EP Plenary session - September 2026 - SOTEU26 - State of the European Union 2026

L’allargamento europeo nei Balcani corre a più velocità

Nel discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha condannato la glorificazione di Ratko Mladić, chiamando direttamente in causa la Serbia. Sei giorni prima, il Parlamento europeo discuteva invece dei progressi di Albania e Montenegro. Tra i due frontrunner e Belgrado, a che punto sono gli altri paesi della regione?

È arrivato verso la fine del discorso annuale sullo stato dell’Unione (SOTEU), ma è stato uno dei passaggi più netti pronunciati da Ursula von der Leyen sul futuro allargamento dell’UE. Dopo avere elogiato Ucraina, Moldavia e – almeno in parte – i Balcani occidentali per i progressi compiuti verso l’adesione, la presidente della Commissione ha fissato il limite politico.

“Il rispetto dei nostri valori non è negoziabile”, ha detto la presidente della Commissione rivolta a Belgrado, dichiarandosi “inorridita” dalle immagini dei funerali di Ratko Mladić e ribadendo che “glorificare i criminali di guerra non ha posto nell’Unione europea”.

Un riferimento inequivocabile. Mladić, comandante militare delle milizie serbo-bosniache negli anni novanta e condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, appena poche settimane fa ha ricevuto a Belgrado un funerale accompagnato da manifestazioni di pubblico omaggio.

Immagini a cui si aggiunge la celebrazione andata in scena sulle tribune dello stadio della Stella Rossa in occasione del derby contro il Partizan, con una gigantografia del “boia di Srebrenica” accompagnata dalla scritta “Dritti a Potočari”, dove riposano i corpi di oltre ottomila bosgnacchi uccisi proprio dalle milizie comandate da Mladić.

Un tema caldo a Bruxelles

Ad aumentare ulteriormente il divario tra Belgrado, i ventisette e chi punta a entrare nel “club delle dodici stelle” ci pensa un’analisi discussa appena una settimana prima del SOTEU. Il 10 settembre, la commissione affari esteri del Parlamento europeo ha dedicato un’audizione ad Albania e Montenegro, ribadendo il loro ruolo di “frontrunner” ovvero i paesi più avanzati dei Balcani occidentali verso l’adesione all’Ue.

E così, con due candidati in rampa di lancio e, dall’altra parte, una Serbia pubblicamente richiamata per comportamenti incompatibili con la memoria delle guerre jugoslave e con i valori europei, nel mezzo restano “gli altri” – Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina e Kosovo – limitati ciascuno da una serie di ostacoli che, assieme, ne frenano l’integrazione europea.

I due frontrunner

Il Montenegro guida la fila in direzione di Bruxelles: con tutti i 33 capitoli negoziali aperti e ben 18 provvisoriamente chiusi, Podgorica punta a concludere i negoziati entro il 2026 e vorrebbe formalizzare l’adesione all’UE entro il 2028, come ribadito a Strasburgo dal presidente Jakov Milatović. Subito a seguire è l’Albania, che dopo avere aperto tutti i capitoli negoziali, lo scorso luglio ha chiuso provvisoriamente i primi tre e mira a completare il negoziato entro la fine del prossimo anno.

Dall’audizione parlamentare a Bruxelles, tuttavia, è emerso come la velocità da sola non basta. Tirana deve tradurre le leggi in risultati concreti su Stato di diritto, indipendenza delle istituzioni e corruzione, mentre Podgorica deve confermare la propria tenuta democratica e l’orientamento europeo. Insomma, quella che è stata definita “integrazione graduale” è sì una lezione comune, ma per quanto possa accompagnare l’adesione non può, almeno allo stato attuale, sostituirla del tutto.

Gli altri candidati

Ben diverso è il caso della Serbia. I negoziati tra Belgrado e Bruxelles sono incominciati nel 2014, ma il percorso è sostanzialmente fermo, frenato dall’arretramento democratico, i rapporti ambigui con la Russia e lo stallo nella normalizzazione con il Kosovo. Questioni su cui incombono le elezioni del prossimo 25 ottobre, potenziale spartiacque nel futuro del Paese dopo lunghi mesi di instabilità e proteste scoppiate all’indomani dell’incidente di Novi Sad, nel novembre 2024.

Spostandoci sulla mappa, la Macedonia del Nord, candidata dal 2005, ha completato lo screening ma non ha aperto il primo cluster negoziale con l’Ue: un passaggio bloccato dall’insistenza di Sofia sull’inclusione in Costituzionale della comunità bulgara, mentre da Bruxelles sottolineano i progressi ancora “insufficienti” sullo Stato di diritto.

Chi invece aveva ricevuto il via libera politico all’apertura dei negoziati è la Bosnia Erzegovina, a marzo 2024. Ma l’avvio effettivo del percorso di adesione resta bloccato da crisi interne, ostruzionismo politico e una serie di riforme giudiziarie ancora incompiute, a una settimana dalle elezioni politiche del 2 ottobre. Se ne riparlerà, se va bene, nel 2027.

Fuori dai giochi, per il momento, resta invece il Kosovo. Pristina ha presentato domanda d’adesione nel 2022, ma non ha ancora ricevuto risposta: a pesare, in questo caso, sono il mancato riconoscimento da parte di cinque Stati membri, la fragilità politica istituzionale e il blocco del dialogo con Belgrado, mentre il paese è scosso da manifestazioni dopo la condanna a 25 anni per crimini di guerra del “padre dell’indipendenza”, Hashim Thaçi.

Una regione, diverse velocità

Nel tentativo di ridurre il divario coi Balcani occidentali, l’Unione europea punta sull'”integrazione graduale”. Il Piano di crescita approvato da Bruxelles ha messo a disposizione 6 miliardi di euro dal 2024 fino al 2027, condizionando i pagamenti alle riforme e anticipando alcuni vantaggi del mercato unico. Anche questo strumento, tuttavia, riflette le diverse velocità con cui viaggiano i sei Paesi: Albania e Montenegro continuano ad avanzare, mentre Bosnia-Erzegovina e Kosovo rimangono ampiamente indietro, e anche sui fondi alla Serbia si stagliano nubi oscure.

Un’ulteriore testimonianza, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto il criterio politico dell’allargamento – la “porta aperta” – non può dipendere esclusivamente dagli adempimenti di natura tecnica, ma richiede una qualità della democrazia e un’adesione effettiva ai valori europei che ad oggi rimangono gli scogli principali all’ingresso di questa parte di Europa tra i ventisette.

Foto: Parlamento europeo

Chi è Simone Matteis

Giornalista professionista, allievo della Scuola "Giorgio Bocca" di Torino. Accreditato presso le istituzioni europee a Bruxelles dal 2026, ha diretto la redazione italiana di Europhonica

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