CROAZIA: L’affare Gotovina sbarra la strada tra la Croazia e l’UE

Il 15 aprile, il Tribunale Penale per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia (ICTY) ha condannato a 24 anni di prigione il generale Ante Gotovina, eroe nazionale dell’indipendenza croata.

Il verdetto per Gotovina è particolarmente pesante: nelle motivazioni della sentenza, la corte considera Gotovina e Mladen Markac (l’altro imputato, responsabile della Polizia Speciale) membri e pianificatori di una “joint criminal enterprise”, guidata dall’allora presidente Franjo Tudjman e dall’allora ministro della difesa Gojko Susak, volta alla pulizia etnica della regione della Krajina dai suoi abitanti serbi. Il contesto è quello dell’operazione Oluja, tempesta, che tra agosto e settembre 1995 spazzò via l’autoproclamata Repubblica Serba di Kraijna, segnando la riconquista croata della sovranità su circa 1/3 del territorio dello stato, e cambiando l’equilibrio delle forze nella guerra in Bosnia, aprendo la strada verso Dayton. Secondo l’ICTY, nell’operazione è stato violato il diritto bellico (saccheggio di proprietà pubbliche e private, distruzioni immotivate, trattamenti crudeli e degradanti, omicidi) e commessi crimini contro l’umanità (persecuzione, deportazione, atti inumani, omicidi), alla cui pianificazione Gotovina e Markac hanno preso parte, e che si sono conclusi con la deportazione di circa 20.000 serbi di Croazia verso la Bosnia (in totale, più di 200.000 serbi hanno lasciato la Croazia durante il periodo bellico).

“Eroe” titola in prima pagina Vecernji List

La sentenza dell’ICTY non arriva come una novità per la maggior parte degli osservatori europei, ed è stata salutata con favore dalla Serbia, che per una volta si vede dalla parte delle vittime. Ma la percezione in Croazia è stata molto diversa. Per la prima volta, la vulgata ufficiale sulla “guerra patriottica” viene messa in discussione. Nonostante le sentenze dell’Aja siano volte proprio a individualizzare le responsabilità e le pene, l’opinione pubblica non ha accettato quello che considera come una condanna per la Croazia intera, e la trasformazione “delle vittime in carnefici”.

Come mostra in maniera iconica la prima pagina di Vecernji List, Gotovina resta considerato un “eroe”, ingiustamente messo alla sbarra da giudici internazionali che non possono capire le ragioni e le circostanze del conflitto, per non averlo vissuto; lo stesso giornale riporta che la Croazia è in uno stato “tra l’indignazione e il disgusto”. Perfino la Conferenza Episcopale Croata, dopo aver richiamato alla calma, si è sentita in dovere di aggiungere che “il tribunale dell’Aja non ha valutato in maniera corretta il fatto che la Croazia fosse una vittima dell’aggressione serba”. Sembra ancora lontano il tempo in cui anche in Croazia si potrà aprire un dibattito pacato sulle ragioni e i torti del conflitto, e in cui si potrà ammettere che crimini di guerra sono stati compiuti da entrambe le parti.

Sabato, più di diecimila persone sono scese in piazza a Zagabria, per mostrare supporto a Gotovina, chiedendo le dimissioni del governo Kosor e sventolando bandiere contro l’UE. L’adesione della Croazia all’Unione, dopo essersi trascinata per anni (era stata inizialmente prevista per il 2007, oggi è data per il 2013) è sempre meno popolare. Recentemente, i sondaggi davano meno del 50% della popolazione a favore, e la sentenza Gotovina potrebbe portare un colpo definitivo alla reputazione dell’Unione nel paese.

L’affare Gotovina non è l’unico ostacolo sulla strada dell’integrazione della Croazia. I negoziati sull’attuazione del diritto europeo in Croazia dovrebbero chiudersi entro giugno, ma i termini sono sempre più incerti, per mancanza di progressi sugli ultimi capitoli aperti, soprattutto quello relativo alla giustizia. Il presidente Josipovic ha ricordato che uno slittamento avrebbe un impatto negativo sull’opinion pubblica, sempre in vista del referendum: “A failure of the referendum will be a disaster not only for Croatia but for the EU as well because Croatia is somehow a measure of European success in this region.”

Nei mesi scorsi, la Croazia è stata scossa da una serie di proteste popolari contro il governo di Jadranka Kosor, considerato implicato negli scandali che hanno portato alle dimissioni dell’ex primo ministro Ivo Sanader, e non in grado di superare la crisi economica. Le elezioni parlamentari sono previste per l’autunno, separate rispetto al referendum sull’Unione.

Lo stop all’adesione della Croazia, che dovesse venire da un esito negativo del referendum croato dell’autunno, avrebbe effetti destabilizzanti sulla strategia di allargamento dell’Unione. La Croazia è oggi l’unico paese ad avere pressoché concluso le negoziazioni di adesione, dato che diversi capitoli della Turchia sono bloccati per la questione di Cipro; la Macedonia è bloccata dall’ostracismo greco; e il Montenegro ha appena ricevuto lo status di candidato e deve ancora iniziare. Questi altri paesi candidati vedrebbero quindi come sempre meno credibile la prospettiva di cittadinanza comune della regione nell’Unione. Dall’altra parte, il rinvio soffierebbe sul fuoco della destabilizzazione della Bosnia, che oggi annaspa in una crisi politica in stile belga, e rinvigorirebbe le motivazioni dell’opposizione serba contro il dialogo con le autorità di Pristina e la collaborazione con l’ICTY.

Il rinvio dell’adesione della Croazia potrebbe infine avere un impatto diretto sulla governance dell’Unione: il trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, è nato “già vecchio”. Gli sviluppi della crisi finanziaria del 2008-09 hanno portato gli stati dell’UE a concordare su una serie di modifiche (tra cui il fondo europeo di salvataggio, lo European Stability Mechanism, e un protocollo per l’Irlanda su neutralità, tassazione delle imprese e libertà legislativa sull’aborto), che avrebbero dovuto essere introdotte nei testi fondamentali attraverso lo stesso trattato per l’adesione della Croazia. Se quest’ultimo venisse rimandato, anche la riforma delle strutture dell’Unione subirebbe uno stop. Neanche sei mesi fa la situazione era l’opposta, e l’Ungheria ricordava che la mancanza di consenso sulla riforma dei trattati non avrebbe dovuto rallentare l’adesione della Croazia. Il piano B di Bruxelles prevede di separare le due questioni, Croazia e revisione di Lisbona, in due nuovi trattati distinti.

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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3 commenti

  1. E’ ora che la maggioranza della popolazione croata si svegli, cominci ad informarsi attraverso canale d’informazione che non siano controllati dal governo e dalle istituzioni nazionaliste che si ritrova, cominciando dai media esteri senza considerare gli stessi come portatori di menzogne. L’episodio Gotovina è stato ampiamente strumentalizzato e sono convinto che la gente non sappia nemmeno i capi d’accusa per i quali quell’ ASSASSINO è in galera. In piazza Ban Jelacic c’era il grande schermo come per le partite della nazionale…siamo al teatro dell assurdo…

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