In un’intervista televisiva rilasciata durante l’estate, la ministra serba della Pubblica amministrazione e dell’Autogoverno locale, Snežana Paunović, ha affermato che, se nel 1998 si fosse trovata al posto di Slobodan Milošević, avrebbe “compiuto una pulizia etnica in Kosovo”. Nonostante questo, la ministra è rimasta saldamente al suo posto.
Parole che mostrano come il funerale del criminale di guerra Ratko Mladić, che ha indignato le cancellerie europee e scandalizzato gli altri paesi dei Balcani occidentali, non fosse affatto un caso isolato, ma l‘ennesimo segnale che nel governo della Serbia e in parte della società, quella mentalità nazionalista che ha causato le sanguinose guerre degli anni Novanta non è mai sparita, ma viene anzi esibita e rivendicata.
Paunović non ritratta
Dopo le scioccanti dichiarazioni, Paunović, esponente del Partito Socialista di Serbia (SPS), il partito fondato da Milošević, ha cercato di precisare il significato delle proprie parole, senza pero’ di fatto ritrattarne l’essenza. Secondo la ministra, non avrebbe inteso parlare di uccisioni, ma dell’espulsione dal Kosovo di coloro che non si sentivano parte della Repubblica Federale di Jugoslavia. Sebbene abbia ammesso che il termine utilizzato fosse ‘sfortunato’, la ministra non ha tuttavia ritirato le proprie parole e ha sostenuto che la sua intervista fosse stata estrapolata dal contesto. Il 16 luglio Paunović ha chiesto scusa al presidente Aleksandar Vučić e al governo per averli messi in una situazione difficile, mentre non risulta alcuna scusa rivolta alla comunità albanese del Kosovo, che di quella pulizia etnica fu vittima.
La ministra Paunović, che è originaria del Kosovo, non è nuova ad uscite simili. Nel 2022, quando era vicepresidente del Parlamento serbo, aveva chiesto l’arresto e l’espulsione dell’unico deputato albanese in Serbia, Shaip Kamberi, affermando che “se abbiamo commesso un errore rilasciando Albin Kurti dal carcere, non commettiamo lo stesso errore non arrestando Shaip Kamberi. Se ciò non fosse possibile, dovremmo allontanarlo da qui”.
La risposta di Vučić
Vučić, che era ministro dell’informazione durante la guerra in Kosovo, ha preso le distanze dalla dichiarazione, affermando che essa non rappresenta né la sua posizione né quella del governo, definendo la dichiarazione irresponsabile, pur ricordando tuttavia la questione dei serbi che hanno lasciato il Kosovo. La ministra è rimasta saldamente al suo posto, e nessuno al governo si è posto il problema di rimuoverla: un segnale evidente che tali dichiarazioni non sono considerate poi così gravi dalla leadership della Serbia.
La vicenda ha quantomeno aperto un confronto all’interno della Serbia, e si sono levate alcune voci critiche. Il Movimento dei Cittadini Liberi (PSG) ha chiesto l’immediata rimozione della ministra, sostenendo che le sue parole costituiscano un’apologia della persecuzione su base etnica e chiedendo alla procura di valutare l’eventuale rilevanza penale delle dichiarazioni.
Anche il movimento studentesco, che secondo i sondaggi rappresenta la forza politica di opposizione più forte in Serbia, ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna le affermazioni di Paunović, definendole inaccettabili e del tutto contrarie alla Costituzione, ai diritti umani e alla dignità di ogni individuo, ponendo tuttavia nuovamente l’accento sui rifugiati serbi.
Le reazioni internazionali
In Kosovo, ovviamente, la risposta è stata particolarmente dura. Il ministro dell’Interno Xhelal Sveçla ha dichiarato Paunović persona non grata, vietandole permanentemente l’ingresso in Kosovo, mentre la ministra della Giustizia, Donika Gërvalla-Schwarz ha annunciato la presentazione di una denuncia contro Paunović per istigazione all’odio, alla discordia e all’intolleranza.
Le parole della ministra hanno avuto eco anche al di fuori della regione. Particolarmente significativa è stata la reazione della Commissione europea che ha dichiarato che “non c’è posto in Europa per una retorica che giustifichi o sostenga la pulizia etnica”. Bruxelles ha sottolineato che tali dichiarazioni sono incompatibili con gli impegni assunti dalla Serbia nell’ambito del dialogo facilitato dall’UE per la normalizzazione delle relazioni con il Kosovo.
Anche la commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos ha condannato le dichiarazioni e ha sottolineato come sia “scioccante” ascoltare una simile affermazione nel 2026, non riuscendo a immaginare che una ministra possa continuare a esercitare le proprie funzioni dopo una dichiarazione pubblica di questo tipo.
Una dichiarazione che riporta al passato
Le parole di Paunović assumono un peso particolare considerando il contesto storico al quale fanno riferimento. La guerra del Kosovo del 1998-1999 provocò oltre 13.000 morti, la maggior parte dei quali albanesi, circa 20.000 persone vittime di violenza sessuale, mentre centinaia di migliaia di civili furono costretti a lasciare le proprie abitazioni.
Una simile frase, detta nel 2026, risulta perfettamente in linea con la glorificazione di Ratko Mladić messa in scena per il suo funerale ad inizio settembre e mostra quanto il linguaggio utilizzato dalle autorità serbe rifletta la stessa narrativa utilizzata durante gli anni Novanta, senza distanziarsi da quei tratti nazionalisti che ebbero conseguenze tragiche per tutta la regione. Un problema serio per un paese formalmente candidato all’adesione all’UE, e che dovrebbe spingere Bruxelles a riflettere sulle relazioni instaurate con il presidente Vučić.
Foto: Vreme
East Journal Quotidiano di politica internazionale
