Golpe in Turchia: il sultano e i giannizzeri

 

Nel 1826, il sultano Mahmud II approfittò di una rivolta dei giannizzeri per eliminarne a migliaia e scioglierne il corpo. L’episodio fu chiamato “Incidente di buon auspicio” e portò alla nascita di forze armate moderne. Quasi cento anni dopo, il sultanato fu abolito, ma a reggere i destini della Turchia rimasero proprio i militari.

E proprio le Forze Armate turche (TSK) furono per ottant’anni custodi dei dogmi kemalisti della laicità e integrità della patria turca: non solo esautorarono il potere religioso, ma subordinarono anche quello politico, arrivando a far cadere a suon di golpe i governi in carica nel 1960, 1971, 1980 e 1997. Poi però, nel 2002, arrivò il partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdoğan che, facendo tesoro dei precedenti errori di analoghi partiti islamisti, riuscì non solo ad affermarsi stabilmente in parlamento, ma anche a ridimensionare e sovrastare il ruolo dei militari.

Del resto, il momento era propizio: con l’arresto di Öcalan e la tregua dichiarata dal PKK nel 1999, le TSK erano prive del palcoscenico curdo, mentre la crisi economica e politica dei partiti tradizionali portò ad un travaso di voti all’AKP. Nel frattempo, i requisiti del processo di ammissione all’Unione Europea richiedevano espressamente la subordinazione del potere militare a quello politico. In tal modo l’AKP riuscì a canalizzare forze eterogenee, dai filoeuropeisti ad esponenti curdi, accomunate da posizioni contrarie all’ingerenza politica delle TSK. Inoltre, con modifiche legislative, nomine politiche e purghe le forze armate furono ulteriormente indebolite: nel 2012, a seguito dei processi per il golpe Balyoz e la cospirazione Ergenekon, metà degli ammiragli e un decimo dei generali era in carcere.

Senonchè, indeboliti i militari e conquistata la maggioranza assoluta in parlamento nel 2011, iniziarono a verificarsi frizioni tra l’AKP e i suoi alleati, che pressavano per una spinta democratica. Il problema è che la politica di de-militarizzazione del potere di Erdoğan non si è accompagnata ad un consolidamento della democrazia nel paese. In effetti, il premier dal 2011 abbandonò il suo iniziale approccio pluralistico in favore di uno autocratico, culminato con il tentativo in corso di modificare la costituzione per trasformare la Turchia in un sistema politico presidenziale.

Senonchè, soprattutto nell’ultimo anno, Erdoğan si è trovato in una situazione difficile. Sul piano interno, sebbene il presidente godesse di un indiscusso consenso elettorale, è stata forte la reazione a crisi economica, scandali e deriva autoritaria.

Sul piano internazionale, la Turchia si è trovata ai ferri corti con il regime di Assad, la Russia e lo Stato islamico, ed con rapporti difficili con Unione Europea, Iran e Iraq; poi, c’è stata l’escalation della questione curda, dove alla guerra col PKK si è aggiunto il rischio della nascita di un cantone autonomo curdo in Siria. E proprio questa situazione di estrema destabilizzazione interna e ai confini del paese ha esaltato il ruolo delle forze armate, mentre Erdoğan si è trovato progressivamente isolato a livello internazionale, e indebolito in politica interna.

Ciò spiega perché il presidente non solo ha cercato di ricucire lo strappo con Mosca e quello precedente con Israele, ma ha anche cercato di rafforzarsi in patria, anche riavvicinandosi ai militari. Infatti, gli ha lasciato mano libera contro il PKK, ha aumentato le spese militari e ha seguito i consigli dei generali che lo esortavano a non intervenire direttamente in Siria. Nel frattempo però, ha pervaso lo “stato profondo”, civile e militare, complice anche l’aver sviluppato una narrativa pubblica più nazionalista e neo ottomana, che islamista.

Dunque il fallimento del golpe è dovuto a due calcoli sbagliati: da un lato i militari hanno sottostimato il consenso popolare di cui ancora godeva il presidente, e dall’altro hanno sovrastimato l’ostilità a Erdoğan di forze armate e apparati di sicurezza. La realtà è che la metà della popolazione che appoggia il presidente è scesa in piazza a fermare i carri armati, lo “stato profondo” e una buona parte delle forze armate gli sono rimaste fedeli o, quanto meno, sono rimaste neutrali.

Chi è Giovanni Parigi

Giovanni Parigi
Classe 1968, è professore a contratto di Cultura Araba presso il Dipartimento di Scienze della Mediazione Linguistica e Culturale, Università Statale di Milano. Sempre a Milano, ha conseguito un Dottorato di Ricerca sui rapporti tra Stato e tribalismo in Medio Oriente, presso l’Università Cattolica. Nell’ambito della cooperazione internazionale ha lavorato per il Ministero degli Esteri in Iraq, ed è stato “casco blu” in Libano.

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