Si stringe la morsa della repressione sulla comunità LGBTQ+ in Turchia, mentre prende via il Decennio della Famiglia.
Martedì 22 settembre, nel suo discorso all’Assemblea ONU di New York, il presidente turco Erdoğan ha attaccato duramente le “politiche di neutralizzazione di genere”, definite una delle maggiori minacce globali accanto all’islamofobia, all’intelligenza artificiale e all’insicurezza alimentare, e ha condannato “l’assedio contro i bambini e l’istituzione della famiglia”. Queste dichiarazioni si inseriscono in un contesto di crescente repressione contro la comunità LGBTQ+ turca: a partire da sabato 12 settembre, infatti, le autorità turche hanno fatto irruzione nelle sedi e spazi del movimento LGBTQ+ in quindici province, arrestando decine di persone e bloccandone i canali di comunicazione online. Sullo sfondo rimane la più ampia politica del governo Erdoğan sulla famiglia e sulla natalità, che ha assunto un ruolo centrale nell’agenda del presidente per il periodo 2026-2035.
“La mia famiglia è al sicuro”
Nella giornata del 12 settembre, un provvedimento del 7° Tribunale Penale della Pace di Istanbul ha predisposto la sospensione dei profili social di associazioni, attivisti, giornalisti, media legati al mondo LGBTQ+ turco. Tra questi, i profili delle associazioni 17 Mayıs, Pembe Hayat, SPoD, Lambdaistanbul, Genç LGBTİ+ e KaosGL; quest’ultima una delle principali realtà della società civile turca attiva sul tema fin dagli anni ‘90 e oggetto di reiterate misure repressive. Il provvedimento, tuttavia, ha interessato anche organizzazioni non direttamente legate al movimento: come la sezione turca di Amnesty International, il giornale Evrensel, Academics for Peace (attiva per la risoluzione del conflitto turco-curdo), la Media and Law Studies Association, l’Associazione per l’Educazione Sessuale, il Trattamento e la Ricerca (CETAD), l’Associazione Psichiatrica Turca (TDA) e la Federazione delle Associazioni di Donne di Turchia (TKDF). Non si ha ancora un conteggio preciso del numero di profili colpiti: sicuramente diverse decine – una stima in crescita, visto che altri tribunali turchi, più recentemente, hanno predisposto misure analoghe.
Alla repressione digitale è seguita quella fisica. Il 13 settembre la polizia turca ha condotto raid coordinati in diverse città del Paese, arrestando decine di persone con accuse tra cui prostituzione, uso di droga e soprattutto “oscenità”. Secondo Human Rights Watch, gli arresti sono stati 112, mentre Amnesty International ne ha riferiti 116 e ha segnalato oltre 160 persone sottoposte a indagine; tra gli arrestati figurano anche 24 attivisti e la giornalista Tuğba Tekerek, fermata per un articolo sulle elezioni in Georgia pubblicato nel 2024 su KaosGL. Dal lato governativo, il ministro della Giustizia Akın Gürlek – che ha definito l’operazione Ailem Güvende, “la mia famiglia è al sicuro” – ha riferito di 162 individui coinvolti, oltre a nove associazioni e 13 attività commerciali. Al di là delle differenze nei conteggi, l’ondata repressiva è stata – secondo la direttrice di HRW Türkiye – “la più ampia degli ultimi anni”; le ha fatto eco il caporedattore di KaosGL Yildiz Tar, che ha dichiarato a Middle East Eye che con questo episodio l’oppressione dell’attivismo e dell’esistenza del movimento LGBTQ+ ha raggiunto livelli mai visti prima.
La reazione della società civile turca non è mancata. Lunedì 14, a Izmir, le centinaia di manifestanti che protestavano contro il provvedimento repressivo sono stati ricevuti dalla polizia turca con una pioggia di lacrimogeni; il giorno successivo, a Istanbul e Ankara, circa 150 persone sono state poste in stato di fermo e rilasciate dopo più di 24 ore. Le associazioni LGBTQ+ hanno firmato una dichiarazione congiunta di condanna della criminalizzazione e rivendicazione dei propri diritti, ricevendo il supporto di più di 120 associazioni femministe turche. Parallelamente, sul piano internazionale, si registra la reazione della Commissione Europea che, per mano del suo portavoce Christian Wigand, si è detta “preoccupata”, dato che la Turchia, in quanto paese candidato, “dovrebbe supportare e assicurare il rispetto dei diritti umani”.
L’incerto quadro legale della repressione
L’ondata repressiva, tuttavia, si poggia su basi giuridiche quantomeno incerte. Come evidenziato dallo stesso portale KaosGL, la censura digitale del 12 settembre è riconducibile ad una pratica di cyber-policing denominata sanal devriye, traducibile come “pattuglia virtuale”. Nel 2017 era stato disposto ampliamento dei poteri della polizia che ha permesso il “pattugliamento” digitale e l’acquisizione dei dati degli utenti al fine di contrastare possibili crimini online. La disposizione era stato poi revocata nel 2020: secondo la Corte Costituzionale turca, la sorveglianza digitale generica senza un mandato esplicito di un tribunale è incostituzionale, incompatibile con una società democratica e lesivo della privacy degli utenti. Secondo KaosGL, tuttavia, nonostante la revoca, tale dispositivo continua a essere regolarmente utilizzato dalla polizia turca.
Similmente, la principale accusa portata nella repressione del 13 settembre è quella di violazione della legge sull’oscenità. Benché l’omosessualità non sia considerata un reato in Turchia, l’articolo 266 del codice penale turco disciplina i reati di oscenità. Il problema risiede nel fatto che l’articolo 266 è molto vago nel definire cosa si intenda per oscenità e quali pratiche possano essere considerate tali: se storicamente mirava soprattutto alla regolamentazione del materiale pornografico e dell’esposizione dei bambini a contenuti di carattere sessualmente esplicito, oggi, secondo Bianet, questa indeterminatezza ha contribuito a fare della norma uno strumento nella mani delle autorità per colpire in modo indiscriminato il movimento LGBTQ+ turco.
L’oscenità viene legata ad un altro concetto altrettanto vago e soggettivo, quello di moralità, e usato – nelle parole dell’attivista Zeynep Kıyak a Bianet – non solo contro specifiche pubblicazioni e pratiche, ma per normare i corpi e l’esistenza stessa delle persone LGBTQ+. È in quest’ottica, dunque, che va letta la circolare distribuita del Ministero della Giustizia il 14 settembre, all’indomani della retata, dal titolo “Proteggere la famiglia, i giovani e la società dalle violazioni della moralità generale e dai contenuti e soggetti negativi”, che invitava i procuratori a indagare sulle attività online che “promuovono la rimozione delle distinzioni di genere nei bambini e giovani”. Un riferimento a quella che viene definita la propaganda dell’ideologia gender, espressione che trova risonanza anche nel discorso conservatore turco e che Erdoğan ha progressivamente inserito al centro della sua agenda sulla famiglia e sulla natalità.
Il Decennio della Famiglia turco
Le dichiarazioni del presidente turco all’ONU, così come l’operazione “La mia famiglia è al sicuro”, si pongono in continuità con la designazione del 2025 come Anno della Famiglia e, in particolare, con l’annuncio fatto dello scorso maggio dove Erdoğan ha indicato il periodo 2026-2035 come Decennio della Famiglia. Il presidente turco, in tale occasione, ha definito il tasso di natalità di 1.48 come “un disastro” (la soglia critica stabilita dal governo turco è di 2.1) e riposto con forza il tema demografico al centro del dibattito pubblico: per incentivare la ripresa demografica, dunque, il governo Erdoğan punta con forza sulle politiche di supporto alla genitorialità, gli incentivi per le nascite, la promozione del matrimonio e la direttiva rivolta ai pubblici uffici affinché adottino politiche pro-famiglia. Nello stesso discorso, tuttavia, il presidente turco ha attribuito un ruolo fondamentale alla “lotta contro la perversione LGBT, che è anche una lotta per la libertà, la dignità e il futuro dell’umanità”: la cui traduzione pratica sono le retate di primo mattino, la censura online e i lacrimogeni sui manifestanti. È su questa duplice traiettoria che prende forma il Decennio della Famiglia turco: da una parte la promozione della famiglia e della natalità; dall’altra, la definizione di cosa – secondo il governo – minaccerebbe questo modello, e la sua violenta repressione.
East Journal Quotidiano di politica internazionale
