UCRAINA: Scenario jugoslavo per l'Ucraina? A rischio l'integrità del paese

La crisi ucraina che va avanti da oltre tre mesi evolve di minuto in minuto trasformando non solo la complessità della situazione all’interno del paese, in cui sono coinvolti leader politici e “di piazza”, ma anche il contesto geopolitico circostante, dove il ruolo degli attori internazionali rappresenta il motore dell’intera questione.

Le notizie delle ultime ore circa le mobilitazioni di massa in Crimea, in risposta al nuovo governo “EuroMaidan”, accompagnate dalle immagini di un mezzo blindato nella città di Sebastopoli, non sembrano rassicurare circa l’integrità territoriale ucraina, che dopo 60 anni potrebbe appunto vedere il ritorno della regione autonoma della Crimea verso la Russia.

Nonostante la crisi istituzionale e politica dell’Ucraina sia in continua evoluzione, esisterebbero i presupposti per la considerazione di un esito simile a quello della Jugoslavia.  I due casi, va detto, presentano differenze sia dal punto di vista geopolitico che per il periodo storico in cui sono inserite. Mentre la Jugoslavia, ponte d’Europa tra est ed ovest, iniziava la sua dissoluzione all’indomani del caduta del muro di Berlino; l’Ucraina, stretta tra le due potenze – russa ed europea – è tuttora coinvolta in quel periodo di transizione, di cui è difficile stabilire la fine. Tuttavia, allo scenario ucraino è stato più volte affiancato lo spettro della “sindrome jugoslava”.

Il contesto di partenza è uguale in entrambi i casi: l’acuirsi della crisi economica dettata da un crescente debito pubblico il cui aggravarsi prevede l’insolvenza delle banche, il fallimento di molte imprese, l’insostenibilità della spesa pubblica e il deteriorarsi degli standard di vita della popolazione. Mentre in Jugoslavia questo scenario ha portato alla contrapposizione di forze accentratrici e spinte secessioniste, in Ucraina è prevalsa la scelta di Yanukovic di allinearsi con Mosca e l’Unione doganale euroasiatica, piuttosto che con l’Unione Europea, attraverso la firma del patto di associazione.

La reazione, in entrambi i casi, è stata una crisi politica ed istituzionale che, nel caso jugoslavo, ha portato alla dissoluzione della Lega dei Comunisti Jugoslavi nel gennaio del ’90, e nel caso ucraino alla rivolta di massa contro il potere di Yanukovic. La formazione di governi locali a stampo nazionalista è stata la prassi seguita dalle repubbliche jugoslave nel biennio ’91-’92, mentre a Kiev i leader politici dell’opposizione si sono fatti portavoce delle rivolte di EuroMaidan, imponendo la deposizione e la fuga di Yanukovic (accusato e ricercato per omicidio di massa) e la formazione di un governo in attesa delle elezioni fissate al 25 maggio.

L’analogia tra la crisi politica jugoslava e quella ucraina sta anche nella formazione di nuovi poteri i cui esponenti erano relegati all’illegalità, nel caso dei nazionalismi in Jugoslavia, e all’opposizione “forzata”, se non addirittura al carcere, nel caso ucraino.

Allo stesso tempo, la crisi jugoslava si è evoluta attraverso la radicalizzazione di partiti nazionali e la formazione di gruppi paramilitari pronti a combattere per la compattezza etnonazionale. Nello stesso modo, a Kiev, i gruppi a sostegno di EuroMaidan si sono radicalizzati tra le frange più estreme, quali i nazisti di Pravij Sektor da un lato, e le forze di polizia speciale berkut dall’altro.

Inoltre, dopo le giornate di guerriglia della settimana scorsa che hanno causato oltre ottanta morti su piazza Indipendenza, è tornata la “quiete” ma restano i segni della battaglia, nonché i gruppi di rivoltosi, spesso armati, decisi a difendere quanto conquistato in tre mesi di rivolta. Nonostante la formazione del nuovo governo, i cui ministri sono in maggioranza rappresentanti dell’ovest e del centro del paese, l’Ucraina sembra più instabile che mai. I disordini davanti al parlamento della Crimea a Simferopoli lasciano infatti presagire che le divisioni tra tatari di Crimea (12%), che appoggiano il nuovo governo, e russi (circa 60%), che difendono l’autonomia se non addirittura l’integrazione con la Russia, possano portare alla frammentazione del paese.

Per quanto concerne i gruppi nazionali e linguistici, l’Ucraina è ancor più frammentata di quanto lo fosse la Jugoslavia, dove però il mescolamento tra gruppi nazionali era maggiore. Tuttavia, cosi come all’inizio della crisi jugoslava i progetti politici di indipendenza o difesa della federazione seguivano le percentuali dei gruppi nazionali, allo stesso modo in Ucraina sono prevalentemente gli ucraini dell’ovest a voler difendere l’integrità del paese, mentre ad est e in Crimea sono i russofoni e gli appartenenti all’etnia russa a ventilare l’ipotesi di secessione.

Infine, il ruolo della comunità internazionale, divisa come lo fu in Jugoslavia, tra progetti d’integrazione europea da un lato e rispetto degli accordi firmati da Yanukovic con Mosca dall’altro. Nel 1991 le potenze europee si divisero tra coloro che spingevano per il riconoscimento dell’indipendentismo sloveno e croato, come Germania e Austria, e coloro invece che volevano mantenere l’integrità jugoslava, come Francia e Gran Bretagna.

Il futuro dell’Ucraina, e di conseguenza della sua integrità, dipenderà da quali attori saranno in grado di garantirle l’appoggio necessario, che in termini economici ammonta a 35 miliardi di euro. Mentre l’UE sembra incentivare il nuovo governo affinché mantenga l’unità territoriale del paese, la Russia si è già espressa in difesa della popolazione russa e soprattutto della flotta navale sul Mar Nero. Se la Jugoslavia alla fine si è dissolta è anche in virtù della mancanza di interessi internazionali legati alla sua integrità, mentre in Ucraina i gasdotti che riforniscono l’Europa, nonché la flotta russa di Sebastopoli, rappresentano gli interessi maggiori sia per il mantenimento dell’integrità che per una sua frammentazione.

Per l’Ucraina dunque, il pericolo di uno “scenario jugoslavo” dipenderà anche da quale interesse a livello internazionale sarà in grado di prevalere.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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4 commenti

  1. Bravo, è da un po’ che lo dico. Solo che la situazione economica jugoslava non sembrava disastrata, anzi, era il periodo di maggior benessere (sotto il governo di Ante Markovic) con l’UE che sembrava dietro l’angolo..e invece! Il ruolo della comunità internazionale non era positivo, questa è l’unica certezza che ho adesso, ha aiutato al paese di disgregarsi in sangue e, durante il conflitto, le sue azioni erano o sbagliate, o tardive (Srebrenica, Kosovo ecc…).

  2. No, non credo esista questo pericolo, ma semmai un altro: la frattura secondo linee geopolitiche consolidate, ma mai ammesse. Dopo la seconda spartizione polacca Austria e Russia vennero a confinare direttamente poco ad est di Leopoli (Lemberg in tedesco, L’viv in ucraino) e dal 1795 al 1918 la Galizia e la Volinia appartennero all’impero degli Asburgo. Il confine tra oriente e occidente in senso europeo fu anche il confine tra ortodossia e cattolicesimo e qui Huntington vede le famose faglie dei mondi culturali (e religiosi). Credo che questo sia più percepito in profondità, mentre – per quanto se ne parli molto – la questione della II GM e dello stalinismo sia più strumentale che reale. Io direi che i centri di gravità corrispondono adesso più o meno a Leopoli e Kyev e un terzo punto si trova in Crimea. Più che etnie io parlerei quindi di identità differenti e tutto dipende dall’evoluzione che avranno. Se mi permettete vi accludo il link di un mio vecchio articolo che prende lo spunto da una sorta di geopolitica letteraria.
    http://www.paginedidifesa.it/2008/punzo_081016.html

  3. Che l’Ucraina fossi mai più frammentata di Jugoslavia – ne ho forti dubbi