Nata per proteggere un ecosistema minacciato dal turismo di lusso, la Rivoluzione dei fenicotteri è diventata una protesta contro il governo di Edi Rama e il modello di sviluppo albanese. Un bilancio dopo cento giorni di mobilitazione.
L’inizio della Rivoluzione
Era cominciata come una protesta per difendere una laguna, i suoi fenicotteri e uno degli ultimi lembi di costa albanese ancora relativamente preservati dalla pressione di un turismo sempre più di massa. Ma già dopo qualche settimana era chiaro che la ormai celebre Rivoluzione dei fenicotteri avesse cambiato pelle, passando da protesta ambientale a vera e propria contestazione del modello economico e politico dell’Albania.
La scintilla è stata il progetto turistico legato a Jared Kushner – e Ivanka Trump – e alla sua società Affinity Partners nell’area di Vjosa-Narta, ma nel giro di poche settimane gli slogan dei manifestanti hanno cominciato a prendere di mira l’intero establishment politico, dalla maggioranza all’opposizione, entrambe considerate espressione di una partitocrazia incapace di rappresentare gli interessi della popolazione. Tutto ciò era emerso già ai primi di giugno, quando siamo stati a Tirana e Valona per intervistare gli attivisti di PPNEA al grido-tormentone “L’Albania non è in vendita”.
La protesta è proseguita per tutta l’estate, sfociando in un nuovo momento di tensione a ridosso della ripresa dei lavori parlamentari: l’8 settembre, dopo cento giorni consecutivi di manifestazioni, i dimostranti hanno cercato di superare i cordoni della polizia attorno al parlamento con lancio di uova, pomodori e bottiglie di plastica.
Il progetto non è fermo, ma non può procedere indisturbato
La situazione rimane ambigua. Il governo albanese continua a sostenere il progetto: l’11 settembre il premier Rama ha dichiarato che gli investimenti previsti a Sazan e nell’area di Zvërnec “non danneggeranno le zone protette e saranno realizzati nel rispetto della normativa”.
Il premier ha respinto le accuse secondo cui il progetto turistico comprometterebbe un’area sottoposta a tutela integrale, ricordando che Pishë-Poro-Nartë è classificata come paesaggio protetto di categoria V, una tipologia che, secondo la normativa albanese e i criteri IUCN, ammette determinate attività economiche compatibili con la conservazione ambientale.
Una classificazione che, tuttavia, non esclude automaticamente ogni intervento edilizio, né risolve le contestazioni degli ambientalisti sulle modifiche alla perimetrazione e alle misure di tutela dell’area.
Le pressioni di Bruxelles..
Ma non sono solo gli ambientalisti a opporsi al progetto. Il 9 giugno la Commissione europea aveva dichiarato di seguire “da vicino” gli sviluppi nell’area interessata: a tal proposito Bruxelles ha espresso le proprie preoccupazioni al Ministero dell’ambiente albanese ricordando al contempo che i lavori avrebbero dovuto essere sospesi per consentire una valutazione completa dell’impatto ambientale, condotta anche in consultazione con la società civile.
La Commissione aveva inoltre collegato la questione al negoziato di adesione dell’Albania, in particolare al capitolo 27, relativo ad ambiente e cambiamento climatico. Politicamente parlando il punto è molto delicato: l’Albania sta infatti negoziando l’ingresso nell’UE mentre una delle principali controversie del paese riguarda proprio l’applicazione delle norme europee sulla tutela degli habitat e delle specie. Negli ultimi mesi la questione è quindi diventata anche un test per il percorso europeo di Tirana.
.. e quelle delle associazioni ambientaliste
Secondo l’associazione ambientalista BirdLife International, il 17 giugno il Parlamento europeo ha sostenuto una moratoria sui nuovi permessi e sui lavori nelle aree protette fino alla revisione della legislazione contestata. L’organizzazione considera Vjosa-Narta un caso emblematico del rapporto fra sviluppo turistico, partecipazione pubblica e rispetto della normativa ambientale nel percorso di adesione al mercato e alle istituzioni europee.
Ancora più esplicita è stata la posizione di EuroNatur a metà settembre, quando ha ricordato che è trascorso un anno dall’apertura del capitolo 27 dei negoziati e che, a suo giudizio, i progressi sul piano normativo non sono stati accompagnati da un analogo rafforzamento della protezione ambientale sul terreno. Secondo l’associazione, la modifica del 2024 alla legge sulle aree protette, che ha consentito alcune attività turistiche e infrastrutturali all’interno di territori precedentemente sottoposti a forme più stringenti di tutela, rimane uno dei nodi centrali della controversia.
Vjosa-Narta e l’aeroporto di Valona
Nel frattempo, il delta Vjosa-Narta continua a essere interessato da più progetti infrastrutturali. Uno dei dossier più controversi è quello dell’aeroporto internazionale di Valona con il relativo disastro ambientale già annunciato. L’aeroporto doveva essere pronto già nel 2025, ma la sua apertura continua ad essere rimandata a causa di una spinosa questione legale che coinvolge i diversi investitori.
A luglio, il Bureau della Convenzione di Berna ha espresso nuovamente preoccupazione per gli sviluppi nell’area ricordando una precedente raccomandazione del 2023 che chiedeva la sospensione dei lavori dell’aeroporto fino alla realizzazione di una nuova e completa valutazione d’impatto ambientale. La Convenzione ha rilevato inoltre che quella raccomandazione non è mai stata attuata e ha chiesto alle autorità albanesi ulteriori informazioni sui progetti turistici, sui permessi concessi e sui loro effetti sull’ecosistema.
Elemento che diventa centrale poiché dimostra come la controversia non coincida solo con il progetto collegato a Kushner: Vjosa-Narta è infatti diventata un territorio nel quale convergono aeroporto, infrastrutture turistiche, consumo di suolo e pressione sulla risorsa idrica.
La procura anticorruzione resta sullo sfondo
C’è poi il fronte giudiziario. La SPAK, la procura speciale anticorruzione albanese, ha aperto una nuova indagine sulle modifiche legislative e sulle questioni relative alla proprietà dei terreni che hanno reso possibile lo sviluppo del progetto.
L’indagine non equivale a un’accusa nei confronti di Kushner e non dimostra, di per sé, che il progetto sia frutto di illeciti: riguarda le procedure e le operazioni che hanno interessato l’area. Tuttavia, dal punto di vista politico il dato è rilevante poiché evidenzia come la questione ambientale si sia trasformata anche in un problema di trasparenza istituzionale, palesando al contempo come il progetto sia inesorabilmente diventato un punto d’intersezione tra investimenti internazionali, proprietà dei terreni, legislazione sulle aree protette e rapporti tra potere politico e grandi operatori economici. Ed è proprio grazie a questo preciso intreccio che la protesta ha superato il perimetro della laguna estendendosi a tutto il paese.
Il nuovo fronte: i social
Ci sono stati sviluppi anche sul fronte social e piattaforme digitali. A settembre diversi account Instagram utilizzati per documentare le manifestazioni sono stati sospesi in seguito a segnalazioni per violazione del copyright. Secondo un’inchiesta pubblicata il 18 settembre da Wired, i casi verificati sarebbero oltre cento e le persone coinvolte anche di più.
Meta ha ripristinato alcuni degli account e la vicenda è arrivata anche a Bruxelles: più di trenta eurodeputati hanno chiesto alla Commissione europea di verificare se le sospensioni siano compatibili con il Digital Services Act. Il governo Rama ha respinto qualsiasi coinvolgimento nelle sospensioni, sostenendo di non avere né responsabilità né capacità tecnica per condurre un’operazione di questo tipo.
Secondo alcuni manifestanti le segnalazioni sono state coordinate appositamente per oscurare i contenuti della protesta. Al momento non ci sono elementi per decretare ulteriori sviluppi, ma questa vicenda introduce senza dubbio un elemento nuovo: la Flamingo Revolution diventa sempre più multisfaccettata, combinando protesta ambientale, politico-sociale, e ora anche la libertà di informazione.
Il fenicottero simbolo di una questione più grande
A metà settembre, dunque, nessuna delle questioni fondamentali è stata definitivamente risolta. Anzi, la situazione sembra ancora più caotica: il governo continua a difendere gli investimenti e sostiene che potranno essere realizzati nel rispetto delle norme ambientali. Gli ambientalisti contestano invece l’impatto dei progetti e chiedono una maggiore tutela dell’area. Bruxelles mantiene la questione all’interno del dossier sull’adesione europea. La SPAK continua a occuparsi degli aspetti giudiziari. E nelle piazze intanto la protesta continua.
Il dato più significativo è forse proprio la sua durata: quella che sembrava una mobilitazione locale è arrivata oltre il centesimo giorno e, con la riapertura del parlamento, ha mostrato di conservare una forte capacità di mobilitazione.
Se il destino delle proteste è ancora incerto, quel che è sicuro è che a Vjosa-Narta si intrecciano le contraddizioni di un paese sospeso tra ambizioni europee, interessi economici enormi e tutela del proprio patrimonio naturale. La Flamingo Revolution ha portato queste contraddizioni nelle piazze, trasformando un fenicottero rosa nel simbolo di una nuova consapevolezza civile.
Foto: Birdlife.org
East Journal Quotidiano di politica internazionale
