Una madre e i suoi due figli sono morti dopo che un drone ha colpito la loro abitazione, mentre una quarta vittima, una bambina, è deceduta in ospedale per le ferite riportate in un attacco separato. Questo l’amaro bilancio dell’attacco russo che ha colpito il villaggio di Hlevakha, nell’oblast di Kiev, durante la notte del 20 settembre. L’episodio si inserisce in un quadro di crescente impatto della guerra sulla popolazione civile: secondo l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, il 24 febbraio 2022, fino al 31 agosto 2026, sono stati verificati almeno 18.348 civili uccisi in Ucraina.
Danni collaterali?
C’è chi parla di danni collaterali, ma analizzando le modalità attraverso cui si è sviluppata l’aggressione russa, si evince che i crimini commessi verso la popolazione e il bombardamento di strutture civili non siano eventi occasionali o errori, ma rispondano a una precisa strategia messa in atto in molti contesti¹. E questo si vede bene guardando ai primissimi giorni dell’invasione su larga scala, avviata il 24 febbraio 2020, quando ancora la retorica del Cremlino parlava di liberazione dei fratelli ucraini.
Una liberazione costellata da successive stragi: il 9 marzo, alle ore 17, i russi colpiscono l’Ospedale pediatrico n.3 di Mariupol’ causando cinque morti e sedici feriti, tra cui un neonato e una donna in travaglio; il 10 marzo a Mykolaïv viene colpita una scuola, vuota, e un supermercato, uccidendo nove persone; due giorni dopo, a Čornobaïvka, soldati russi saccheggiano un negozio di liquori, poi sparano a caso contro le abitazioni dei civili, il numero di morti è sconosciuto; il 13 marzo, ancora a Mykolaïv, i russi sganciano bombe a grappolo sui quartieri residenziali, uccidendo nove persone; il 14 marzo il sindaco di Irpin’ denuncia che i russi lanciano granate sulla gente in fuga, sugli autobus e sulle auto private che provano a lasciare la città; il 16 marzo, a Černihiv, muoiono dalle dieci alle diciassette persone, colpite da una granata mentre erano in fila per il pane². E poi c’è Buča, più di trecento, le mani legate dietro la schiena, i segni delle torture. È solo marzo, e non è un errore. Come non sono un errore il “filtraggio” dei civili e la deportazione dei minori in Russia.
Bassa intensità
C’è uno schema nella distruzione. E benché il numero di vittime civili sia contenuto, rispetto ad altri conflitti, sarebbe un errore definire l’invasione dell’Ucraina “a bassa intensità”. Lo era la guerra del Donbass (2014-2022) ma l’uso massiccio di artiglieria pesante, di missili a lungo raggio, l’impiego continuo di droni e i bombardamenti sulle città non consentono di parlare di un conflitto a “bassa intensità”. Se il numero delle vittime civili è relativamente basso (furono 42mila nel conflitto in Bosnia Erzegovina, tra il 1992 e il 1995; e 400mila nella guerra del Vietnam, tra il 1965 e il 1975) si deve alla crescente efficacia della difesa aerea ucraina. Una difesa possibile – vale la pena ricordarlo – grazie all’aiuto occidentale: rifornire l’Ucraina di intercettori significa salvare vite.
La difesa necessaria
All’inizio dell’invasione russa, gli Stati Uniti e gli alleati si impegnarono a sostenere la difesa del territorio ucraino senza tuttavia fornire armi da offesa. Molti governi europei si mostrarono inizialmente scettici sull’invio di armi per poi modificare la propria posizione: questo passaggio è stato accompagnato da un dibattito tra gli alleati occidentali sui rischi di escalation e sui limiti all’impiego delle armi fornite. Con la presidenza di Donald Trump, iniziata nel gennaio 2025, l’approccio statunitense è nuovamente cambiato e, di riflesso, anche in Europa si sono moltiplicate le voci contrarie all’invio di armi a Kiev.
L’invio di armi è tuttavia un male necessario. Ma il dibattito sul sostegno militare a Kiev si incrocia con altre questioni che andrebbero tenute separate: il riarmo europeo e il crescente militarismo, le pulsioni europee verso un conflitto aperto con Mosca, la mancata ricerca di canali negoziali e la costruzione del nemico (la Russia) attraverso cui unire un’Europa sempre più disunita, non c’entrano con il sostegno militare a Kiev. Aiutare l’Ucraina a difendersi significa invece ridurre al minimo la morte dei civili. La morte di una madre e dei suoi bambini.
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¹ Per approfondimenti, si rimanda alla lettura di “Mariupol’, paradigma della distruzione”, in La guerra d’indipendenza ucraina (Editrice Morcelliana, 2025)
² T. Lister et al., People in line for bread in Ukrainian city of Chernihiv killed by Russian shelling, regional official says, in «CNN», 16 marzo 2022.
East Journal Quotidiano di politica internazionale
