BALCANI: La Germania riprende in mano l'agenda dell'allargamento UE

Una volta, i paesi maggiormente a favore dell’allargamento UE verso i Balcani occidentali erano il Regno Unito, l’Austria, la Grecia e l’Italia. Oggi tutte queste capitali sono silenti sul tema, e persino la presidenza del Consiglio UE che l’Italia terrà da luglio a dicembre non è andata oltre la retorica nel sostegno all’integrazione europea di Albania e paesi post-jugoslavi. Per fortuna c’è Angela Merkel.

La Germania ha infatti deciso di riprendere in mano il dossier allargamento, annunciando per il 28 agosto una conferenza dedicata all’ormai dimenticata integrazione europea dei Balcani occidentali. “La Germania invita tutti gli stati dei Balcani ad una conferenza a fine agosto per mettere in chiaro che vogliamo sostenerci a vicenda e guardare al futuro insieme. Ecco perché abbiamo una forte presenza nella regione,” ha dichiarato Angela Merkel.

A Berlino dovrebbero quindi essere presenti i ministri degli esteri degli stati dell’allargamento, ma anche di quegli stati balcanici già membri dell’Unione (Slovenia e Croazia) oltre che i rappresentanti delle istituzioni europee. I dettagli dell’evento dovrebbero essere resi pubblici a inizio luglio.

La Germania prosegue con la sua politica secondo cui l’allargamento deve andare avanti, e dev’essere basato su una valutazione seria ed equa dei criteri d’adesione. “Sosteniamo l’adesione, ma non pensiamo di avere nulla da guadagnare se i criteri non sono rispettati. E ci sono criteri molto chiari sui passi da fare per avvicinarsi all’UE,” ha detto Merkel in anticipazione dell’incontro del 18 giugno col primo ministro serbo Vucic. Ma se i criteri vengono rispettati, “allora c’è una chiara prospettiva per gli stati dei Balcani occidentali” di adesione all’UE, ha concluso.

Una posizione che si pone come severa ma equa, ma che deve fare i conti anche con la progressiva politicizzazione strisciante della politica d’allargamento e con l’introduzione di veti bilaterali da parte dei paesi membri sui passi verso l’UE dei paesi candidati, non sempre dovuti ad una valutazione dei meriti ma talvolta solo a questioni bilaterali che rischiano di mettere in pericolo la credibilità dell’intero processo.

Superare gli scogli politici dell’allargamento

Undici anni fa, il vertice di Salonicco del 2003 indicava una chiara prospettiva di adesione all’UE per gli stati dei Balcani occidentali. Oggi lo stato dell’integrazione europea dei paesi della regione è molto variegato. Da allora, Slovenia (2004) e Croazia (2013) sono diventati stati membri. Montenegro (2012) e Serbia (2014) hanno iniziato i negoziati d’adesione; la Macedonia (2005) è ufficialmente paese candidato, e l’Albania dovrebbe raggiungerla a fine giugno. La Bosnia deve ancora inviare domanda d’adesione, mentre il Kosovo sta ancora negoziando un accordo d’associazione (ASA).

La priorità, oggi, è risolvere quei blocchi politici che impediscono all’integrazione europea dei Balcani occidentali di andare avanti: tanto per questioni interne, come in Bosnia-Erzegovina, quanto per questioni esterne, come nel caso del veto greco contro la Macedonia. “E’ utile riprendere in mano l’allargamento come questione politica anziché nasconderlo sotto il tappeto sperando che si sistemi da solo. In alcuni paesi candidati, la situazione è peggiorata e ci sono forti rischi associati alla Bosnia e alla Macedonia,” ha dichiarato ad EurActiv la ricercatrice Corina Stratulat dello European Policy Centre (EPC). “Nonostante la pace abbia preso piede nella regione, la politica [d’allargamento] è bloccata per Macedonia e Bosnia”. Anche per questo, la Germania si è particolarmente spesa per cercare una soluzione alla questione del nome che oppone Grecia e Macedonia.

L’ombra della crisi in Ucraina

In secondo luogo, la crisi in Ucraina potrebbe avere delle ripercussioni sulla regione che la Germania ha tutto l’interesse a prevenire. Anche se la Russia non è in grado di rappresentare un’alternativa plausibile per i paesi dei Balcani, Mosca continua a contare sulla simpatia di una parte del pubblico e della sfera politica in Serbia e negli altri paesi della regione.

Belgrado si è trovata in imbarazzo nel non seguire l’Unione europea nelle sanzioni verso Mosca dopo l’annessione della Crimea, e ha chiesto “più pazienza e comprensione” sulla questione del gasdotto South Stream, i cui contratti tra gli stati di passaggio e la Russia sono stati dichiarati illegali secondo il diritto UE da parte della Commissione europea; il primo ministro serbo Vucic ha dichiarato che i lavori sul gasdotto proseguono. A Belgrado sono inoltre da poco stati in visita il presidente bielorusso Lukashenko e alti funzionari russi sulla lista delle sanzioni UE.

La posizione non allineata di Belgrado tra Mosca e Bruxelles, tuttavia, non sarà ancora a lungo compatibile con la politica estera di un paese che ha in corso i negoziati d’adesione all’UE. “La Serbia sarà un alleato affidabile” per la Germania, ha detto il primo ministro Vucic alla vigilia dell’incontro di Berlino. “E’ intenzione della Serbia diventare un alleato della Germania, e siamo fieri di dichiararlo. La Serbia non era nella posizione di fare tale scelta, finora.” Bisognerà vedere se alle parole di Vucic seguiranno i fatti.

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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2 commenti

  1. spero che prima di cadere in questa trappola i paesi ancora non UE chiedano a Croazia e Slovenia (o -perché no – alla Grecia) in cosa concretamente consista l’ingresso nell'”Unione”…

  2. L’adesione di Bosnia-Erzegovina è un obbligo morale per un Europa che tanta parte di responsabilità ha avuto nella tragedia di vent’anni fa. La Serbia, oltre che per la sua importanza intrinseca nello spazio ex-Yugoslavo, può, per i rapporti più che amichevoli che intrattiene con Mosca, aiutare Bruxelles ad avere un atteggiamento meno paranoico nei confonti della Russia. Insomma, pare che finalmente la Germania abbia preso in mano il timone della politica orientale dell’EU, che finora era stata, assurdo a dirsi, appaltata a Varsavia e Vilnius.

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