UCRAINA: Economia e politica, un mix esplosivo

In questi mesi abbiamo già analizzato la situazione economica sottolineando quanto essa fosse collegata con le scelte politiche di Yanukovich. L’ex Presidente avrebbe preferito Bruxelles a Mosca e le sue intenzioni di firmare l’Accordo di associazione erano sincere, ma lo stato dell’economia era tale che l’Europa ed il Fondo monetario internazionale (FMI) non avrebbero concesso neanche un euro, guardando anche i precedenti, prima di vedere attuate alcune riforme. Putin invece metteva sul piatto 15 miliardi di dollari senza condizioni, se non quella di stare alla larga dall’Unione Europea. Oggi sappiamo che quella scelta è stata la scintilla che ha fatto traboccare il vaso e se la situazione politica, almeno a Kiev, sembra andare verso la normalità, la situazione economica rimane la stessa di novembre, aggravata da mesi trascorsi senza che nulla fosse fatto.

I dati macroeconomici non mentono, ed è opportuno dargli uno sguardo. La Hrivna, la moneta ucraina, veniva scambiata a 11.07 per un euro il 15 novembre scorso, ed in questi giorni ha toccato un cambio di 15.30. Il Paese è ormai in recessione da diciotto mesi ed il deficit viaggia a cifre prossime al 9%. Stando al nuovo Ministro delle finanze Oleksandr Shlapak servirebbero almeno 15 miliardi di dollari quest’anno e 20 il prossimo per scongiurare il rischio default. Le riserve statali sono di 17.8 miliardi al 31 gennaio, 2.6 miliardi in meno del mese precedente a causa del pagamento di titoli di stato in scadenza, del pagamento di una rata del prestito avuto nel 2008 dal FMI e del mantenimento costante del tasso di cambio. Per evitare che i capitali siano trasferiti all’estero si è imposto un limite di 50.000 hrivna, circa 3500 euro, di trasferimento di denaro mensile oltre confine e un limite giornaliero di prelievo di 15.000 hrivna, circa 1000 euro.

L’Europa ci ha messo la faccia e farebbe una brutta figura se non aiutasse l’Ucraina. Tutti, dalla Merkel a Cameron, si sono affrettati a dichiarare che sosterranno gli sforzi dell’Ucraina, a maggior ragione ora che la Russia non continuerà, dopo che le sono state voltate le spalle, a comprare titoli di stato ucraino, dopo i primi due miliardi. Ma dalle parole ai fatti l’Ucraina rischia di fallire.

Il metodo preferito è sempre quello di un intervento del FMI (tra i 10 ed i 12 miliardi), che con i suoi tecnici ha esperienza in materia, ed un aiuto diretto da parte dell’Europa, magari attraverso la Banca Europea di Investimento (tra i 3 ed i 5 miliardi). Ma le misure che verranno richieste all’Ucraina per poter essere in grado di sostenere la sua economia saranno pesantissime. Innanzitutto un aiuto è incompatibile con i numerosi sussidi. Si stima che nel 2012 una cifra pari al 7.5% del Pil sia stato distribuito sotto forma di sussidi, dei quali solo il 2% per calmierare il costo del gas (che il consumatore paga tra un terzo ed un quinto di quanto pagano i Baltici o i Polacchi). Verrebbe imposta una riforma molto rigida contro la corruzione, in passato osteggiata da Yanukovich, che consentirebbe di rendere più dinamico il tessuto economico. Un’ulteriore riforma della giustizia permetterebbe al Paese di diventare più appetibile per gli investitori stranieri, anche se toccare la magistratura in Ucraina significa togliere all’esecutivo la possibilità di controllarla, e questo non è mai apprezzato da chi governa. Sarebbe opportuno rivedere gran parte degli appalti concessi negli ultimi anni; il sistema era noto: il Presidente affidava le commesse più grandi agli amici chiedendo in cambio soldi per lui e per il figlio Oleksandr, non a caso diventato in poco tempo tra i più ricchi di Ucraina.

La Russia, qualsiasi cosa accadrà in Crimea e nell’est del Paese, non starà a guardare. I benefici dell’accordo di dicembre verranno rimossi: niente più sconto del 30% sul gas, niente acquisto di titoli di stato, niente dilazioni di pagamento per gli arretrati che si stimano attorno ai 3 miliardi. Se fosse firmato un Accordo di Associazione con l’Europa si può pensare che Putin imporrà quanto prima dazi doganali, che nell’immediato sferreranno un duro colpo ai prodotti ucraini che non sono competitivi in Europa, ma che in Russia lo sono ancora. La tecnica rodata prevede poi blocchi all’importazione di prodotti per svariate regole sanitarie: in passato è stato il cioccolato ed il formaggio, questa volta si potrebbero aggiungere altri alimenti.

La situazione è critica, e la crisi politica si interseca con la crisi economica ed è difficile capire quale sia causa o conseguenza dell’altra. Finché l’economia non sarà uscita da questo stato di malessere è impensabile che il Paese si stabilizzi politicamente ed è bene che gli attori, interni ed esterni, ne siano consapevoli: un default va scongiurato se si vuole evitare che in Ucraina si torni a sparare.

Chi è Pietro Rizzi

Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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