UCRAINA: Un convoglio umanitario russo verso Lugansk. Rischi e speranze dell'intervento di Mosca

Sono almeno 280 i camion che hanno lasciato Mosca nella notte. Si tratta di un enorme convoglio umanitario che, secondo le dichiarazioni di Mosca, intende portare – con l’aiuto della Croce Rossa internazionale – aiuti alla popolazione civile dell’Ucraina orientale, specialmente a Lugansk e Donetsk, da giorni sotto l’assedio dell’esercito ucraino impegnato nella difficile riconquista delle due città rimaste in mano ai separatisti filorussi.

Da giorni infatti la popolazione si trova senz’acqua, bloccata dentro le città. La situazione più grave si registra a Donetsk ma anche Lugansk è ormai circondata dall’esercito ucraino. Chi ha potuto fuggire, nelle scorse settimane, lo ha fatto. Migliaia di persone sono scappate da Donetsk intasando le tangenziali meridionali, almeno finché i separatisti non hanno abbattuto i ponti stradali e ferroviari per rallentare l’avanzate dell’esercito di Kiev. Chi è rimasto ha invece dovuto sperimentare la mancanza di elettricità, medicinali e cibo. Oltre che le bombe e il fuoco incrociato.

Un’operazione condivisa con Kiev?

Portare sollievo alla popolazione è dunque un atto necessario. Un corridoio umanitario era stato ordinato dal presidente ucraino Poroshenko già nel luglio scorso, quando sotto assedio era Sloviansk, ma ebbe scarso successo poiché non si riuscì a interrompere i combattimenti. Naturalmente separatisti e governativi si accusarono vicendevolmente del mancato rispetto del cessate il fuoco. Oggi che sono Donetsk e Lugansk a trovarsi sotto assedio, il corridoio umanitario verrà aperto dalla Russia che può contare sulla collaborazione dei separatisti. 

Secondo quando dichiarato dal presidente russo Putin, il piano avrebbe il benestare di Kiev. Secondo l’agenzia di stampa russa Itar-Tass il convoglio dovrebbe giungere a destinazione in un paio di giorni passando attraverso il territorio ucraino a Kharkiv. Gli Stati Uniti, dopo una prima reazione contraria, hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Il presidente Obama si è detto d’accordo per l’organizzazione di una missione umanitaria a Lugansk. Tuttavia da Kiev fanno sapere che “il convoglio di aiuti russo non è autorizzato” e che non entrerà nel paese senza “l’egida della Croce Rossa internazionale”.

L’Unione Europea ha diffidato il presidente russo Vladimir Putin dall’utilizzare la scusa della missione umanitaria per un’invasione militare dell’Ucraina orientale, come temuto dal Presidente ucraino Petro Poroshenko. Un timore condiviso anche dalla Nato che parla di 50mila truppe russe ammassate sul confine ucraino.

I fatti si evolvono velocemente in queste ore. La Croce Rossa, dal canto suo, ha dato la sua disponibilità a coordinare la missione umanitaria, come richiesto da Mosca. Ha però affermato di non accettare scorte armate e di non conoscere il contenuto dei convogli. A tal fine si sta valutando una scorta Osce.

Rischi e timori. Un cavallo di Troia?

Il timore è infatti che il convoglio umanitario sia accompagnato da truppe russe, e che la missione umanitaria diventi la scusa per congelare il conflitto. La presenza di personale umanitario russo a Lugansk e Donetsk impedirà qualsiasi attività bellica – a meno di non voler uccidere cittadini russi, scatenando un conflitto aperto con Mosca – e consentirà ai separatisti filorussi di mantenere il controllo delle due città, ottenendo rifornimenti. Sarebbe infatti ingenuo pensare che il vettovagliamento non sia destinato anche alle forze combattenti. Il rischio è che le milizie paramilitari non vengano solo rifocillate ma anche armate attraverso la riapertura del canale a est, lungo la statale M04 via Krasnodon, ora difficilmente percorribile a causa dell’offensiva ucraina.

Tuttavia l‘intervento russo, almeno finché non si palesi per il contrario, deve anche essere visto come una possibilità per la pace. Una pace che non significherà, per forza di cose, la restaurazione della completa sovranità ucraina su tutto il territorio, né l’inizio di un processo democratico per il paese, ma potrebbe almeno evitare nuove vittime e consentirà di ragionare su un nuovo progetto di integrazione nazionale.

Il congelamento e la soluzione bosniaca

Il congelamento del conflitto è quanto paventano a Washington. Dopo l’annessione territoriale della Crimea, la fiducia nella buonafede di Mosca sta a zero. E si teme che l’occupazione delle regioni orientali diventi permanente aprendo la strada a nuove annessioni o, più realisticamente, a un tavolo di trattative che veda la Russia in posizione di vantaggio consentendole rivendicazioni di vario genere. Fin dall’inizio del conflitto la Russia ha chiesto un’assetto di tipo federale per l’Ucraina che le consentisse di mantenere l’influenza sulle regioni orientali. Da tempo sembra profilarsi una soluzione alla “bosniaca”, per la quale l’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk venga riconosciuta come entità autonoma all’interno dello stato ucraino, vicina più a Mosca che a Kiev. Esattamente quanto accaduto in Bosnia Erzegovina dove gli accordi di pace di Dayton hanno istituito una Repubblica Srpska autonoma, benché parte della Repubblica federale di Bosnia Erzegovina, più vicina a Belgrado che a Sarajevo.

E’ bene ricordare che Poroshenko rappresenta un’élite oligarchica che ha tutto interesse a pacificare il paese riprendendo lucrosi affari con Mosca, tanto più che l’Accordo di associazione con l’Unione Europea è stato ormai firmato. Potrà questa “operazione umanitaria” aprire un corridoio anche per le trattative?

Foto: AFP – People in Donetsk have sought shelter in makeshift bomb shelters amid the artillery fire

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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8 commenti

  1. Assolutamente d’accordo sulla soluzione alla bosniaca. Mentre, sulla Crimea, la cosa migliore sarebbe il suo riconoscimento come Repubblica Autonoma della Federazione Russa in cambio di compensazioni in danaro all’Ucraina.

  2. a tutti i commentatori che lamentano censure, qui le nostre regole per essere pubblicati: https://www.eastjournal.net/i-vostri-commenti

    cordiali saluti a chi e cordiale, e non rivederci agli altri

  3. Grazie redazione, non li conoscevo direi che ultimamente i punti 4 e 5 vengono toccati spesso, ma questa è una semplice mia idea.
    A Voi spetta il diritto.
    Cordialmente

  4. Personalmente tenderei a separare il pasticciaccio degli aiuti umanitari russi dagli esiti del conflitto nell’Ucraina dell’est.
    Ammesso che i russi siano sinceri e che quindi rispettino i dettami della Croce Rossa circa l’assenza di militari e il controllo sui carichi dei camion, ma soprattutto che la colonna entri da un posto di frontiera controllato dal legittimo governo ucraino, questi aiuti umanitari sarebbero un pallidissimo sostituto dell’aiuto militare più volte invocato dai separatisti in loco e dai circoli nazionalisti e militari in Russia. Tanto più che questi “aiuti” sarebbero solo diretti a Luhansk. E Donetsk? I russi la danno per persa? Più si va avanti, più tutto questo assomiglia ad uno psicodramma.
    Vedremo domani: questa notte la colonna dovrebbe fermarsi ad Voronezh: da li può scendere fino a Rostov (e quindi porsi al di fuori del discorso “umanitario”) o invece spingersi sul confine ucraino nella zona di Kharkiv.
    Circa gli esiti generali del conflitto, confesso non sono molto d’accordo.
    Direi che al di là degli scenari proposti (la soluzione bosniaca), la tesi di fondo è che: “E’ bene ricordare che Poroshenko rappresenta un’élite oligarchica che ha tutto interesse a pacificare il paese riprendendo lucrosi affari con Mosca, tanto più che l’Accordo di associazione con l’Unione Europea è stato ormai firmato. “
    Insomma la “tradizionale” tesi del “passata la festa, gabbato lo santo”.
    Ci sono elementi nella vita politica ucraina che farebbero pensare ad un ritorno del gattopardismo degli oligarchi, ad esempio il fatto che la Rada, per pochi voti invero, non ha approvato le sanzioni contro Mosca, ma forse si sottovaluta la nuova presa di coscienza della maggioranza del popolo ucraina. In risposta all’aggressione russa c’è stata una reale mobilitazione, si è creato un senso di appartenenza, di coscienza nazionale, e fra l’altro non è necessariamente su base etnica, checché ne dicano i pennivendoli putiniani.
    Il discorso inaugurale di Poroshenko rivendicava l’unità nazionale e contemplava una autonomia locale nell’est del paese, non certo una lasca federazione su modello bosniaco. Anzi affermava che l’Ucraina non accettava l’Anschluss della Crimea e si dava come fine il ritorno della penisola alla Madrepatria. Forse si potrebbe pensare ad una nuova Transnistria, che però prevedrebbe il collasso economico e sociale di Luhansk.
    E’ vero che i politici sono specializzati nel camaleontismo, però Janukovyč che pensava di fare e disfare e di cambiare idea a piacimento, ha dovuto fare le valigie ed adesso pietisce di poter recuperare i suoi quattro “sudati” risparmi. Bisogna vedere se questa volta l’opinione pubblica ucraina tollererebbe un “abbiamo scherzato”, e “tutto come prima”. Poroshenko, finora, ha dimostrato più polso e scaltrezza di quanto i commentatori gli avevano accreditato: ricordiamoci che da quando lui è in ufficio, c’è stata una ripresa decisa delle operazione militari contro separatisti e terroristi.
    Oltre tutto si è raggiunto un livello di coinvolgimento di EU, USA e FMI, da cui difficilmente ci si potrebbe sfilare senza pagare pegno, ammesso che il governo ucraino lo voglia. Poroshenko, al contrario, ha affermato che vuole ottenere la candidatura alla UE durante il suo mandato. E proprio ora il presidente Obama ha chiesto al Congresso USA di accordare lo status di alleato per Ucraina, Moldavia e Georgia.
    Forse è cambiato qualcosa dalle parti di Kyiv.

    • Non mi è chiaro quale dei vari filmati ci viene suggerito: tutti dai toni apocalittici, il più “leggero” annunciava l’Armageddon.
      Per scrupolo storico, vorrei ricordare che ci sono già state delle contro-sanzioni: nel 1935/36 dopo l’aggressione all’Etiopia, Mussolini in risposta al complotto demo-giudo-pluto-massonico ricorse all’autarchia e alla battaglia del grano.
      Anche Putin punta a isolare la Russia non solo economicamente, ma anche sottraendola alle contaminazione del web, “purificando” il linguaggio (anche il “colonello” Strelkov, tra una vittoria e l’altra, trova il tempo di bandire la blasfemia tra i suoi miliziani) e adesso favorisce la tradizionale “dieta russa”.
      Cosa faranno ora i “nuovi russi”, poverini, senza i prosciutti italiani, formaggi francesi e i vini californiani? Ritorneranno alla “vodka i seljedka”? E al Cremlino? Solo menù patriottici con spumante di Crimea (ça va sans dire…) e tartine al caviale?
      A quando Putin, stivaloni e torso nudo che trebbie autarchico grano “verorusso”?

  5. I toni apocalittici come dice Lei ora vengono citati anche dal Papa Bergoglio che parla di terza guerra mondiale.
    Senza paragonare Giulietto Chiesa a Bergoglio, me ne guardo bene, ma allora tante castronerie Chiesa non le dice.

    • Il Santo Padre fa il suo mestiere e ricorda a TUTTI che non esistono guerre “giuste” e che NESSUNO dovrebbe ricorrere alla violenza per risolvere le divergenze. Questo vale per il governo di Kyiv, per i miliziani separatisti e per i “volontari” russi.
      Giusto per marcare la differenza, non trovo parole simili sulla bocca del Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ne tantomeno su quella dei tradizionalisti ortodossi che corrono a combattere nelle file dei filorussi: evidentemente c’è Chiesa e Chiesa.

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