L’educazione siberiana che rispetta la legge. Intervista a Nicolai Lilin

di Nicolò Bo

Nicolai Linin è un lupo. Non un lupo qualsiasi, ma simile, in tutto e per tutto, al giovane esemplare di cui si racconta nel film di Educazione Siberiana. A differenza di detto canide però, nei venti minuti di conversazione telefonica concessi, la sensazione ricevuta è che l’autore, nato a Bender, Transnistria, 33 anni fa, non si sia accucciato placidamente innanzi ai blandimenti del sistema, ma piuttosto continui a digrignare i denti quale testimone delle storture della nostra società, – per niente addomesticato, – nonostante si aggiri ormai da quasi dieci anni nel nostro Paese.

Nel 2009 Lilin ha dato alle stampe la sua prima opera Educazione Siberiana, – immediatamente assurto a caso letterario, – che da febbraio vanta anche una trasposizione cinematografica per la regia di Gabriele Salvatores e interpretata da un convincente John Malkovich.

La pellicola ha suscitato una grande risonanza per l’originalità del tema: “Un Eastern di formazione” è stato definito dal regista milanese, in cui rispetto, amicizia, amore e vendetta si avvicendano, tutti d’un fiato, e alcune volte si intrecciano inesorabilmente, abbattendosi sulla quotidianità dei “criminali onesti” della Transnistria, discendenti degli Urca siberiani, organizzatosi secondo l’antico e rigido codice morale tramandato dagli stessi, in aperta ostilità con le imposizioni del governo sovietico prima, e russo poi. Il tutto prodotto e confezionato con un chiaro respiro internazionale, abbandonando i soliti stilemi che accompagnano il cinema italiano e con l’intento di bussare alla porta degli altri mercati europei.

Ed ecco il segreto svelato che ha reso irresistibile prima il libro, poi il film, agli occhi del pubblico italico: la genesi in lingua italiana, con un gergo molto colloquiale, lo rende dannatamente intrigante, ma l’oggetto del tutto esotico affascina per una concezione della vita pubblica completamente sconosciuta alla nostra popolazione.

I mezzi d’informazione, fin da subito, hanno dedicato ampia disponibilità a trattare del fenomeno, interesse sfociato in lodi, ma anche accuse allo stesso scrittore, – più o meno tutte rimandate al mittente, – di essersi dotato di un ghostwriter; i critici più intraprendenti hanno persino affrontato una nuova campagna di Russia, per poi riportare tronfiamente, sulle testate nazionali, che i fatidici Siberiani mai hanno calcato quella porzione di ex Unione Sovietica, in seguito alle purghe comuniste degli anni ’30 che avevano costretto gli abitanti del nord della Russia alla diaspora.

Signor Lilin, vorrei subito sapere com’è stato il suo primo contatto con l’Italia che, se non erro, gli è stato offerto dalla provincia cuneese. Quali ricordi serba del traumatico passaggio dalla “vita criminale” di Bender alla tranquilla vita di provincia?

“No, non è così. Questa è una storia che hanno inventato i giornalisti. Ho amici a Bra, sono stato diverse volte lì, possiedo una casa in un piccolo paesino della provincia di Cuneo, però molto vicino a Torino. La mia esperienza in Italia è molto semplice: sono arrivato in qualità di extracomunitario come tanti altri per ricongiungermi a mia madre e poi sono dovuto rimanere. Il mio trasferimento in Italia non è stato programmato.”

 Poi lei ha cominciato a esercitare la professione di tatuatore…

“No, mai fatto. Non come lo intendete voi, almeno. Per me non è un mestiere. Non guadagno dei soldi esercitando. Per me è una via di comunicazione, un qualcosa di più profondo. Ha a che fare con la tradizione siberiana: trasformare le storie della gente in segni. Però non può mancare un rapporto personale di un certo tipo: la persona che mi richiede il servizio deve essere chiara fin da subito, deve fidarsi di me ed essere onesta nelle sue dichiarazioni. Altrimenti la respingo.”

Veniamo a parlare del suo primo libro, Educazione siberiana. All’indomani del successo editoriale, alcuni critici malignamente avanzarono l’ipotesi che fosse stato affiancato da un ghostwriter. Queste critiche l’hanno offesa o ne è stato onorato, visto la sua provenienza straniera?

“Sinceramente queste cose cerco di seguirle il meno possibile. Non dò peso alle futili polemiche che cercano di innescare i giornalisti. So solo che il mio libro ha avuto successo e queste illazioni ne rappresentano probabilmente un segno. Poi ognuno può pensarla come vuole, grazie a Dio viviamo in un paese democratico. Se qualcuno vuole pensare che dietro a chi ha scritto il libro ci sia un ghostwriter, che lo pensi pure. A me importa, piuttosto, che costui abbia comprato il libro.”

In Transnistria, da dove proviene, i discendenti dei criminali siberiani vivono secondo un loro codice etico discutibile, sebbene a volte persino condivisibile. Vorrei sapere se lei personalmente ha cambiato il suo rapporto con la legge quando ha dovuto emigrare in Italia.

“Premessa: i criminali onesti siberiani scarseggiavano già al momento della mia nascita (nel 1980, nda), ora sono praticamente scomparsi, seppur nella mia famiglia si sia tramandata la tradizione. Nel mio romanzo mi sono divertito a trasporli nella storia recente.

Per quanto riguarda la domanda, è sbagliato l’approccio per cui si pensa che chi cresce seguendo la tradizione siberiana, non rispetti le regole. Si rispettano eccome le regole, più che da voi. Per esempio, io pago le tasse, mentre vedo, invece, che ci sono molti italiani che si sottraggono a questo dovere. Non riesco proprio a concepirlo: se la società decide che per il suo bene sono necessari determinati sacrifici, bisogna farli, tutti insieme. Nel mio libro si affrontano anche periodi storici travagliati, in cui le leggi rappresentavano il fardello di un potere che la gente non voleva. Non c’era una parte che aveva ragione, perché so benissimo come funzionano le cose in guerra: ci sono vigliacchi, quelli che se ne approfittano, infine quelli che ci credono. La natura umana è bastarda ed i conflitti armati ne mettono a nudo tutta l’essenza. Senza avventurarmi troppo negli avvenimenti che vi hanno interessato nell’ultimo secolo, è molto simile a ciò che è successo a voi con il fascismo e la conseguente opposizione partigiana. L’Italia ancora adesso dibatte, spaccandosi, sulla verità storica ufficiale da adottare. Ancora adesso voi non sapete chi siete, figuriamoci i protagonisti del mio libro.”

Passando a parlare del film, spesso è difficile il rapporto tra attore e regista. Come si è trovato a lavorare con Salvatores? Secondo lei ha centrato lo spirito di “Educazione siberiana”?

“Abbiamo scritto insieme la sceneggiatura ed ho partecipato, in prima persona, alla supervisione. Ho dato tutto me stesso, affinché potessi trasmettere il mio punto di vista sul set. Qualcosa può piacere di più, altro meno, ma a grandi linee sono contento.”

Cos’è che le premeva di più che venisse trasmesso dalla forma cartacea al grande schermo?

“La cosa più importante è ovviamente la morale che permea la società di cui racconto. Poi, sono consapevole che il cinema e la scrittura sono due vie di comunicazione completamente differenti. Data la difficoltà di creare una trasposizione cinematografica fedele al libro, ci siamo impegnati a creare un’altra storia che funzionasse ugualmente.”

Perché la scelta della Lituania (con molti attori lituani!) per rappresentare la sua Transnistria?

“Primo, perché ci è stato vietato di girare in Transnistria, essendo un paese molto chiuso e compromesso. Hanno letteralmente paura dell’Occidente. E’ un paese dove regna l’illegalità. Ho provato a mettermi in contatto con il ministero della Cultura, ma da lì non si degnano nemmeno di risponderti. E’ come chiedere di fare un film in Venezuela o Cuba. La Lituania è invece un paese europeo che alletta per le abbondanti sovvenzioni e poi, da una parte è ancora riconoscibile lo stampo sovietico, dall’altra è già nel cuore dell’Europa. Comunque è la produzione che ha deciso, io non avevo voce in capitolo. Le voci per cui “Nicolai Lilin ha vietato di girare in Russia” sono fantasie dei giornalisti per creare un fantomatico scoop.”

Lei ha aggiunto recentemente alla sua esperienza lavorativa il ruolo di presentatore, in quanto, con “Le regole del gioco”, in onda sul canale satellitare DMAX, lei offre una chiave di lettura della parte forse meno visibile, eppure numericamente consistente, della società italiana. Quale osservatore privilegiato, qual è il suo polso della situazione politico-sociale in Italia?

“L’Italia è un paese di compromessi. Tutti si mettono d’accordo con tutti e tutto apparentemente va bene. Ma in realtà ci sono tantissimi problemi. Ci riteniamo democratici e poi creiamo campi di concentramento in Sicilia, dove stipiamo ragazzi africani e li facciamo morire come topi. Come li consideriamo, quindi? Umani? Criceti? Come dobbiamo trattarli? Poi abbiamo la politica, da mani nei capelli: da una parte mummie, dall’altra il circo bulgaro, senza nessuna coerenza. Serve qualcuno che veda chiaro e che racconti le cose come stanno realmente. Gli italiani hanno perso il contatto con la realtà. Pensano di vivere nei film di Hollywood: case da sogno, attori bellissimi. Non è questa la vera faccia della quotidianità. Andate a vedere le situazioni ai margini. Non è tutto Sanremo, qui. Purtroppo l’italiano medio non ha voglia di aprire gli occhi davanti a questi problemi macroscopici. La colpa sarà in parte anche dei politici, ma principalmente è degli elettori.”

 Foto: Educazione siberiana – lo spettacolo teatrale (facebook)

 

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Un commento

  1. Ma Lillin perché nn la smette di criticare l’Italia e sputare sul piatto dove sta mangiando lautamente da anni? Facesse la persona onesta x una buona volta e invece di sparare sulla croce rossa (cioè i giornalisti) ammettesse che i suoi romanzi sono opere di fantasia, invece di presentarsi come il Saviano dal lontano est!

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