Lettonia comunità russe

LETTONIA: Le politiche di (dis)integrazione delle comunità russe

Di Mattia Zanelli

La Forte dei Marmi lettone, un luogo di villeggiatura estivo immerso in un’immensa pineta a ridosso del Mar Baltico. Le sue villette in legno in stile Art Nouveau riportano indietro al periodo imperiale russo, quando l’aristocrazia soggiornava in questa località nei mesi più caldi: questa è Jūrmala. Oggi la cittadina continua a essere una delle tappe più frequentate in Lettonia e nei Baltici e simbolo delle politiche di (dis)integrazione delle comunità russe.

Quando l’influenza del Cremlino era la musica

Dal 2002, infatti, la città ha ospitato il festival “Novaja Volna” prima e “Laima Rendezvous Jūrmala”  dopo, due eventi ideologicamente diversi ma entrambi profondamente legati alle comunità che  rappresentano. 

“Novaja Volna” è nato come contest internazionale, per poi attestarsi subito come evento a carattere esplicitamente russofono. La sua popolarità ha raggiunto subito le regioni storicamente legate alla  Russia: la presenza di élite, oligarchi e personaggi del mondo dello spettacolo russi ha determinato un peso culturale non indifferente che le istituzioni baltiche non hanno potuto ignorare. Con l’annessione della Crimea del 2014, diversi artisti russi, tra cui Oleg Gazmanov (considerato uno dei cantanti patriottici più influenti dal punto di vista della propaganda russa) vennero inseriti nella lista nera delle persone non gradite e il festival venne spostato a Sochi. Le pressioni da parte del governo lettone hanno fatto vacillare il destino del Novaja Volna per molti anni – del resto non è un caso che la Lettonia sia il  paese con la più alta percentuale di minoranze russe. Da questo possiamo anche contestualizzare una  serie di politiche volte a consolidare l’identità lettone come quella dominante, a scapito di una  convivenza consolidata da decenni. 

“Laima Rendezvous Jūrmala” è nato invece in risposta al vuoto lasciato dalla rilocazione del festival. Se il concept del festival ha trovato nuova espressione in un programma molto più internazionale, con artisti della sfera russofona e non (ma anche con una recente svolta più politica nel segno dell’antiputinismo) il pubblico a cui si rivolge rimane pressoché immutato. La stessa fondatrice della kermesse, Laima Vaikule, incarna perfettamente il dualismo che caratterizza la sfera politico-sociale dei paesi baltici. Così come la cantante ha costruito la sua carriera nello spazio culturale sovietico, influenzando generazioni di russofoni, il suo festival riflette questa stessa tensione: lettone nell’identità istituzionale, russofona nell’anima e soprattutto nel pubblico che ogni estate riempie la Dzintari Concert Hall. 

Politiche volutamente discriminatorie?

Eppure, fuori dal palco di Jūrmala, il contesto racconta una storia diversa. Negli ultimi anni l’Estonia e la Lettonia hanno varato diverse politiche volte a omogeneizzare linguisticamente la popolazione attorno alle lingue ufficiali. Giustificando il proprio operato come necessario per contrastare le possibili influenze del Cremlino, i governi hanno gradualmente limitato l’uso della lingua russa nei  luoghi di lavoro e nel sistema educativo nazionale, incidendo anche sulla sfera privata dei cittadini. Secondo alcuni sondaggi, una percentuale crescente di russofoni teme di parlare la propria lingua madre in pubblico per paura dell’opinione pubblica o di possibili ripercussioni professionali. Un clima che, paradossalmente, non sembra aver intaccato la vitalità culturale di queste comunità ma anzi averla rafforzata. 

Se da un lato si possono capire i motivi che hanno spinto ad agire così rigidamente, quali le crescenti tensioni geopolitiche, gli attacchi ibridi alle proprie infrastrutture e il clima securitario determinato da traumi storici, non possiamo tralasciare un errore concettuale banale quanto decisivo. Gli stati baltici hanno trattato le comunità russofone come un’entità monolitica, assimilandole automaticamente alla narrativa del Cremlino. Le politiche restrittive messe in campo non fanno distinzioni di associazione politica né per gruppo generazionale, colpiscono tutti indistintamente,  provocando profonde fratture tra le minoranze e lo stato di cui fanno parte.

Il progressivo restringimento degli spazi fisici e mediatici non ha silenziato le comunità russofone, le ha semplicemente spostate. L’identità non è una caratteristica fissa, documentata o fossilizzata nel  tempo, è un aspetto fluido e mutabile di un determinato gruppo sociale. Pensare che reprimere  l’identità – intesa come insieme di pratiche socio-culturali condivise – possa far cessare di esistere una  minoranza come tale è, prima ancora che politicamente discutibile, accademicamente infondato. Le  comunità russofone nei Baltici continuano a esistere e a esprimere la propria identità, semplicemente lo fanno altrove: Instagram, VKontakte e soprattutto Telegram sono piattaforme digitali che nessuna legge linguistica nazionale riesce a raggiungere. Questo atteggiamento miope da parte delle istituzioni – sia nazionali che europee – è anche controproducente sul piano internazionale. 

Darsi la zappa sui piedi

L’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani (OHCHR) ha già espresso serie perplessità sulle politiche di integrazione linguistica portate avanti dalla Lettonia e dall’Estonia. Due  comunicati datati 8 febbraio e 17 agosto 2023 segnalano possibili violazioni in materia di diritti umani delle minoranze russe: la riorganizzazione del sistema educativo basata esclusivamente sulle lingue  nazionali limita la libertà di espressione delle comunità russe, così come la tassazione al 21% su libri e giornali in lingua russa – a fronte del 5% applicato alle altre lingue europee – configura una disparità difficilmente giustificabile. 

Insomma, le politiche di assimilazione accelerata nei Baltici stanno ottenendo un effetto boomerang:  nonostante il russo sia stato fortemente limitato nelle scuole, nei posti di lavoro, negli eventi pubblici e in maniera collaterale anche nella sfera privata, le comunità russofone non si sono dissolte, si sono spostate e compattate. I festival a Jūrmala, i canali Telegram, i libri in russo acquistati nonostante  l’IVA al 21% sono tutti una risposta silenziosa a politiche che non hanno saputo (voluto) distinguere tra una minoranza culturale e una minaccia geopolitica. 

Nel frattempo, Mosca non resta a guardare. La Russia si sta preparando a portare il caso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, rivendicando un ruolo di difensore dei diritti che difficilmente  avrebbe potuto reclamare senza questi errori. Una mossa strumentale, certo, ma resa possibile dalle  stesse vulnerabilità che l’OHCHR ha già formalmente rilevato. 

La sfida che i governi baltici si trovano ad affrontare non è come limitare ulteriormente le comunità russofone, ma come costruire una convivenza autentica che non passi né per un’assimilazione  accelerata né per la cancellazione di un’identità che, ostinatamente, continua a esistere.

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Foto: WikiMedia Commons

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