dalle autorità è riuscita a placare gli animi dei manifestanti. Dopo un primo rifiuto, i leader di Rumore Bianco hanno infatti accettato l’offerta del Ministro, ordinando una tregua in attesa di assistere all’evolversi degli eventi. A partire dalla notte del 13 maggio i manifestanti hanno quindi progressivamente fatto rientrare la protesta.

L’incontro con le autorità, tenutosi il giorno successivo, ha visto i vertici di Rumore Bianco confrontarsi con il Ministro degli Interni, con le due parti che hanno dato vita a due “gruppi di lavoro”: uno per discutere sui fatti del 12 maggio, con Gakharia che si è detto pronto a investigare sull’abuso di potere da parte delle forze di polizia, e l’altro sulla riforma della legge sul consumo di droghe, promettendo di fissare nuovi incontri nel prossimo futuro.

Tolleranza zero sulle droghe

In Georgia le norme che regolano l’utilizzo di stupefacenti sono molto più severe rispetto a quelle in vigore nella maggior parte dei paesi europei. Ad esempio, fino al 2015 il solo utilizzo di marijuana era punibile con pene che prevedevano fino a 12 anni carcere, mentre la detenzione a fini di spaccio prevede tutt’ora come pena massima il carcere a vita. Inoltre, secondo uno studio condotto dal Consiglio d’Europa, le accuse collegate al possesso di droga sarebbero la causa della detenzione di almeno un terzo dei prigionieri georgiani.

Questa “tolleranza zero” nei confronti delle droghe, adottata a partire dal 2006 da Saakashvili, è rimasta negli anni sostanzialmente invariata, nonostante diverse campagne di liberalizzazione condotte in tempi recenti dal partito Girchi e dallo stesso movimento Rumore Bianco. Un passo in avanti verso l’ammorbidimento delle sanzioni è stato comunque fatto nel 2016, quando una decisione della Corte Costituzionale ha posto fine alla legge che prevedeva l’arresto per uso, possesso o coltivazione di marijuana a fini personali.

Ciò di cui sembra avere bisogno il paese, anche alla luce delle recenti manifestazioni, è una legislazione più razionale ed efficace, che si concentri sul recupero dei tossicodipendenti attraverso percorsi di riabilitazione in modo da favorirne il reinserimento all’interno della società, piuttosto che contribuire alla loro emarginazione ed esclusione sociale.

Foto: Mari Nikuradze – OC Media

Chi è Emanuele Cassano

Emanuele Cassano
Vive a Torino, dove ha studiato Scienze Internazionali con specializzazione in Studi Europei. Per East Journal si occupa di Caucaso, regione a cui si dedica da anni e dove ha trascorso numerosi soggiorni di studio e ricerca. Dal 2016 collabora con la rivista Osservatorio Balcani e Caucaso.

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