KOSOVO: Attesa per la sentenza Thaçi all’Aja, si temono tensioni

Il 16 settembre, i giudici delle Kosovo Specialist Chambers (KSC), presso l’Aia, si pronunceranno riguardo il processo a carico di Hashim Thaçi ed altri tre esponenti dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), accusati di crimini commessi durante e dopo la guerra del 1998-99. Per loro l’accusa ha chiesto fino a 45 anni di carcere.

Il processo all’ex premier e presidente del Kosovo Hashim Thaçi, l’ex presidente dell’Assemblea Kadri Veseli e i politici Jakup Krasniqi e Rexhep Selimi presso le Camere specializzate del Kosovo (Kosovo Specialist Chambers – KSC) era iniziato il 3 aprile 2023, tre anni dopo l’arresto degli imputati. I quattro sono accusati di concorso in associazione criminale in relazione a circa 100 omicidi, innumerevoli casi di tortura e trattamenti crudeli. Secondo la procuratrice Kimberly West gli imputati sarebbero stati “protagonisti di un’impresa criminale” con l’obiettivo di eliminare con la violenza gli oppositori e assicurarsi il pieno controllo del Kosovo. La parte difensiva, rappresentata dall’avvocato di Thaçi, Luka Mišetić, sostiene invece non ci siano prove sufficienti per accusare l’ex presidente, all’epoca dei fatti uno dei leader dell’UÇK, di aver dato ordini di commettere questi crimini. Tale posizione è stata confermata dai testimoni portati al processo dalla difesa: secondo questi ultimi, l’UÇK non disponeva di una catena di comando abbastanza importante per permettere ai leader di interagire con i soldati di più basso grado. Dopo l’arringa finale di West tenutasi a febbraio 2026 la sentenza sarebbe dovuta arrivare il 19 maggio, ma la Corte ha rinviato per due volte la data: prima al 26 luglio e infine al 16 settembre.

I problemi con la giustizia internazionale per Thaçi non finiscono neanche qua. In questi stessi giorni, sono in corso le arringhe finali di un secondo processo presso le KSC, in cui l’ex presidente assieme ad altri quattro imputati è accusato di reati penali contro l’amministrazione della giustizia, in particolare il tentativo di ostruire il processo per crimini di guerra influenzando i testimoni chiamati a parlare. L’accusa ha chiesto 6 anni di carcere per Thaçi.

Le Kosovo Specialist Chambers, che comprendono sia la Corte che la Procura, sono un’istituzione giudiziaria kosovara, nata formalmente nel 2015 e con sede all’Aia. Tale organo è incaricato di perseguire i crimini commessi tra il 1998 e il 2000 dall’UÇK, l’organizzazione paramilitare albanese che iniziò a operare a metà degli anni Novanta in risposta agli abusi del regime di Slobodan Milošević in Kosovo. Come in molti sistemi giudiziari anche le Camere speciali per il Kosovo agiscono in tre gradi di giudizio ed il secondo grado viene attivato in caso di ricorso presentato da una delle due parti. In quel caso a giudicare sarà la Court of Appeals Panel che si dovrà esprimere riguardo gli appelli contro la sentenza di primo grado.

L’attesa della sentenza 

In Kosovo la sentenza del prossimo 16 settembre è molto attesa. Già a febbraio scorso, dopo la richiesta della pena da parte della Procura, a Pristina ci fu una partecipata manifestazione che chiedeva l’assoluzione dei quattro imputati. In vista del verdetto, sabato 12 giugno, migliaia di cittadini sono scesi nuovamente in piazza a Pristina, in una manifestazione definita dagli organizzatori una “Marcia per la libertà”. In molte piazze cittadine sono già stati montati degli orologi digitali che segnano i giorni e le ore che mancano al 16 settembre, mentre bandiere e slogan di sostegno all’UÇK sono visibili in tutte le principali città del Kosovo. Si tratta di una mobilitazione imponente, sostenuta principalmente dall’associazione dei veterani e da piattaforme civiche riconducibili al Partito Democratico del Kosovo (PDK), il partito fondato da Thaçi e Veseli, ma che gode di vasto sostegno nella popolazione in Kosovo, ma anche tra la diaspora e tra gli albanesi che vivono nei paesi vicino, in particolare Albania e Macedonia del Nord. Una posizione che riflette un netto, e quasi unanime, sostegno agli ex leader dell’UÇK, e di rifiuto verso l’operato della Corte, che viene percepita dalla maggioranza degli albanesi come un organo volto a colpire la loro legittima resistenza all’oppressione di Belgrado.

Nel caso in cui Thaçi, Veseli, Krasniqi e Selimi venissero condannati, si prevedono nuove proteste, e si temono tensioni e disordini. Le organizzazioni internazionali presenti in Kosovo, in particolare la missione Nato KFOR e quella dell’Unione Europea EULEX, hanno assicurato il massimo impegno per garantire la sicurezza e la protezione di tutte le comunità. Preoccupazioni e attese si registrano anche tra i serbi del Kosovo, dove il punto di vista sulla sentenza e su Thaçi è opposto rispetto a quello di Pristina, ma dove si temono anche rappresaglie in caso di condanna. Il presidente serbo Aleksandar Vučić, intanto, si è già detto certo che il processo si concluderà con un’assoluzione degli imputati, accusando la comunità internazionale di considerare “non importanti” i crimini commessi contro i serbi durante le guerre degli anni ’90.

Su Thaçi e sull’agito dell’UÇK durante il conflitto la parola passa adesso ai giudici, ma aldilà della decisione che verrà presa, la sentenza potrebbe avere un valore storico molto importante, rappresentando un test per il Kosovo e per l’intera regione balcanica, spesso costretta a fare i conti con crimini di guerra, anche estremamente gravi, ma spesso riconosciuti solo dai popoli che sono stati vittime.

Foto: sito internet delle KSC

Chi è Andrea Mercurio

Ho 26 anni, sono laureato in Scienze Politiche, amo scrivere in ogni modo e in ogni forma. Sono appassionato di Storia e Attualità, da qualche anno mi sono interessato in particolare ai Balcani.

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