Tim Judah: i Balcani sono diventati noiosamente normali?

Come vanno i Balcani? Bene, secondo Tim Judah, corrispondente dell’Economist, che ne ha discusso con Andrea Lorenzo Capussela sabato 16 novembre a Bergamo nell’ambito della conferenza Diventare Europa organizzata da Osservatorio Balcani e Caucaso.

“Le cose non sono mai andate così bene”. I progressi di Serbia, Kosovo e Albania nel 2013

“Quale crisi? Le cose non sono mai andate così bene negli ultimi 25 anni”, arringa Tim Judah. “Il maggior rischio di violenza oggi è nel nord del Kosovo, un’area con la popolazione di una media cittadina”. Certo, la situazione economica della regione non è delle migliori, dato che le economie nazionali sono incatenate al destino dell’eurozona, “come è sempre stato, d’altronde”.

L’elemento di maggiore rilevanza viene dagli sviluppi in Serbia: “l’accordo di Bruxelles [con il Kosovo] rappresenta un enorme balzo in avanti, una svolta psicologica fondamentale”. Oggi il primo ministro Dacic dice apertamente che l’unica maniera per la Serbia di riottenere il Kosovo sarebbe attraverso la guerra, e che nessuno è disposto ad andare in guerra per questo. I serbi locali si lamentano, “ma perdono di vista la prospettiva generale: il progresso in Kosovo è fenomenale, rispetto a tanti altri conflitti congelati in Europa: Cipro, il Nagorno Karabakh, la Transnistria, la Georgia”. Secondo Tim Judah, per una volta è stata chiaramente l’Unione Europea il fattore fondamentale per arrivare al compromesso: “entrambe le parti volevano ottenere qualcosa dall’UE; nonostante l’eurocrisi, rimane un certo magnetismo del progetto europeo. Adesso entrambe le parti si stanno muovendo nella giusta direzione”. E anche Pristina può finalmente levare la questione della sovranità sul nord dall’agenda politica, ed iniziare ad occuparsi delle questioni più quotidiane: economia, corruzione… “per la prima volta, le elezioni municipali a Pristina si sono svolte su questioni locali. Anche la politica balcanica inizia ad essere noiosa anziché drammatica, esattamente come tutti i cittadini la vorrebbero”.

Anche l’Albania oggi si muove, secondo Judah, dopo gli anni della battaglia tra Rama e Berisha. Se solo nel 2010 le elezioni si erano concluse con scontri e accuse di golpe, quest’anno Sali Berisha ha tranquillamente ammesso la sconfitta e ceduto il potere. Il nuovo governo, inoltre, si è dimostrato sensibile alle richieste della società, sulla questione delle armi chimiche. Il Montenegro rimane una difficile piccola società, ma i negoziati d’adesione all’UE stanno iniziando a cambiarla gradualmente.

“Come guardare la pittura che asciuga sul muro”. Un progresso lento ed estenuante

Chi non fa progressi, invece, sono Bosnia-Erzegovina e Macedonia. Sarajevo potrebbe avanzare se i politici riuscissero a trovare un’accordo sulla questione Sejdic-Finci; in ogni caso il paese oggi, secondo Tim Judah, è “stagnante ma stabile”, senza gli stessi discorsi incendiari che solo due anni fa portavano Dodik a preannunciare un possibile referendum di secessione. La Macedonia è dal 2005 bloccata nel suo percorso d’integrazione europea dalla questione del nome che la oppone alla Grecia, ma secondo i sondaggi gli stessi macedoni non sembrano ascoltare particolarmente le sirene del nazionalismo. Infine, la cooperazione regionale non è mai stata migliore. Certo i cittadini non sono felici: “è come guardare la pittura che si asciuga sul muro”, illustra Judah. Un processo lento ed estenuante, ma che procede nella giusta direzione. Le maggiori sfide per i Balcani oggi non sono più la stabilizzazione politica e militare, quanto l’economia e il declino demografico. 

Nonostante la “fatica dell’allargamento ad est” e la crescita della xenofobia anti-immigrazione in Europa, il processo di allargamento non si è mai bloccato. “Questa è oggi una regione come ogni altra in Europa, non una regione in crisi. Il mondo non è mai stato meno interessato di oggi ai Balcani; no news, good news. Siamo nell’epoca Nike: le riforme necessarie sono ben conosciute, lo slogan per i leader locali è just do it“, chiosa Tim Judah. 

Il futuro dell’Europa passa più a est. Il nodo di Kiev

Anche l’Europa è un continente in trasformazione: “Nel momento in cui questi paesi diventeranno stati membri, verso il 2020, cosa sarà diventata l’UE? Probabilmente non sarà più la stessa di oggi, potremmo avere un’Unione a due o tre velocità, a cerchi concentrici, con il Regno Unito, la Turchia e magari l’Ucraina nel suo cerchio esterno”.

E il destino dell’Europa unita si deciderà proprio ben più a est di Sarajevo e Belgrado, conclude Tim Judah: “La maggiore questione per l’UE e l’allargamento in futuro non saranno i Balcani; sarà invece l’Ucraina e come la sua possibile adesione inciderà sul suo profilo geostrategico”.

Foto Balkan Crew

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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Un commento

  1. La Turchia e l’Ucraina, per me, non entreranno mai nell’Unione Europea. Per l’Ucraina l’UE ha già dato una chiara indicazione in questo senso, rifiutando di riaprire le trattative per l’Accordo di Associazione ed evitando qualsiasi riferimento ad una futura adesione del Paese. Al più potrebbe diventare parte della “cintura esterna” dell’Unione, ed è questo a cui le autorità comunitarie ambiscono. Dopotutto l’Ucraina è comunque un Paese molto diverso culturalmente da quasi tutti gli altri membri dell’UE, oltre che più povero. Per la Turchia, poi, al discorso economico (che pure in questo caso è relativo, vista la forte crescita economica di Ankara degli ultimi anni) e culturale si aggiunge quello religioso: la Turchia è un Paese musulmano.
    Se devo essere sincero, quest’ultima cosa mi basta per definirmi totalmente contrario all’ingresso della Turchia nell’UE. Gli usi e i costumi dell’Islam sono incompatibili con quelli europei. Un Paese musulmano delle dimensioni della Turchia distorcerebbe la politica dell’Unione, soprattutto quella estera, e provocherebbe un’ondata incontrollata di immigrati musulmani nel Continente. Quanto si sono integrati gli immigrati turchi in Germania? Questa è una domanda che i buonisti farebbero bene a porsi.
    Il problema sono gli Americani, che pretendono di imporci la nostra politica estera (tra le altre cose premendo perché ammettiamo Turchia e Ucraina nell’UE) senza stare nel continente e rimanendo sostanzialmente immuni alle conseguenze di queste decisioni. Non sono loro, dopotutto, a doversi sorbire i flussi di immigrati musulmani o a dover prestare miliardi di euro all’Ucraina…